lunedì 30 novembre 2015

Romantic Xmas: "PARIGI,1888" di Francesca Cani


Benvenute al primo appuntamento con il Natale di  Insaziabili Letture!
Inauguriamo questo gioioso periodo dell'anno con una nuova grafica, piccoli fiocchi di neve e, soprattutto, con la rubrica "Romantic Xmas"
Oggi ospitiamo il racconto inedito di una giovane e grande firma del panorama romance italiano: FRANCESCA CANI!
Non lasciatevi sfuggire il tenero, appassionato e simpatico Natale di Hanna e Constant in "PARIGI, 1888". 
Buona lettura!





«Vi chiedo di sposarmi, mademoiselle Hanna, è semplice, perché fate quella faccia oltraggiata?» sbottò monsieur Constant Moreau, il piglio arrogante. Il nido di capelli neri e lucidi che sembrava modellato dal vento si fece ancora più arruffato quando lui vi passò dentro le dita con un gesto nervoso.
Hanna inspirò fra le labbra strette, gonfiò il petto di indignazione e sibilò: «Come osate? Vi ho già rifiutato in privato, che motivo avete di ripetere la vostra proposta dove altri vi possono udire?» Da un lato si sentì meglio, dall’altro le sembrò che il palazzo in Rue Staint Vincent perdesse i contorni definiti. Per non barcollare strinse la balaustra di ferro sbalzato delle scale.
Lui la incenerì con lo sguardo, il viso virile, scavato e pieno di rabbia si face livido. Hanna arrossì colma della stessa furia, ma non scollò gli occhi dai suoi.
«Molto bene, speravo poteste ritrovare la ragione, ma non è così» proruppe secco Constant, afferrò la porta laccata color pece con tanta forza che le sue nocche sbiancarono. «Sentirete di nuovo parlare di me. Buona giornata, mademoiselle.»
Dalla cucina la governante spiccò un gridolino tremebondo quando lui sbatté l’uscio producendo un boato che fece vibrare le finestre della facciata. Dall’abbaino sopra il portone, un dettaglio nel profilo della cattedrale del Sacré Cour sembrava un naso bitorzoluto, aggrottato e stizzito, che in qualche modo partecipava con solennità alla scena. Hanna si voltò e con un gesto meccanico aggiustò il colletto, mandando al diavolo quel vivere pieno di passione che accendeva il sangue degli uomini parigini. Salì le scale glaciale come un generale d’armata britannico. La sua baldanza però durò fino al giorno della Vigilia di Natale, quando iniziarono mille insignificanti cedimenti.

