mercoledì 16 dicembre 2015

Romantic Xmas: "LA STELLA DI PONT ROUGE" di Theresa Melville.



Tourangeau. Theresa Melville.
Ritorna con uno spin-off inedito un'autrice che ha conquistato il cuore delle sue lettrici, ritornano i protagonisti della Trilogia Tourangeau!
Un cognome, una famiglia, una storia scritta nel sangue, nelle sconfitte, nelle vittorie... nell'amore. Per la rassegna Romantic Xmas, abbiamo l'immenso onore di ospitare "LA STELLA DI PONT ROUGE", un racconto eccezionale firmato da una scrittrice che ha fatto e continuerà a fare la storia del romance italiano. 

Buona lettura!



Scendeva la sera sul viale sterrato che filava tra i cipressi verso Villa Tourangeau.
Pozze e fango lasciati sul terreno dalla recente nevicata rallentavano il procedere della carrozza. A parte il cigolio delle ruote e lo zoccolare dei cavalli, il silenzio era assoluto, sia fuori, sui campi innevati, sia nell'abitacolo. 
I due passeggeri non si rivolgevano parola, assorti in cupe riflessioni. Avevano già discusso a lungo sullo scopo di quel viaggio, e non aveva senso continuare basandosi su congetture: presto i fatti avrebbero dato ragione all'uno o all'altra.
Il tragitto che da Fontainebleau portava a Chantilly e alle terre dei Tourangeau stava per concludersi.
A causa del freddo intenso di quel dicembre del 1819, il viaggio era stato disagevole, tuttavia, al contrario della giovane donna che lo accompagnava, Luc Giraud non aveva fretta di arrivare.
A destinazione lo attendeva un incarico gravoso. Persone care avrebbero sofferto, tra queste l'uomo che considerava suo fratello: Marcel Bartèn. Non potendo evitargli quella sofferenza, sperava nella sua comprensione, nel suo perdono.
Un tempo Marcel non avrebbe compreso e tantomeno perdonato, non trent'anni addietro, quando nel suo petto ribolliva una mistura micidiale di istinto e di passione.  Quelli erano gli anni della Rivoluzione. Decaduto l'Ancien Régime, mentre giacobini e borghesia governavano la Francia al posto di Luigi XVI, il popolo viveva di stenti in una Parigi dilaniata dalle lotte intestine. Molti erano fuggiti nelle campagne, tra loro un gruppo di ribelli che si era stabilito a Pont Rouge, un borgo immerso nella foresta di Fontainebleau. Il capo di quei ribelli era Marcel Bartén, ex soldato dell'esercito, ex galeotto liberato dai rivoluzionari durante l'assalto alla Bastiglia. Sotto la guida di Marcel e del suo fraterno amico Luc Giraud, la comunità di Pont Rouge era cresciuta in numero di anime e in cattiva fama. Perfino la Guardia Nazionale girava al largo dalla zona, e nei paesi limitrofi si mettevano in guardia i forestieri dal passare quel ponte sulle gole che conduceva al villaggio. Marcel aveva un bel daffare a mantenere l'ordine a Pont Rouge, ma non si risparmiava, e proteggeva la sua gente a costo della vita. Nella primavera del 1794, quell'ordine era stato infranto: una giovane donna, con la sola compagnia del suo cavallo, aveva attraversato di notte il ponte tra le gole. La temeraria era la contessa Cornélie Danterre de Tourangeau. Dal suo arrivo, tutto a Pont Rouge era cambiato.
Venticinque difficili anni erano trascorsi da allora, anni che avevano segnato Luc Giraud sul volto e nel cuore, senza però scalfire l'amicizia con Marcel.
Sballottato dentro la carrozza che arrancava sul terreno accidentato, Luc ripensava a quante volte aveva litigato con Marcel per via della contessa. Aveva ostacolato quell'unione convinto che i due fossero troppo diversi, e insanabili le loro divergenze, ma col tempo si era dovuto ricredere. Marcel e Cornélie avevano infatti superato prove durissime, si erano sposati e avevano avuto una figlia, Julie. Si erano trasferiti a Parigi, ma spesso tornavano a Pont Rouge, e allora nel villaggio era gran festa. Non per tutti: una donna si struggeva di rimpianti pensando al suo amore perduto.          
