venerdì 11 dicembre 2015

Romantic Xmas: "IL DONO" di Angela D'Angelo.

Ci sarebbero stati molti modi per augurarvi il buongiorno e per chiudere questa seconda settimana d'avvento, ma il racconto scritto per la rassegna Romantic Xmas 2015 dalla nostra ANGELA D'ANGELO mi sembrava il più appropriato. Per voi una dolcissima storia d'amore e di camici bianchi: IL DONO!

Buona lettura!
 


Dicembre era il suo mese preferito. Il cielo sembrava più terso e pulito, e per Alice la leggera foschia che alle sette del mattino avvolgeva Napoli aveva qualcosa di romantico. Prima del completo sorgere del sole, solo quel poco di umidità ricreava la sua adorata atmosfera magica.
Peccato che a essa non si accompagnasse il silenzio!
All'ospedale pediatrico presso cui svolgeva il tirocinio c'era un continuo via vai di medici e infermiere, di piccoli pazienti urlanti e genitori isterici.
Diede un altro tiro alla sigaretta, cercando di non sentirsi una criminale, e la spense quando ne restava ancora intatta la metà, prima di buttarla in un cestino. Una piccola vittoria nella sua battaglia contro quel vizio.
Si sistemò meglio lo zaino in spalla e si diresse alla guardiola per firmare il registro su cui erano annotate le entrate e le uscite, la testa assorta in mille pensieri. Fu per questo che non si accorse che davanti a lei c'era Davide Fiore, ed era strano, di solito lo notava sempre. Andò a sbattergli contro e, quando la afferrò per le spalle, le mancò il fiato.
«Sempre persa nel paese delle meraviglie» la salutò con un sorriso che le fece desiderare di sparire sottoterra. Perché, insomma, lei non era timida, ma quando il dottor Fiore, specializzando in pediatria, metteva in mostra quella fila di denti bianchi e dritti, Alice abbandonava Wonderland e si ritrovava in Hotland, un luogo pieno di fantasie lussuriose e proibite.
Si tirò indietro bruscamente, con il fiato corto e le guance che iniziavano a scaldarsi per l’imbarazzo. Dannazione a lui!
«Una piccola donna non può nulla contro una montagna priva di grazia» si difese, ma sembrò più un attacco. Strategia sbagliata! Il sorriso di Davide divenne ancora più ampio, al punto da farle dubitare che i denti fossero solo trentadue.
«La tua lingua compensa bene i centimetri in meno» la prese in giro prontamente, e Alice pensò che entro pochi secondi le sarebbe uscito il fumo dalle orecchie.
Lo superò senza degnarlo di una risposta e andò ad autografare quel dannato registro, cercando di non strappare il foglio con l’impronta troppo decisa della penna.
Oh, lo odiava, come si poteva odiare solo l'oggetto dei propri desideri. Un diabetico può anche sbavare davanti a una sfogliatella calda, ma sa benissimo che innalzerebbe la glicemia oltre i normali valori di cut-off... Cazzo, era messa male se pensava all'esame di patologia!
Sbuffò ed entrò nella struttura, senza fermarsi a salutare nessuno finché non raggiunse lo spogliatoio. Mentre si sfilava il cappellino di lana con i pon pon, guardò con antipatia lo zaino di Davide sulla panca di fronte, quasi fosse il proprietario in persona, con i suoi capelli biondo cenere e gli occhi grigi.
Sfilò velocemente il cappottino nero e indossò il camice, poi andò a cercare la caporeparto, Antonella, un'infermiera tonda come un barilotto e incredibilmente disponibile, dote che non tutti i colleghi conservavano negli anni. Sperava anche lei di non perdere mai lo spirito con cui si era iscritta alla facoltà di infermieristica, aveva sempre voluto aiutare il prossimo senza che nell'equazione entrasse troppo sangue.
L'assegnazione al Santobono? Una botta di culo unita alla media alta. Eh sì, lei era una secchiona. Non del tipo topo da biblioteca, ma di quello che al corso tutti odiavano: sabato sera in disco e la domenica a studiare come se non si fosse ritirata alle cinque del mattino. Ma lo schema aveva le sue imperfezioni e quando crollava i suoi genitori erano costretti a fronteggiare una ventitreenne isterica e litigiosa. Era lo scotto che le faceva pagare il suo fisico.
«Si batte la fiacca?» chiese, entrando nella saletta in cui le infermiere si rifocillavano. Nel tempo avevano allestito un vero e proprio bar con tanto di moka, fuoco da campo e microonde.
Antonella la guardò male, e ne aveva tutte le ragioni. Il suo turno era appena finito.
«Attacco di vomito alle tre, pianto disperato alle quattro, bambino terrorizzato dalle punture a ore cinque, e la ragazzina mi accusa di perdere tempo!» esclamò la donna, rivolgendosi a un collega che si trastullava con un bicchierino di plastica.
Alice le rivolse un sorriso impertinente, poi si preparò il caffè.
«Gennarino ha fatto ancora storie per la flebo?» chiese, mentre segnava su un foglio una crocetta in corrispondenza del suo nome. Alla fine del mese ognuno avrebbe contato le cialde utilizzate e pagato i propri caffè.
«Ho dovuto sostituirgli il catetere. Ne ho visti di bambini iperattivi, ma lui li batte tutti» si lamentò la caporeparto.
