giovedì 17 dicembre 2015

Recensione: "LA NOSTRA ULTIMA CANZONE" di S. K. Falls

 



Editore: Piemme
Collana: Freeway
Genere: New adult
Pagine: 336
Prezzo: € 16,00 cartaceo 
Uscita: 20 Ottobre 2015






Sinossi:
Il più grande desiderio di Saylor è essere malata e che tutti le stiano attorno per prendersi cura di lei. Ha la sindrome di Mùnchausen. Così quando il suo psichiatra le consiglia di andare a fare volontariato in ospedale per i gruppi di auto-aiuto, accetta con grande entusiasmo. Inizia così a frequentare un gruppo di ragazzi della sua età malati terminali, inizia a uscire con loro, a vederli al di fuori dell'ospedale, a far sempre più parte della loro vita, fingendosi malata. Nel gruppo c'è Drew, un ragazzo bellissimo e di cui lei si sta innamorando. A separarli una tremenda bugia: Saylor non è davvero malata. Ma a stringerli per sempre sarà una crudele verità: Drew sta morendo... 


A CURA DI GIORDANA

I romanzi a sfondo sentimentale young e new adult si dividono  fondamentalmente in due categorie: quelli che si basano sull'amore, trattanti i temi delle difficoltà comportate spesso da un ragazzo nell’essere catapultato nel mondo degli adulti, dove tutto è così vero e doloroso; e quelli che invece vogliono raccontare altro, addentrandosi in territori aridi e spinosi che spesso hanno a che fare con malattie e problematiche sociali. Tra temi del secondo tipo, solitamente sono gettonati depressione e problematiche psicosociali, come le patologie legate al tema dell’alimentazione. Tra tutti questi, non mi era mai capitato di leggere un libro diverso come questo, che tratta della sindrome di Munchausen.
In realtà non ero a conoscenza nemmeno dell’esistenza di questa malattia, abbastanza ostica e intricata da permettere una vita difficile a chi ne è affetto. Questa è una sindrome che spesso si fatica a riconoscere, perché chi ne soffre è un attore nato, un bugiardo cronico, una persona che indossa maschere con la facilità con cui ci si pettina i capelli la mattina prima di uscire di casa. Saylor Grayson è così. Vive per il dolore. Vive per essere ammalata, per attirare le attenzioni dei genitori, dei medici, di chiunque ne valga la pena.
"Sapevo dare il giusto valore alla malattia. La corteggiavo perché veneravo il suo grandioso potere"
 Lo scopo di Saylor è soffrire, la malattia. nel senso generale della parola, è la sua migliore amica, ciò per cui qualcuno è disposto a concederle un minuto della sua attenzione. La sua esistenza  è  fatta di rabbia e superficialità emotiva, egoistica se vogliamo. Sia chiaro, non vuole morire, vuole solo soffrire, vuole trovarsi in bilico tra la vita e la morte per attirare su di sé quanta più compassione possibile.
 Tutto è iniziato quando a sette anni ha ingoiato un ago e da allora non si è più fermata;  anzi, il tempo le ha  permesso di affinare la sua arte di manipolatrice.
 Quando le sue azioni superano ogni tipo di limite, le viene proposto di fare del volontariato in ospedale. Saylor, prendendola come un’opportunità per accrescere le proprie conoscenze in campo medico, accetta. Così inizia la sua attività, per la quale incontra il gruppo MTMD (malati terminali malattie degenerative). Il suo compito era quello di allestire le sale per gli incontri a cui si sottoponevano i membri dei gruppi per discutere. Con un magnifico equivoco, viene scambiata da uno dei membri del gruppo MTMD per una malata di sclerosi multipla. Inizia così la più grande messa in scena a cui abbia mai preso parte.
 Quei ragazzi del gruppo MTMD sembrano avere tutto quello per cui Saylor ha lottato fin da quando aveva 7 anni.
"Io avrei dato tutto per stare sulla sedia a rotelle. Ecco cosa sognavo: che la gente mi aprisse le porte, che mi lanciasse occhiate furtive."
 Di certo la Saylor che conosciamo nella prima parte del libro non piace, suscita anche un po’ di ribrezzo, ma per poter passare alla fase successiva, è necessario comprendere le motivazioni che stanno dietro ai suoi comportamenti. La domanda che appare nelle nostre menti è: perché i genitori non se ne preoccupano? Non ha una famiglia? Amici?. E’ esattamente qui che sta il problema: Saylor ha una famiglia complicata, un padre assente e una madre problematica . Così, per ricevere da loro attenzioni, lei si è ridotta ad avere come migliori amici una siringa e un manuale medico.
 E' ovvio che cambierà.  Saylor,  riuscendo a prendere parte al gruppo come clandestina, finalmente si sente accettata, guardata ed apprezzata per quella che è, non perché è affetta da una grave malattia o perché ha una malformazione del corpo. Si sente finalmente parte di un gruppo che le vuole bene, ed è così naturale per lei che  si abitua. Ciò che le fa cambiare il modo di vedere le cose, è guardare i suoi amici vivere e divertirsi come se la morte non fosse dietro l’angolo e questo la fa sentire terribilmente in colpa.
Poi ovviamente c’è "lui".
 Un bellissimo ragazzo affetto dall'atassia di Friedreich, Andrew "Drew" Dean, un ventenne che non cerca compassione e che non vuole la pietà di nessuno. Con lui Saylor mentirà più di tutti, ma sarà sempre con lui che inizierà un cammino di presa di coscienza che la farà vergognare di tutte le sue azioni.
All’inizio, devo dire la verità, ho continuato a leggere, solamente perché non mi piace incominciare qualcosa per poi lasciarlo a metà; ma più andavo avanti a leggere, e più c’era qualcosa nella mia testa che mi teneva inchiodata a questa storia. Sono sempre stata curiosa, è una mia caratteristica, ma il fatto di non avere la solita storia tra le mani, mi ha fatto sentire febbricitante(per rimanere in tema). Ho letto vari commenti in cui si afferma che questo è un romanzo particolare e non adatto a tutti, ma non penso sia esattamente così. Il punto è che in questa storia  sono concentrati più temi ostici, tanto da trasformare una storia leggera in un romanzo straziante e altamente pesante. Le parole della Falls, raccontano di silenzi, difficoltà familiari, disturbi mentali, malattie gravi e morte. Tuttavia, penso che per alcuni tratti ci sia stata un po’ troppa leggerezza; avrei preferito, forse un po’ più peso al dolore per avere un’empatia maggiore, riuscendo a comprendere fino in fondo le sensazioni  oggettivamente strazianti dei personaggi.
E’ quindi da ammirare il coraggio dell’autrice nello scrivere un libro di un genere un po’ diverso, con il rischio di non riuscire a coinvolgere il lettore come farebbero protagonisti più comuni. I suoi personaggi non hanno fisici scolpiti e capelli dorati, ma mascherine per l'ossigeno, bastoni per sorreggersi e parrucche stravaganti per nascondere le calvizie. Sarà forse scontato, ma è giusto e meraviglioso che esistano romanzi come questo, che pur parlando della morte tentano di celebrare la vita.
Voto questo libro 8.5/10.





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