«Mademoiselle Hanna, suonateci qualcosa di…», l’anziano monsieur Martin cercò le parole lasciandosi i baffi, «…Britannico, ecco!» tuonò, le afferrò l’avambraccio e lei cercò di dissuaderlo con piccoli colpetti delle dita sul dorso rugoso della grande mano.
«Oh, non sono dell’umore adatto, perdonate monsieur.»
«Ma è la Vigilia di Natale, in nome di Dio, non siate triste e non pensate a quel buono a nulla di Constant» borbottò Martin. Si rabbuiò, le sopracciglia bianche e lanose formarono angoli severi, le labbra serrate in broncio di disappunto. Gli occhi chiari del vecchio erano caratteristiche di gran parte degli uomini parigini, al solo pensiero del contrasto di iridi quasi identiche con una chioma selvaggia dai riflessi d’ebano Hanna sentì una morsa stringerle il petto, sconvolgerle i sensi.
«D’accordo» rispose alla fine, seccata per la propria debolezza.
Si sedette al piano. Era una donna pratica, avrebbe suonato, mangiato e fatto conversazione con tutti, le era richiesto questo e non era un compito difficile da assolvere. L’ombra di un sorriso le sollevò la bocca. “Inglese fino al midollo” avrebbe detto Constant. Il timbro roco della sua voce dopo che l’aveva baciata con passione le tornò alla memoria, ironico, dirompente e sensuale. Le tremarono le mani.
«Deck the hall with boughs of holly, Fa la la la la la la la la» attaccò da sola, la voce sicura. Ben presto tutti la seguirono in un inglese stentato, i ragazzi stropicciarono nelle mani i berretti di lana. La governante raggiunse toni così alti che Hanna sorrise, temendo per i cristalli. Sembravano felici, nessuno in tutta Parigi avrebbe potuto sospettare che in quella casa, sotto le decorazioni fatte con rami di pino, pigne e bacche di rosa canina, c’era una ragazza con il cuore a pezzi.
«Troul the ancient Christmas carol, Fa la la la la la la la la
Hanna finì di cantare e abbassò triste gli occhi sui tasti d’avorio, la mano paterna di monsieur Martin si posò sulla spalla.
«Il buonumore vi tornerà, ma petit.»
«É solo che mi capita di pensare alla mia terra» mentì Hanna, ma fu interrotta.
«Oh, siete così giovane che una delusione d’amore non può fiaccarvi a lungo. So invece che se continuate a consumarvi i bambini rimarranno senza la migliore istitutrice che possano immaginare. Volete che al posto vostro sia assunta una perfida, grigia arpia con quell’accento sibilante di Londra e la cuffietta inamidata sulla testa? I miei nipoti ne morirebbero o riprenderebbero a fare monellate, il che renderebbe questa casa invivibile.»
«Ma non rimarrò in Francia per sempre.» Le era balenata l’idea di andarsene, era solo un’insegnante e poteva rassegnare le dimissioni.
«Su con la vita, deludendo voi quell’idiota di mio nipote ha perso l’unica opportunità di mettere a posto quella testa piena di vento che si ritrova.»
«Sapete tutto, signore?» Arrossì. La litigata con Moreau era stata violenta, lei era sulle scale che conducevano al primo piano del palazzo, lui vicino all’uscio. Si erano rinfacciati cose orribili.
«Mon Dieu, gridavate come pazzi. E sono orgoglioso di voi, gliele avete cantate! Mio nipote è un idiota, se avessi qualche anno in meno approfitterei del suo cuore di pietra e cercherei di conquistarvi.»
Hanna sorrise. «A voi avrei detto sì, monsieur Martin.»
Il vecchio si chinò e le baciò la mano per congedarsi.
La città era imbiancata, le sagome innevate dei tetti d’ardesia si perdevano all’orizzonte, dove nubi cariche di neve minacciavano di coprire il grigio selciato parigino che sbucava nei solchi lasciati dal passaggio delle carrozze. Sulle finestre appannate si erano formati arabeschi e fiori di ghiaccio. Ma sulla vetrata accanto al camino il gelo era in parte sciolto e c’era un’impronta grande e frastagliata, se si usava la fantasia poteva sembrare una mano. Poco più in là, un cerchietto rotondo, un alito di calore, forse? La sorpresa le fece vorticare la testa e il cuore le saltò in gola al pensiero irrazionale che potesse trattarsi dell’impronta di Constant.
Hanna scosse il capo, cercando di riacciuffare i pensieri. Monsieur Moreau poteva anche saltare fuori in quel preciso istante come un coniglio dal cappello del prestigiatore e lei non avrebbe mosso un muscolo.
«Tutto bene, mademoiselle?» chiese all’improvviso il piccolo Fabrice, lei sussultò, i nervi la tradirono.
«Vi canterò qualcosa d’altro, vieni» mormorò indispettita.
Venne presto l’ora di ritirarsi e un altro tassello nella mente ordinata di Hanna scappò ai legacci.
D’un tratto nella stanza che per una sola notte aveva diviso con Moreau era difficile entrare. Il piccolo letto su cui lui si era steso, attirandola accanto, sembrava ancora segnato dal suo fisico imponente. Lei aveva esplorato con le dita sul suo petto, imbarazzata; Constant aveva iniziato il suo lento assalto fatto di carezze roventi e sussurri eccitanti. Il suo corpo aveva risposto, languido, grato di quelle attenzioni, consumato dal bisogno. Deglutì, cercò di rimanere presente, ma ogni volta che chiudeva gli occhi lo vedeva nudo, perfetto, il torace largo e i fianchi stretti, i muscoli guizzanti, le braccia forti. Il ricordo della striscia di peluria che conduceva all’inguine le diede un brivido.
Iniziò a svestirsi con rabbia, il corpo la tradiva, era come acceso e non collaborava. L’elegante abito azzurro polvere finì in fondo ai piedi del letto, il corsetto lo seguì. Il sottotetto era gelido, così infilò in fretta la camicia da notte e allacciò i bottoni fino al mento. Sprofondò sotto le coperte, cercò con caparbietà il sonno. Aveva ceduto alla più pericolosa tentazione e ora era cambiata, la sua armatura era incrinata. Che sciocca era stata a pensare che nulla l’avrebbe scalfita. 