Gennaro Caputo, anni sette, aveva deciso di rendere la vita impossibile a medici e infermieri, la sua piccola vendetta per il ricovero forzato. Ad Alice non dispiaceva: se il bimbo aveva voglia di giocare era un buon segno.
«Da dove inizio oggi?» chiese appena la caffeina raggiunse lo stomaco e le accese il cervello.
«Controlla la flebo di antibiotici di Gennaro e aspetta il medico per il prelievo a Sandrino» le indicò Antonella. «Per il resto rivolgiti a Michela, io per oggi ho concluso» aggiunse con uno sbadiglio.
Alice scimmiottò un saluto militare e raggiunse la stanza dei due bambini.
La giovane nonna di Gennaro era seduta su una poltrona con una rivista, Sandrino invece non aveva compagnia. Sua madre era a lavoro e sarebbe arrivata solo dopo pranzo. Questo doveva essere uno dei momenti in cui essere una ragazza madre faceva schifo.
«Buongiorno, bimbi! Possibile cha quando non ci sono fate disperare Antonella?» chiese, la voce allegra.
Gennarino sussultò, l'espressione che si apriva in un sorriso contento. Cristo santo, quel bimbo la metteva in ginocchio.
«Quella non voleva chiamarti!» si giustificò il piccolo.
«Quella ha un nome!» intervenne la nonna con uno sbuffo esasperato, poi le indirizzò un sorriso stanco che Alice ricambiò. La poltrona non doveva essere per nulla comoda.
«Ti dispiace se mi allontano un attimo? Ho bisogno di un caffè prima che mia figlia venga a darmi il cambio.»
Ehi, chi era lei per mettersi tra una donna e il suo caffè?
«Ristretto, mi raccomando. Quello normale è pessimo al bar di sotto» le suggerì, facendole l'occhiolino. Le labbra della donna si incresparono appena, prima che scappasse dalla stanza.
«Wow, ti sei proprio dato da fare se tua nonna non vede l'ora di prendersi una boccata d'aria» commentò.
Gennaro mostrò le gengive nella sua particolare versione di un sorriso senza gli incisivi.
«Non vuole portarmi a casa!»
Alice strinse i denti e si costrinse a sorridere. «Finché non starai bene, non puoi andare da nessuna parte. Se la nonna ti porta a casa e non sei guarito del tutto, poi devi tornare in ospedale» gli spiegò mentre armeggiava con la flebo, che era terminata, e toglieva l'ago dal catetere. Gennaro non protestò alla pratica, che in seguito all'intervento di appendicite era diventata una consuetudine. La ferita si era infettata e invece di una settimana si trovava lì da quindici giorni.
«A casa non ci sei tu» disse il bambino dopo un attimo di ragionamento.
Alice scoppiò a ridere. «Mi stai corteggiando?»
«Io non corteggio le femmine!» dichiarò, oltraggiato.
«Le donne, Genny. È brutto dire femmine. Sono intelligenti quanto te, sai?»
«Mamma dice che le donne devono essere trattate come principesse» si intromise Sandrino, un cucciolotto di cinque anni imbottito di diazepam a causa delle convulsioni.
«Finalmente sento qualcosa di ragionevole! Impara da lui, Gennaro.»
«Ma se è più piccolo!» obiettò il teppista sdentato.
«Io sono un ometto» insorse Sandrino, che nel suo pigiama con gli orsetti sembrava averne tre di anni.
«Ehi, ehi. Ora basta!» li interruppe Alice. Si avvicinò al letto di Sandrino e lo prese in braccio per farlo scendere, poi lo accompagnò in bagno.
Lasciò la porta aperta in modo da controllare anche Gennaro e concedere al più piccolo l'illusione di avere un po’ di privacy.
«Avvisami quando hai finto» gli disse, mentre batteva un piede sul pavimento.
«Ho finito.»
Alice represse una risata e scosse la testa. «Non ho sentito il rumore della pipì.»
«Non mi viene, se mi guardi» piagnucolò Sandro, desolato.
«Muoviti, altrimenti staremo qui tutto il giorno.» Odiava fare la voce grossa, in particolare con quei due bambini. Oh, era una bugia, le piacevano tutti, anche quelli pustolosi e che le vomitavano addosso.
Gennaro si mise a ridere e Alice gli fece cenno di tacere. Poco dopo, sentì il rumore dello sciacquone e quello dell’acqua del rubinetto. Il moccioso si era lavato anche le mani. Era impressionata!
«Ho finito… davvero!» annunciò Sandrino uscendo dal bagno, rosso come un pomodoro. E non solo per la febbre.
«Ora aspettiamo il dottore per il prelievo» disse afferrandolo per la mano.
«Quale dottore?» chiese il bambino mentre lo issava sul letto.
«Quello bello» rispose Gennaro e alle sue parole seguì una risata calda che la fece arrossire quasi quanto Sandrino. Si irrigidì tutta e si schiarì la voce, prima di voltarsi.
«Il dottor Fiore non ha bisogno di altri complimenti per montarsi la testa» borbottò, guardando Davide, i cui occhi grigi brillavano di divertimento.
«Quanto astio! Sicura di aver preso il caffè?» le rispose il dottore, quello bello. Che ne sapeva lui del suo carburante preferito?
Alice si trattenne dal ringhiare, e anche dall’aggiustarsi i capelli. La sola presenza di Davide la faceva sentire sciatta e disordinata. Lui era… perfetto, non c’era altro termine per descriverlo. E non solo perché faceva sospirare metà delle infermiere e tutte le bambine, ma soprattutto perché era un buon medico e, a detta di tutti, una brava persona. Be’, lei aveva deciso di trovargli ogni sorta di difetto per compensare, e a stento gli rivolgeva la parola, anche quando se lo ritrovava sempre tra i piedi.