«Che razza di storia…» mormorò Luc soprappensiero.
La compagna di viaggio si girò a guardarlo. «Cosa borbotti, Luc?»
«Riflettevo su un passato lontano, molto lontano.»
«Quando eri giovane e bello e le donne di Pont Rouge cadevano ai tuoi piedi?»
«C'è poco da sfottere, ragazzina. Al tempo feci la mia parte.»
Lo sguardo ridente dei chiarissimi occhi azzurri parve illuminare l'abitacolo. «So tutto delle tue bravate, sai. In paese ancora se ne parla.»
«Ma senti senti… E chi ne parla?»
«Quei vecchi ubriaconi alla taverna.»
L'uomo ebbe un sussulto e raddrizzò la testa glabra. «Quei vecchi meritano il tuo rispetto, Estelle» l'ammonì agitando l'indice. «Hanno fondato e difeso Pont Rouge, si sono spezzati la schiena nei campi, hanno costruito pietra su pietra la casa in cui nascesti ventitré anni fa e nella quale ancora vivi. Non te lo scordare.»
«Stai pontificando proprio come loro.»
«Io sono uno di loro, perdio!»
Sorpresa dall'impeto della risposta, Estelle si affrettò a scusarsi.
«Perdonami, non volevo essere offensiva» disse conciliante. «Sai quanto conti per me la gente di Pont Rouge… Soprattutto adesso.»
Lui grugnì guardando fuori. Rabbrividì. Era quasi buio, nella carrozza si gelava. Dalla tasca del pastrano prese una fiaschetta e l'allungò alla ragazza.
«Bevi un goccio. Ti riscalderà.»
«Prima tu» gli rispose, e a lui quella premura scaldò il petto più che l'acquavite. «So quanto ti costa essere qui, Luc. Forse ho sbagliato a coinvolgerti, ma non avrei voluto nessun altro accanto in un momento come questo.»
«Dovevi darmi retta e levarti dalla testa questo maledetto viaggio.»
«Lo avrai già detto cento volte, ma ormai siamo quasi arrivati e io tremo dalla testa ai piedi per l'agitazione. Dovresti incoraggiarmi, non darmi il tormento.»
«Sono settimane che cerco di farti cambiare idea. Quanto fiato sprecato!» 
«Ecco che ricominci! Avrei dovuto sbrigarmela da sola.»
«E come? Il tuo mondo si ferma a quei quattro paesi intorno a Fontainebleau, non sai nemmeno com'è fatta una città! Tua madre, pace all'anima sua, ti ha tenuto il guinzaglio corto.»
«Puoi biasimarla, sapendo quello che ha passato?
«Ha avuto vita grama, d'accordo, ciò non toglie che abbia esagerato nel volerti proteggere. Glielo dicevamo tutti in paese, ma Amande non sentiva ragioni. La paura che incappassi in brutte esperienze era come l'amore che provava per te: qualcosa che la sovrastava, che non riusciva a controllare.»
«Sarà pure stata ossessiva, e non nego che avesse un carattere bizzarro, ma è stata una madre meravigliosa, l'unica vera amica che abbia avuto. Parlavamo per ore. Mi raccontava di quando viveva a Parigi, della sua passione per il palcoscenico... E dei sogni che il destino le ha rubato.» La commozione le strozzò la voce.
Sei mesi prima Estelle aveva perso sua madre Amande, uccisa dalla tisi. Del padre, aveva sempre saputo solo che era andato in guerra per non tornare più; ignorava anche il suo nome, prima di leggerlo nella lettera che Luc le aveva consegnato dopo la morte di Amande, come la donna stessa aveva predisposto.
«Dimmi una cosa, Luc: in tutti questi anni, non hai mai sospettato che fosse lui mio padre?»
«Sì, in verità. Più di una volta ho affrontato la questione con Amande, ma lei si ostinava a negare anche quando le facevo notare una certa somiglianza.»