 

Palazzo Moreau era una costruzione elegante nel cuore di Montmartre. Era un caseggiato alto quattro piani e i piccoli balconi di ferro che ornavano le finestre sembravano piante rampicanti, le cui argentee e ricurve volute facevano da contrasto con la facciata liscia illuminata dalla luce fioca dei lampioni a gas. Casa sua era come Constant l’aveva lasciata o forse era ancora più seducente, perché riverberava l’essenza di Hanna Stewart. Il tetto di ardesia coperto di neve, la stanza del quarto piano con i vetri scuri e i piccoli oggetti posati sul davanzale. La brocca smaltata, il vaso di porcellana blu, il mazzo di ortensie essiccate i cui gambi erano legati con il nastro lilla che lui stesso aveva sciolto dalla chioma bionda di Hanna. Quel giorno era rimasto senza saliva nel guardare l’effetto della massa di boccoli ricadere sull’abito grigio fumo dell’istitutrice.
Il suo cuore aveva la fastidiosa tendenza a scalpitare imbizzarrito da quando lei era arrivata a Parigi. Constant pensò che era suo diritto entrare, sbattere la porta e ignorare tutti, chinarsi su di lei mentre suonava e lasciarsi andare, riprendere con le labbra lo spazio che era suo e di nessun altro. Ma non l’aveva fatto. Poco prima, quando Hanna aveva notato l’impronta lasciata dal calore della sua mano sul vetro del salotto si era tirato indietro. Era scivolato sulla parete del palazzo, la schiena premuta contro il muro, la mano sulla bocca per impedire agli sbuffi di calore di farlo scoprire. Hanna era stata vicina, l’aveva sentita con tutto il corpo.
E ora? Aspettò che tutti fossero a dormire, aprì la porta sul retro e salì le scale di servizio. La casa era silenziosa, il suo animo in subbuglio. La porta della stanza di Hanna era distante da quella del resto della famiglia, isolata. All’inizio non era stata una scelta dettata dalla buona educazione, tutt’altro, erano tutti determinati a tenerla alla larga. Lei una bellezza inglese, una straniera. Gli sfuggì una risata lorda di sarcasmo. Idiota che era stato a farle la guerra. Tempo perso in schermaglie quando avrebbe potuto portarsela a letto.
Era eccitato, le mani sudate, la camicia che fasciava i pettorali che si alzavano e abbassavano veloci.
La maniglia della porta dove la ragazza dormiva finì sotto le sue dita, la piegò in un unico movimento. Dalla stanza lo investì un refolo della deliziosa essenza di Hanna. Odorava di cannella perché le piaceva dare una mano in cucina, ma il suo corpo aveva il sapore burroso e morbido delle notti d’estate sulla Senna. Scivolò dentro avvolto dall’oscurità. La tenda di mussola era scostata, le nubi si erano diradate e la luna le illuminava il volto tondo, le lunghe ciglia disegnavano un pizzo sulle gote rosee.
Constant chiuse i pugni e li ficcò nelle orbite, senza di lei non riusciva a dormire e nemmeno a ragionare. Hanna si mosse nel letto, emise un mugolio infastidito. Constant avvertì il battito crescere fino a renderlo sordo. Faceva un male del Diavolo starle vicino.
«Malédiction» imprecò sottovoce e scivolò fuori dalla stanza.
La amava perdutamente, questo cambiava tutto.