«Sto benissimo, grazie» gli rispose, il tono arcigno. «Ti vuoi dare una mossa con il prelievo? Ho anche altro da fare questa mattina.»
«Non voglio!» strillò Sandrino e ad Alice sfuggì un’imprecazione a denti stretti. Bel modo di comunicare a un bambino che gli avrebbero fatto l’ennesimo livido sul braccio.
Il sorriso di Davide vacillò, poi si avvicinò al letto senza guardarla e si sedette accanto al piccolo, che aveva le ginocchia al petto e gli occhi terrorizzati.
Dio, era una deficiente!
«Ti prometto che non sentirai dolore» lo tranquillizzò Davide, scompigliandogli i capelli con tenerezza. Alice deglutì un groppo alla gola, non era da lei quella mancanza di tatto. Non riuscì a dire nulla e attese indicazioni.
«Guarda cosa ho per te» continuò Davide, tirando fuori dalla tasca una barretta di cioccolato. Il bambino si sporse per guardare meglio e il suo viso perse un po’ della rigidità dovuta alla paura. «Però non puoi mangiarla prima del prelievo» lo ammonì, tendendola al piccolo paziente.
«Altrimenti salgono i valori di glucolo» disse Sandrino con la voce sottile e il dottore scoppiò a ridere.
«Glucosio» lo corresse Davide, pizzicandogli il naso. «E ora togliamoci il pensiero, prima che la barretta si sciolga.»
Alice si affrettò a prendere l’occorrente, cercando di mascherare la vergogna con l’efficienza. Davide riempì le provette e, quando sciolse il laccio emostatico, si preoccupò di massaggiare il braccio del bambino, che aveva trattenuto le lacrime per tutto il tempo.
«Ora puoi mangiarla» disse il dottore, indicando la barretta che il bimbo aveva stretto come un amuleto.
«E io?» chiese Gennaro, che non si era perso nemmeno un secondo di quella scena. Davide tirò fuori dalla tasca una caramella e gliela lanciò.
«Solo una caramella?» mormorò il bambino.
«Sandro si è comportato bene, invece tu hai quasi svegliato mezzo reparto questa notte» lo rimproverò, ma non c’era traccia di severità nella sua voce. Alice, che in quel momento avrebbe preferito andarsi a nascondere nello spogliatoio, dovette ammettere che il dottore ci sapeva fare. Era magnifico con i bimbi.
«Volevo solo tornare a casa» replicò Gennaro, abbassando le spalle e mostrando per la prima volta tutta l’ingenuità dei suoi sette anni. «Se viene Babbo Natale e non mi trova?» aggiunse poi.
Alice trasalì, il cuore stretto per la pena, e sentì gli occhi pungere.
«V-vado a portare i campioni in laboratorio» balbettò, prima di spingere il carrello fuori dalla stanza in tutta fretta, senza nemmeno salutare i bimbi.
Uscì nel corridoio e si appoggiò alla parete. Una lacrima le rigò il viso e respirò a fondo.
Si sentiva un’egoista e anche un elefante privo di sensibilità. Era il quindici dicembre e invece di rendere più sopportabile i giorni di quei poveri bambini, si lasciava trasportare dall’ostilità per un ragazzo che aveva l’unico difetto di piacerle troppo.
Chiuse gli occhi e provò a ricordare che nel suo lavoro bisognava essere più impermeabili, come diceva Antonella, ma come dimenticare lo sguardo atterrito di Sandrino o il tono triste di Gennaro?
Un palmo gentile si posò sulla sua guancia e Alice sussultò, sbarrando gli occhi.
«Non farti vedere così da loro» le suggerì Davide, mentre le asciugava una lacrima con il pollice. Il cuore mancò un battito e il respiro le si mozzò.
«Hanno bisogno di leggerezza e tu sei la loro infermiera preferita.»
Deglutì a vuoto un paio di volte per scacciare la morsa che le stringeva la gola. «Mi dispiace» si scusò, talmente indebolita dell’emozione di averlo vicino da non riuscire a nascondersi dietro qualche battuta pungente.
Davide le sorrise, un sorriso tenero e bellissimo che le ricordò perché doveva stargli lontano. Quell’espressione dolce la voleva tutta per sé, come gran parte delle sue colleghe, e questo era abbastanza da scoraggiarla.
Il dottore le prese la mano e la trascinò nello sgabuzzino in cui tenevano i medicamenti. Alice lo seguì, sorpresa dalla propria arrendevolezza e troppo stordita per protestare.
«Davide…» iniziò, ma le labbra di Davide si posarono sulle sue e le parole si persero nella sua bocca. La circondò con un braccio e la premette contro di sé. Alice alzò le mani per respingerlo, no, per trattenerlo. Strinse la stoffa ruvida del suo camice tra le dita e si alzò sulle punte per ricambiare quel bacio. Fu una pressione sufficiente a farle desiderare di più, ma Davide si scostò prima che le loro lingue potessero intrecciarsi.
«Per questo mi piaci, perché ti dispiace» le spiegò lui, il tono roco. La fissò come se volesse imprimersi la sua espressione nella mente, poi la lasciò da sola nella stanza, con il cuore a mille e le gambe tremanti.
Dio, non poteva innamorarsi di lui, si disse mentre si appoggiava a uno scaffale di metallo. Doveva dimenticare quel bacio ed evitare che il ricordo le si imprimesse nel cuore.
Sperava solo che non fosse troppo tardi.