Stupita, Estelle si sfiorò una guancia. «Dici davvero? Gli assomiglio?»
«Hai gli stessi capelli chiari e gli occhi azzurri di Amande, ma lo sguardo e i tratti del volto sono quelli di Marcel.»
«Di lui ho ricordi vaghi. L'ho visto al villaggio qualche volta, ma sempre da lontano. La mamma è riuscita a non farci mai incontrare.»
«È proprio questo il punto.» Luc raddrizzò la schiena schiarendosi la voce. «Mi spiace rimarcarlo, ma è stata Amande a volerti separare da tuo padre. Se gli avesse rivelato la tua esistenza, lui avrebbe trovato il modo di starti vicino, non si sarebbe mai tirato indietro.»
«Anche se aveva una moglie e un'altra figlia della mia età?» Scosse la testa con un sorriso amaro. «Si stenta a credere che io e Julie siamo nate a un mese di distanza l'una dall'altra.»
«Ti ho già raccontato come andò, smetti di rimuginarci» tagliò corto Luc. «Ma deve esserti chiaro che Marcel non ha colpe in questa storia, o perlomeno non sa di averne, come Amande scrisse nella lettera.»
«Non ho mai pensato di andare da lui a recriminare.»
«Allora perché lo vuoi vedere a tutti i costi? Perché sconvolgere la sua vita e quella della sua famiglia? Non hai bisogno di lui, non sei sola. Mi occuperò io di te. Sai quello che provavo per tua madre… Una volta le chiesi di sposarmi, ma lei si rifiutò, altrimenti avrei dato il mio nome a tutte e due.»
«Ed io sarei stata fiera di portarlo.» Si protese a sfiorargli la mano. «L'affetto che ci lega non cambierà mai. Non dubitarne.»
Lui ne dubitava, invece. Lo spaventava l'idea di perderla.
«Te lo chiedo un'ultima volta, Estelle: ripensaci, torniamo indietro.»
Lei rispose pacata: «Ti prego, non insistere. Ormai ho deciso».
«Cristo santo, sei tale e quale a tuo padre! Quando eravamo giovani, a vedergli quel sorriso piatto sulla faccia, lo stesso che ora vedo sulla tua, c'era da aver paura. Alla sua calma seguiva tempesta.»
«Non ci saranno tempeste» lo rassicurò. «Voglio solo creare un rapporto con lui. Credo che la mamma sperasse di riunirci, altrimenti perché rivelarmi la verità in quella lettera?»
«Forse desiderava darti l'opportunità di vivere una vita migliore della sua.»
«Appunto. Mio padre e la sua famiglia non potranno non comprenderlo.»     
«Non si tratta di comprendere la situazione, ma di accettarla. Promettimi che parleremo insieme a Marcel, e solo quando mi parrà il momento adatto.»
«Te lo prometto.»
«Bene. Affronteremo l'argomento tra di noi, senza che il resto della famiglia sia presente. Voglio un bene dell'anima a quelle persone; Laurent e Véronique li ho conosciuti quand'erano bambini e Julie l'ho vista in fasce, tuttavia non so proprio come potrebbero reagire.»
«Li troveremo tutti alla villa?»
«Di sicuro, oltre a Marcel, ci saranno Laurent con la moglie e le figlie, che abitano nella tenuta. Gli altri dovrebbero arrivare a ridosso della vigilia, così mi disse Marcel circa un mese fa offrendomi di passare insieme il Natale.»
Lei si adombrò. «Allora è per questo che siamo venuti con una settimana di anticipo: non volevi che incontrassi la famiglia riunita.»
«Ho cercato di limitare i danni, perché ce ne saranno, sai, e parecchi!»  
«Se speri ancora di farmi cambiare idea, ti sbagli» dichiarò fremendo. «Non voglio nascondermi, non ho nulla di cui vergognarmi. So leggere, scrivere e far di conto, e so badare a me stessa. Mia madre si è fatta in quattro per darmi un'educazione, per far sì che imparassi un mestiere, e quando protestavo diceva che un giorno avrei messo a frutto i suoi insegnamenti. Forse pensava al giorno in cui avrei bussato alla porta di mio padre.»