«Vi dico che lui è tornato! Indossate il soprabito e portate fuori i bambini, niente compiti il giorno di Natale, me la vedrò io con il padrone fino a che sarete di ritorno. Questo vi darà modo di pensare o di scappare» bisbigliò la governante con una vigorosa alzata di spalle, tirando Hanna fin dentro alla dispensa.
La ragazza annuì. Afferrò i cappotti dei bambini, Lucie e Fabrice iniziarono a starnazzare come oche impazzite contendendosi una trottola di legno, ma alla fine la seguirono entusiasti. Li strapazzò come un’ossessa per le vie innevate di Parigi, camminarono fino a sfinirsi nella neve che le arrivava alle caviglie. Da Montmartre si trovarono a percorrere lo Champ-de-Mars, il lungo viale d’accesso alla Exposition Universelle, dove la Tour Eiffel era in costruzione. Davanti al moncone scuro della torre parte della sua sicurezza sfumò, la ragazza rimase con il capo inclinato a cercare un senso alle proprie azioni.
«Perché ci avete portato fuori voi e non la bambinaia, mademoiselle?» chiese a un certo punto Lucie, tirando su con il naso.
«Credo di essere impazzita» mormorò afflitta.
«Zio Constant» strepitò Fabrice e schizzò via, lasciandola interdetta.
Hanna non si voltò. Li sentì fare festa come un gruppo di cani da caccia, anche nel modo di amarsi i francesi erano diversi dagli inglesi.
«Credete anche voi, bambini, che sia la cosa più bella che avete mai visto?» chiese a un certo punto la voce virile dietro le sue spalle.
«La torre Eiffel è incompleta, ma è già bellissima!» trillò Lucie.
«Mademoiselle Hanna, zuccona, parla di lei non della torre» precisò Fabrice.
Hanna ondeggiò come una foglia gialla sul ramo ormai spoglio di un platano.
«Andate a prendervi una mela caramellata, enfants» disse Constant e consegnò ai bambini una manciata di spiccioli, poi le si avvicinò e fu come se il sole pallido nel cielo livido del mattino diventasse d’un tratto rovente.
«Monsieur Constant, bentornato» lo salutò cauta.
«Bonjour Hanna» rispose lui, la sua giacca nera le sfiorò il cappotto color carta da zucchero.
«Vi prego di accettare le mie scuse. Non avrei dovuto dirvi che siete un libertino e un donnaiolo, non avrei dovuto rinfacciarvi le vostre abitudini, per altro legittime, dato che siete scapolo. Non avrei dovuto farvi la ramanzina quando mi sono dimostrata così poco responsabile a mia volta» attaccò Hanna, si sentiva a corto d’aria.
«Non posso accettare le vostre scuse» ribatté lui brusco.
Hanna si voltò d’istinto e fu un fatale errore. Rimase prigioniera degli occhi cerulei, schegge acuminate di cristallo incastonate nei lineamenti mascolini e squadrati, quei tratti erano forti e sgraziati in alcuni dettagli, ma la bocca ben disegnata rivelava una scandalosa perfezione. Si sentì vulnerabile. Lui le sorrise, non c’era nulla di rassicurante in quel suo volto da Lucifero.
«Non accetto le tue scuse prima di averti dimostrato la verità» precisò, il suo tono si fece più dolce.
Si chinò su di lei, le strinse il viso fra le mani. Hanna avvertì la carezza ruvida dei suoi guanti neri sulle sue gote infreddolite, le sfuggì un sospiro. Era esattamente ciò che la parte razionale di lei temeva, ma le labbra di Constant erano troppo vicine e lui non le permise di sfuggire, la baciò con urgenza. La lingua calda le stuzzicò le labbra, vi penetrò come se non fosse trascorsa un’ora da quando l’aveva abbandonata, scardinò le sue difese. Il contatto si fece intenso, sempre più profondo e affamato. Si aggrappò alle spalle di Constant, affondò le unghie nella sua giacca di lana che aveva un lieve odore di tabacco.
«Ancora una volta, Hanna» disse lui, le labbra premute contro la sua guancia, ansimava. «Dimmi ancora che non è abbastanza e ti lascerò andare per sempre.»
«Constant, io…»
«Zio, andiamo a casa, ho freddo!» strillò Lucie e li divise con malagrazia.
Si separarono come due magneti opposti, ma il vuoto fra loro vibrava di energia.