«Questo dove lo metto?» chiese Gennaro, sollevando una stella da uno scatolone.
«Dove vuoi, tesoro» lo incoraggiò Alice, che a stento riusciva a guardare l'alberello oltre la testa ricoperta di boccoli biondi di Sara. La bambina era ferocemente attaccata al suo collo e non dava segni di volersi unire agli altri. Per fortuna, Alice era riuscita a mettere le lucine prima che quell'amorevole piovra decidesse di catturarla.
«Alice, questo lo voglio mettere lì» decise Sandrino, «ma non ci arrivo!» protestò, rimirando l'angioletto di plastica che non trovava collocazione da buoni cinque minuti.
«Non puoi scegliere un altro ramo?» gemette. Non aveva idea di come aiutarlo senza provocare una crisi di pianto in Sara.
«Ci penso io.»
Alice si irrigidì tutta e si rifiutò di voltare la testa verso la porta della saletta adibita a stanza dei giochi per i bambini a cui si prospettava una lunga degenza.
«Mancava solo il cavaliere dalla scintillante armatura» borbottò, nascondendo il viso tra i capelli della bambina.
«Che cos'è un'armatura?» chiese Sara con la sua vocetta stridula e infantile.
Alice trattenne un gemito di disappunto. Quando avrebbe imparato a stare zitta? I bambini non avevano la misura di cosa andava ripetuto e cosa no.
«È una divisa che indossano i cavalieri per far colpo sulle principesse» rispose Davide, con un tono malizioso che la fece arrossire.
Non guardarlo, si impose. Ma l'aspirante pediatra si avvicinò a lei per scompigliare i riccioli alla bimba e il suo profumo la stordì abbastanza da farle alzare il viso per rintracciarne la fonte.
Cristo, è sempre stato così bello?
«Tutta fatica sprecata, qui non ci sono principesse» si affrettò a dire. Il ragazzo le sorrise con l'aria di chi la sapeva lunga e le voltò le spalle per aiutare Sandrino.
Alice sbatté le palpebre, confusa. Quei denti avevano qualcosa di innaturale. Come avrebbe fatto a ignorarlo se non riusciva a smettere di guardargli la bocca?
Be', non era l'unica cosa che guardò nella mezz'ora successiva. Il dolce fardello che aveva tra le braccia le lasciò solo la possibilità di dirigere i lavori di allestimento dell'albero di Natale. Davide seguiva tutte le sue indicazioni e comandava le truppe di bambini febbricitanti e pustolosi in modo ammirabile.
Alice incontrò qualche difficoltà a non ricambiare i suoi sorrisi, trattenendoli fino al momento in cui il bel medico si distraeva e poteva lasciarsi andare. Era stupendo in mezzo ai piccoli pazienti, e il modo in cui interagiva con loro e riusciva a farli sentire speciali le scioglieva il cuore.
Wow, era cotta, completamente e irrimediabilmente andata.
«Genny, smettila di spostare gli addobbi che ha appeso Gabriele» disse Alice, riprendendo la peste che aveva abbandonato i modi civili e iniziava ad agitarsi.
«No!» urlò il bimbo. Quando si trovava in mezzo ai coetanei, Gennaro regrediva di almeno un paio d'anni. Per rafforzare il concetto le tirò addosso una palla di Natale.
Prima che potesse richiamarlo per il comportamento villano, Davide lo sollevò da terra. L'atmosfera cambiò nello spazio di un secondo.
«Chiedi scusa ad Alice» gli ordinò il dottore. Il piccolo non rideva più e l'espressione di Davide era così severa che lei ebbe pena del bambino.
«Non è impor...»
«Gennaro!»
Una sola parola e il teppista voltò il viso verso di lei con una espressione mortificata che la colpì.
«Scusa, Alice» mormorò, poi Davide lo riappoggiò a terra e indicò agli altri di continuare, ma senza sorridere.
Alice era ammutolita, e anche se il suo cuore tenero avrebbe tollerato, sapeva che il medico si era comportato bene. Si augurò solo che non guardasse mai lei in quel modo, probabilmente avrebbe avuto meno coraggio di Gennaro e si sarebbe messa a piangere.
«Perché sei arrabbiato?» chiese Sandrino a Davide, tirandogli il camice per farsi notare. In effetti, lo separava quasi un metro dal bel viso del pediatra.
«Non sono arrabbiato» lo rassicurò il ragazzo, facendogli l'occhiolino. Alice non riuscì a trattenersi e sospirò. Era estasiata. Per un occhiolino. Roba da matti!
«Hai fatto bene a difendere Alice» approvò il nanetto galante, quello con la madre single che lo stava educando al rispetto per le donne.
«Le principesse vanno sempre protette» rincarò Davide, indirizzandole uno sguardo che avrebbe fuso l'oro.
Alice sorrise divertita, conquistata da quel modo adorabile di provarci con lei. Il ragazzo se ne accorse e le si avvicinò, le labbra piegate in un ghigno malizioso. Cazzo, si era fatta scoprire!
«La prendo io, sei stanca» disse allungando le braccia verso Sara. La bambina si era assopita e non protestò quando Davide se la adagiò sul petto.
Il movimento li avvicinò e il suo cuore iniziò a battere in tonfi sordi e pesanti nel petto. Era sopraffatta dalla presenza di lui, dai mille piccoli gesti che nell'ultima mezz'ora avevano abbattuto una dopo l'altra le sue difese.
«Non puoi rimangiarteli, sai?» le sussurrò Davide. Erano divisi solo dal corpicino di Sara, e non era abbastanza per evitarle di percepire il suo calore.
«Cosa?» chiese turbata, gli occhi fissi in quelli grigi e magnetici di Davide.
«Tutti quei sorrisi.» La voce del ragazzo era dolce come il miele e calda come le fiamme dell'inferno. «L'ultimo mi ha messo K.O., ringrazia che intorno a noi c'è una mezza dozzina di bimbi.»
Alice arrossì. Non le era mai capitato di sentirsi in imbarazzo prima che nella sua vita piombasse il dottor Fiore con il suo fisico da paura, quei denti abbacinanti e quella tenerezza che incantava i bimbi e aveva vinto lei.
«Non montarti, Fiore, è solo il Natale» sussurrò, la voce roca, lo stomaco stretto in una morsa di piacere.
Davide scoppiò a ridere e le indirizzò uno sguardo carico di promesse. «Continua a scappare, la tua resa sarà ancora più dolce.»



Alice aveva sempre associato il Natale alla vita. Non una vita indolente e pigra, ma  concitata, brillante, allegra. In ospedale la gioia si faceva spazio a fatica tra tormenti e affanni, eppure non periva sotto i colpi di una depressione indotta dal dolore e dall'isolamento, era nascosta nella risata di un bambino, nel sorriso stanco di un parente, nei cenni d’intesa dei colleghi... bisognava solo scovarla. Da parte sua, poteva dire di essersi davvero impegnata per portare il Natale in reparto. Aveva dato il via alla sua missione il primo dicembre. Dapprima aveva iniziato a fischiettare a bocca chiusa le canzoni tradizionali alla presenza di medici e infermieri, mentre raccoglieva appunti o eseguiva i suoi compiti giornalieri. Il messaggio subliminale era rimbalzato da bocca a bocca, tanto che aveva beccato Antonella a canticchiare "Deck the Halls".
In seguito aveva lasciato, casualmente, dei volantini che pubblicizzavano mercatini natalizi, eventi in grandi centri commerciali, spunti per idee regalo. Il dottor Grimaldi era capitolato per primo e la seconda domenica del mese aveva visitato con i figli il Villaggio di Babbo Natale. Alice era stata lieta di costatare che il lunedì l’uomo sorrideva di più e Gennaro le aveva spifferato che il medico aveva distribuito cioccolatini sottobanco.
Il terzo punto della missione l'aveva denominato "strappare un sorriso". In quel caso, aveva attinto ai metodi dei piccoli pazienti. Certo, non si era messa a disegnare per i grandi – non ne aveva il tempo – ma ora ogni infermiera aveva l'origami di un alberello natalizio.
Appena il morale era stato più alto, si era lanciata in progetti più importanti come la decorazione delle stanze e l'allestimento dell'albero... fino a quella sera.
Era il 24 di dicembre e i bimbi avevano la loro vigilia di Natale!
Avvolti in pigiami e vestagliette, i mocciosi facevano la fila per una scodella di brodo e un pacchetto di cracker. Poco importava che non potessero abbuffarsi di Nutella e mascarpone: avevano l'albero, il presepe e le canzoni in "inglish" da storpiare a loro piacimento. Loro sì che riuscivano a trovare la felicità in ogni cosa.
Alice attingeva da quell'entusiasmo a piene mani, raccogliendolo nelle stanze del proprio cuore e conservandolo per i momenti tristi.
E non era l'unica. Aveva appena distribuito i cappellini da Babbo Natale e i cerchietti con le corna di renna, quando alla festicciola si era imbucato Davide Fiore.
Non aveva neanche pensato che potesse farsi assegnare il turno quella sera. Non aveva amici con cui festeggiare?
Eh no, Davide non ne sbagliava una, era sempre all’altezza delle più rosee aspettative, sempre giusto e perfetto. Be’, a lei la perfezione faceva paura, non la capiva e ne prendeva le distanze. Era facile fermarsi a un bell’involucro, se invece si fosse permessa di conoscerlo meglio, se ne avesse scovato i difetti, analizzato le ombre, allora sarebbe stato un uomo in carne e ossa, e lei non avrebbe più potuto fingere che non le batteva il cuore quando lo vedeva, che non sognava di lui più spesso di quanto le piacesse ammettere.
Davide Fiore doveva rimanere un sogno, uno troppo inverosimile per poter solo pensare di realizzarlo.
«Ali, perché non giochi con noi?» chiese Gennaro, gli occhi lucidi per la febbre. La ferita infetta non voleva saperne di guarire.
Alice gli accarezzò la guancia, cercando di sorridere anche se la pelle del bimbo scottava. Ancora un’ora e gli avrebbe attaccato la flebo.
«Mi sono presa una pausa» lo rassicurò, poi gli allungò una mano e si fece trascinare in mezzo al gruppo di bambini che circondava Davide.
Il ragazzo stava raccontando “Canto di Natale” di Charles Dickens e si faceva aiutare dai piccini ora per rappresentare il fantasma, ora il vecchio Scrooge.
«C’è spazio per me?» chiese alla platea sovraeccitata.
Davide si interruppe e le sorrise, spostandosi per farle posto accanto a lui sulla panca.
Non poteva fingere di non aver notato il gesto. Rassegnata, si sedette vicino a lui e subito si sentì più calda e… felice.
«Il fantasma del Natale passato lasciò Scrooge da solo» riprese lo specializzando, «e il vecchio fu raggiunto dal… ?»
Un coro di voci esplose nelle parole “fantasma del Natale presente”, declinato nelle varie versioni di chi non riusciva a pronunciare la erre e chi faceva sibilare la esse tra i denti mancanti.
Davide scoppiò a ridere, con quella sua voce calda e pulita che avrebbe ammansito anche una tigre inferocita, e Alice si affrettò a distogliere lo sguardo dal suo viso, dirigendolo su quello dei bambini. Mossa sbagliata, le loro espressioni felici e fiduciose, benché guastate dagli incarnati pallidi e le occhiaie grigiastre, le mozzarono il fiato.
Rapida la commozione le strinse la gola in un nodo e non riuscì a evitare che il mento le tremasse. Cercò gli occhi di Davide in una richiesta di aiuto e, prima che potesse rendersene conto, si trovò stretta a lui, circondata dal suo braccio e con la guancia contro la sua spalla.
Abbassò il volto, in modo che i capelli cadessero a nascondere le lacrime.
«Oooh!» esclamarono i bambini, sorpresi da quel gesto almeno quanto lei.
Davide le accarezzò la schiena in un modo confortante che tuttavia le fece battere il cuore neanche si trattasse del più intimo e lussurioso degli sfioramenti.
«Ha freddo, la sto solo riscaldando» affermò il ragazzo, attirando l’attenzione su di sé. L’ironia nella sua voce poteva sfuggire ai bimbi, ma non lei. E dire che l’aveva ammonita altre volte di trattenersi davanti ai pazienti.
«Secondo me a te ti piace» esordì Gennaro.
«Non si dice “a te ti”» lo corresse Sandrino, che per un vizio di forma non era potuto tornare a casa quella mattina, anche se era completamente ristabilito.
Alice gemette per l’imbarazzo ma Davide, invece di lasciarla andare, la strinse ancora di più. Lei divenne improvvisamente consapevole di quanto fossero vicini e fu sopraffatta dal suo profumo, stordita dal ritmo martellante del suo cuore.
Batte così forte per me?
«Alice piace a tutti, vero?» chiese il dottore e il coro di “sììì” rischiò quasi di strapparle un singhiozzo. Dio, non poteva permettersi di frignare!
«Va’ avanti. Hanno bisogno di ascoltare la tua storia, ne ho bisogno anch’io» mormorò Alice, le labbra contro il collo del dottore.
Davide si irrigidì e per un attimo il suo abbraccio divenne così serrato da provocarle dolore. Poi, riprese a raccontare di viaggi nel tempo e fantasmi.
Alice si staccò da lui e sorrise ai cucciolotti, abbastanza distratti dalla storia da non commentare oltre quel momento, ma non aveva voglia di partecipare al racconto, e Davide non glielo chiese. Sembrava sapere istintivamente che era turbata. E probabilmente sapeva anche di esserne la causa.