La governante gli lanciava sguardi fra l’indisponente e il minaccioso, Constant non riusciva ad alzare il viso dalle pagine del giornale senza intercettare i suoi occhiacci ostili. Hanna era un biondo, algido angelo dal volto impassibile come marmo, sedeva rigida al tavolo della sala da pranzo. Contò fino a dieci, non servì a calmarlo. Era il giorno di Natale, i miracoli erano possibili, no? Contò fino a cinquanta e diventò ancora più nervoso.
«Oh, al Diavolo» sbottò, si alzò di scatto, accartocciò Le Figaro e lo lanciò sulla poltrona.
Frugò nella tasca dei pantaloni, il cerchietto d’oro rotolò intorno al suo dito mignolo. Si chinò davanti a lei come un babbeo. Dio, aveva sempre odiato quelle dichiarazioni melodrammatiche.
«Bambini, venite via! Su, su» strillò la governante come se la casa stesse andando a fuoco.
E così Constant si ritrovò solo con le mani della donna che amava fra le proprie.
«Nel tuo petto c’è il cuore che voglio ascoltare la notte, Hanna, il fiato leggero che voglio sentire su di me fino alla vecchiaia. Ti amo. Anche se sei impossibile, anche se mi odi, anche se mi dirai di no. Ti amerò per sempre e di più di quanto potrò mai esprimere.» Esitò, la sua voce incrinata dall’emozione non la riconosceva.
Hanna sussultò, quell’anello d’oro rosa che aveva comprato pensando a lei le finì nel palmo della mano e non al dito.
«Chiedimelo» gracchiò lei stonata, senza un filo di voce.
«Vuoi sposarmi, Hanna Stewart?»
«Oui, Constant. Je t’aimè» Il francese non era decisamente la sua lingua, ma che suono magico ebbero quelle parole. La baciò come non aveva mai nemmeno immaginato di poter fare, con una tale trepidazione che alla fine sospirò, sazio. Hanna era la sua l’alba, l’inizio intonso che ora sapeva di aver sempre sognato, era la promessa di nuova vita. Cosa aveva appena pensato a proposito delle smancerie degli innamorati? Sorrise, dopotutto non gli davano più il voltastomaco. La baciò di nuovo, ebbro di lei e di quel dolce Natale. Alla fine non era nulla di grave, era semplicemente amore.



L'autrice:


http://1.bp.blogspot.com/-p90rXUANKIk/Vf3S1eg_5UI/AAAAAAAABf0/q7oJQzC-lYQ/s200/intervista-a-francesca-cani-L-fbmwL8.jpegFrancesca Cani, laureata in Storia dell’Arte, è autrice di romanzi storici e di numerosi racconti. È conosciuta anche con lo pseudonimo Frances Shepard. Sposata, vive e lavora a Mantova. Quando non scrive ama leggere, viaggiare, fare sport (è una ex pattinatrice di artistico). Almeno due volte l’anno parte per Inghilterra, Irlanda o Scozia, che stanno diventato la sua seconda casa.
Come Frances Shepard, insieme con l’amica Mary, ha scritto il romanzo storico “I colori della Nebbia”, edito nell’ottobre 2013 per Harlequin Mondadori. Per la collana YouFeel di Rizzoli ha scritto il racconto lungo "La cacciatrice di lieto fine".
È da poco uscito un suo romance storico, “Tristan e Doralice – Un amore ribelle”, per l’editore Leggereditore.

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7 commenti:

  1. grazie per questa piccola perla di romanticismo!

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  2. Un racconto delicato ed etereo, leggero come un fiocco di neve, che ci riporta in un'epoca lontana nel tempo, ma attuale in quanto a passioni umane. L'amore fa muovere il mondo da sempre, va oltre ogni convenzione, ogni cerimoniale, ogni pensiero razionale. E' amore ed è fatto della stessa magia del Natale.

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  3. Dolce, dolce, dolce, fantastica apertura di una rassegna sempre gradita.
    E grazie a Francesca per aver scelto Parigi come location, credo che quest'anno siamo un po' tutti francesi.

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  4. Grazieeeee! Che bei commenti! Ho scelto Parigi proprio per ricordarmi quanto sia bella e piena di ricordi magnifici, sono felice che vi sia piaciuta come ambientazione. <3

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  5. Dolcissimo. Sono rimasta stregata da questo racconto. Brava!!

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  6. L'ho adorato. Sembrerò scontata, ma io amo Parigi. Complimenti!

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  7. Adoro questo periodo storico, e le storie romantiche a lieto fine!! Brava Francesca

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