Quando i bambini si dispersero per giocare, Alice ne approfittò per una fuga.
Passò dallo spogliatoio, prese la sciarpa e il pacchetto di sigarette e raggiunse la scala antincendio.
Cavolo se fa freddo!, ragionò quando fu colpita dall'umidità. Si sedette su uno scalino di ferro e sibilò mentre il gelo superava il tessuto spesso dei jeans e la feceva rabbrividire. Si sarebbe adeguata! Aveva le guance accaldate e il cervello stava bollendo per la rapidità con cui elaborava pensieri e immagini.
Scartò il pacchetto di Marlboro ma non lo aprì. Erano quasi cinque giorni che non toccava una sigaretta e il bisogno di nicotina le faceva tremare le mani.
Un segno che quello che credeva un passatempo si era trasformato in una dipendenza.
Storse la bocca in un’espressione disgustata. Lei era più forte di così, più forte delle emozioni che l’avevano sconvolta. E non parlava del dispiacere per dei bimbi malati e costretti in ospedale la notte di Natale, chiunque con un briciolo di cuore avrebbe ceduto alla commozione. Ciò che la turbava davvero era l'effetto che Davide aveva su di lei. Si sentiva impacciata, elettrizzata e completamente affascinata. Fin quando non c'erano stati contatti tra loro, era riuscita a nascondere bene i sentimenti conflittuali che nutriva per lui, ma dopo il bacio di dieci giorni prima? Aveva combattuto una battaglia persa in partenza contro il batticuore e le farfalle che le svolazzavano nello stomaco, incuranti che dicembre non era il periodo per darsi alla pazza gioia.
«Hai intenzione di fumare?»
Alice sussultò e il cuore le diede un balzo nel petto. Non aveva visto arrivare Davide, troppo persa a contemplare le linee rosse e bianche del pacchetto di sigarette e a macerarsi al pensiero che... si era innamorata di lui?
«Non ti riguarda» sbottò, alzando il viso per guardarlo negli occhi. Era emozionata? Sì. Sarebbe voluta scappare? Sicuro. Ma non poteva farlo per sempre, tanto valeva sfidare quelle pozze grigie e bellissime che brillavano alla luce dei lampioni arancioni.
«Allora?» le chiese ancora lui, come se non gli avesse risposto.
«No!» esclamò, alzando gli occhi al cielo. «Oggi no» si sentì in dovere di specificare. Non era così presuntuosa da credere che non ci sarebbero state ricadute.
«Brava, sono cinque giorni che resisti, non cedere proprio la notte di Natale.»
«Come sai…»
«Io so tutto di te.»
Alice strabuzzò gli occhi a quella dichiarazione e dovette impegnarsi per non spalancare le bocca. «È una dichiarazione da stalker» affermò stupidamente, e le venne da tossire perché l’aria nei suoi polmoni non era abbastanza per sostenere ben cinque  parole.
Il ragazzo sfoderò l’artiglieria pesante quando le sorrise teneramente. Cazzo, i denti di Davide erano il suo punto debole! Possibile che lui lo sapesse?
«Suppongo di esserlo quando si tratta di te» le disse, stringendosi nelle spalle. Spalle larghe, che riempivano il camice bianco in modo peccaminoso.
Alice non sapeva come prendere quella dichiarazione e si alzò in piedi, tanto per far qualcosa. Ma inciampò e non stramazzò a terra solo perché lui la sostenne, posandole le mani sui fianchi.
Il pacchetto di Marlboro le cadde dalle mani, ma non vi badò, troppo concentrata a fissare gli occhi in cui aveva sperato di specchiarsi sin da quando erano stati presentati per la prima volta. Erano già trascorsi sei mesi, giorno più, giorno meno.
«È bel po’ che cerco di fare colpo su di te, ma sei così dannatamente ostinata» iniziò Davide, e il suo cuore decise di passare da una marcia sostenuta a una corsa sfrenata.
«Ricordo ancora la tua prima settimana di tirocinio. Eri intimidita, ma hai conquistato tutti sin da subito. All’inizio eri la mia ombra. Ti fidavi di me.»
«Eri gentile» mormorò, lisciandogli i risvolti del camice sul petto. Le mani di Davide si incrociarono dietro la sua schiena, premendola contro di lui. Così, non sentiva freddo.
«Poi hai deciso di ignorarmi» continuò, sfiorandole il naso con il suo. Alice lo arricciò e lui le diede un bacino sulla punta. Trattenne un gemito di protesta. Voleva di più.
«Eri gentile con tutte» specificò e Davide le prese le braccia per portarsele dietro al collo.
«E questo è un problema?»
«Sì! Voglio dire no. Allontanati, per favore» protestò, sentendo che le accarezzava la schiena. «Non riesco a parlare sensatamente se mi sei vicino.»
Lui scoppiò a ridere, ma ignorò la sua richiesta. «Continua» la invitò, stringendola ancora di più.
«Ti piace essere adorato» lo accusò, indurendo l’espressione, mentre il resto di lei diventava arrendevole e languido.
«Rispettato» precisò Davide, la fronte aggrottata. Alice iniziò a giocherellare con i capelli alla base della nuca. Morbidi.
«E ti lusinga essere corteggiato» proseguì come se lui non avesse parlato. Forse era di indole gelosa, o forse era pazza di lui. Poco importava, fumava di rabbia ogni volta che qualche ochetta in camice gli si avvicinava.
«Preferisco essere osteggiato da te… è molto più divertente» le assicurò il medico e Alice non riuscì a trattenere un sorriso, un sorriso riluttante e dolce tutto per lui.
Davide ispirò bruscamente, poi rilasciò il fiato e dopo un attimo ritrovò il suo proverbiale equilibrio. Lo rendeva nervoso, buono a sapersi.
«Mi hai ignorato perché sei gelosa?» le chiese, confuso.
Alice fece scivolare le mani sul suo petto e premette per allontanarlo da sé. Inutilmente. «Lasciami, subito!» disse, alterata.
Il ragazzo alzò gli occhi al cielo e scosse la testa. «Smettila di divincolarti! Non ti lascio andare, non più. Dimmi il vero motivo per cui mi sono ritrovato a comportarmi come uno stalker pur di starti vicino. Credo di aver esaurito le scuse per farti assegnare al mio stesso giro visite. E Antonella… sono diventato il suo zimbello!» gemette lui, esasperato.
Non era adorabile?
«Odio i cliché» buttò lì, il tono neutro, come se non avesse appena avuto la conferma che gli piaceva, abbastanza da richiedere la complicità della caporeparto. «Medico e infermiera, è banale!»
Davide ringhiò, un suono basso che le fece attorcigliare le viscere e cedere le gambe.
Si aggrappò alle sue spalle per non cadere. «Okay, okay!» disse, mentre lui la sollevava da terra per portarla alla sua stessa altezza. Circa trenta centimetri più su. «Forse potrei essere un tantino gelosa, ma solo perché sei fastidiosamente perfetto e tutte ti sbavano dietro» disse d’un fiato, le guance che scottavano per l’imbarazzo.
L’angolo della bocca di Davide si piegò in un ghigno vittorioso e molto, molto compiaciuto. Soddisfatto da fare schifo.
«Non sono perfetto, Alice, ma sono contento che tu lo pensi, forse così riuscirò a farti innamorare di me prima che scopri i miei difetti.» Le baciò la guancia, labbra morbide contro pelle infuocata. «E se scappavi per paura della concorrenza, puoi stare tranquilla: non sono sul mercato» concluse, lambendole con la lingua l’angolo della bocca.
«Ah, no?» bisbigliò, lasciando che lui le succhiasse l’aria, la vita. Non era abbastanza.
«No, fin dal giorno in cui mi sono innamorato di un’infermiera con la battuta pronta e gli occhi verdi più dolci che abbia mai visto.»
Alice era persa in un mare di sensazioni, che le ottenebravano la mente e le intorpidivano i sensi, ma quelle parole le sentì bene. «Dottor Fiore, ho un regalo per lei» gli annunciò, prendendogli il viso tra le mani, dopotutto era la vigilia di Natale e lui si era comportato bene. «Però deve promettere che se ne prenderà cura» si raccomandò, guardandolo negli occhi grigi, due pozze piene di desiderio e amore. Per lei, tutto per lei.
«Lo farò» le assicurò, il tono solenne, e Alice gli credette. Annullò la distanza tra le loro labbra e gli donò il suo cuore.
Più tardi, Davide le confidò che quello era in assoluto il regalo più bello che avesse mai ricevuto.




L'autrice:
Angela D'AngeloAngela D’Angelo è nata a Napoli. Laureata in Biotecnologie mediche, fin da bambina scopre la passione per la lettura grazie alle fiabe di Andersen. Ha esordito nel settembre 2014 con Finalmente mio, un racconto erotico pubblicato nella collana Senza sfumature di Delos Digital che è stato per oltre un mese ai vertici della classifica Amazon della sua categoria. Nel gennaio 2015 pubblica A letto con il nemico per Rizzoli Editore, nella collana only digital You Feel. Nel luglio 2015, per la stessa collana, pubblica Ogni maledetta volta, secondo capitolo della Trilogia del Nemico, che si concluderà agli inizi del 2016.
È una delle founder di Insaziabili Letture, un importante blog che si occupa di lettura e scrittura.


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24 commenti:

  1. In una festività come il Natale è stato bellissimo leggere di un background difficile e soffocante come quello di un ospedale, pediatrico oltretutto! Ti ringrazio per averne parlato e in maniera così dolce e rispettosa, donandoci tutta la magia tipica di questa festa.

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  2. Bravissima, Angela! Che bello questo racconto! Molto vero...

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    1. Linda <3 Sono commossa. Un abbraccio forte :*

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  3. Appena letto e l'ho trovato molto, molto carino. Ma non mi aspettavo niente di meno da Angela. Complimenti!!! ^_^

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  4. B-R-A-V-I-S-S-I-M-A!!!mi hai commosso e fato ridere allo stesso tempo con quella testona di Alice e tutti i suoi piccoli pazienti!un racconto di natale più bello dell'altro!

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  5. Meraviglioso! Commovente, romantico, pieno di dolcezza... e poi come si fa a non innamorarsi di Davide? Sono letteralmente caduta ai suoi piedi! ;-)

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    1. Io mi sono innamorata dell'attore a cui è ispirato Davide :P (Liam Hemsworth :D ) Grazie mille Laura, sono contenta ti sia piaciuto il mio bel medico!

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  6. Una storia dolcissima, un amore tenero e vero, un'ambientazione insolita e una scrittura precisa: ecco cosa ho trovato in questo racconto che mi è piaciuto davvero tanto!
    Bravissima Angela, mi hai divertito e commosso.

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  7. Brava Angela! Bella l'ambientazione e il racconto.

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    1. Detto da te... cammino a tre metri dal pavimento! Grazie :*

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  8. Ho gli occhi a cuoricinooooooooooooooooooooooo!!!
    Troppo dolce Gennarino e troppo sexy il dottore!
    Ogni cosa è al suo posto e la tua penna ha prodotto un'altra piccola perla. Bravissima!!!

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  9. Tenerissimo racconto. Mi piace! Brava!

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  10. Il racconto è delizioso, Angela, mi è piaciuto moltissimo! Brava!

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  11. Una bellissima storia dolce e romantica...Bravissima Angela

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  12. Un racconto molto dolce, un'ambientazione insolita, un momento speciale per ricominciare. Brava!

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  13. Che storia meravigliosa.Mi è piaciuto moltissimo, scalda il cuore. Brava!

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  14. Bellissimo, sei una bella scoperta Angela

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