Luc riconobbe negli occhi di Estelle la caparbia determinazione di Marcel. Mettere in guardia l'amico da quell'istinto cieco e distruttivo non era mai servito, come non serviva adesso con sua figlia. 

«Sei proprio tu, canaglia!»
«In carne ed ossa, Marcel.»
Felici di ritrovarsi, i due uomini si scambiarono un poderoso abbraccio.
«Non credevo che saresti venuto. Un mese fa, quando ti proposi di passare insieme il Natale alla tenuta, mi sembrasti molto incerto.»
«Lo ero, poi mi sono deciso. Avevo voglia di una rimpatriata.»
«Ce la spasseremo, vedrai.»
«Ci conto, amico mio.» Luc abbaiò una risata e gli indicò la ragazza sulla porta della sala. «Come vedi non sono solo. Ho portato con me…»
Ma lo interruppe, entrando, un uomo bruno sorridente. «Luc Giraud! Non credo ai miei occhi!».
«Per tutti i diavoli, Laurent! Fatti guardare, ragazzo. Diamine, l'ultima volta non avevi tutta questa barba.»
«Sono passati alcuni anni» replicò il conte Laurent d'Ovry Danterre de Tourangeau, per poi rivolgersi alla donna che lo seguiva con un bimbo di pochi mesi tra le braccia. «Cara, ti ricordi di Luc Giraud?»
«Come potrei non ricordarlo?» ribatté la contessa Cécile con un gran sorriso. «Il vostro nome ricorre spesso nei discorsi di famiglia, Luc. Sono lieta che siate venuto.»
«Grazie, contessa.» E alludendo al bimbo: «Suppongo che lui sia l'ultimo nato.»
«Infatti. Vi presento il nostro Marc» disse Cècile baciando la testa ricciuta del figlio.
«Mi congratulo. Non sapevo di questa nascita… Ammetto di aver perso il conto.»
«Abbiamo quattro figli» spiegò Laurent. «Dopo la primogenita sono arrivate le gemelle e in agosto è nato Marc. Grazie a lui» sottolineò il conte con fierezza, «la casata dei D'Ovry Danterre de Tourangeau non andrà estinta.»
Irrigidita sulla soglia del salone, con quelle voci gioiose nelle orecchie, Estelle si guardava intorno sconcertata dai sontuosi arredi. Ora le sue certezze vacillavano, e i moniti di Luc risuonavano nella sua mente più minacciosi che mai. Perlustrando con gli occhi la magnifica sala, si vide riflessa in una specchiera gigantesca con un'aria smarrita da far pietà, tanto che stentò a riconoscersi.
Allora si scosse, raddrizzò la schiena, tirò indietro il cappuccio del mantello scoprendosi la testa. Così facendo guardò in alto e vide alle pareti i ritratti di severi personaggi che sembravano scrutarla con malignità.
La colpì il volto di donna raffigurato nel dipinto appeso sul camino: un ovale perfetto dall'incarnato niveo, una massa di riccioli rossi sciolti sulle spalle e due occhi di smeraldo. Estelle la riconobbe subito, malgrado l'avesse vista poche volte molti anni addietro: era la contessa Cornélie Danterre de Tourangeau, la prima moglie di Marcel Bartén, morta a quarant'anni cadendo da cavallo. L'espressione decisa di quel viso la suggestionò al punto che ignorò l'impaziente esortazione di Luc.
«Estelle, ragazza mia, avvicinati! Cosa fai lì impalata col naso per aria? Vieni a conoscere i padroni di casa.»
Lei trasalì sotto gli sguardi perplessi dei presenti trovandosi a corto di parole, ma presto si riprese, e la sua voce si levò limpida e ferma.
«Vogliate perdonarmi. Sono frastornata per via del lungo viaggio e sbalordita dalla magnificenza della villa.» Intanto attraversava la sala per raggiungere il gruppetto. «Signor conte, signora contessa, generale Bartén, vi ringrazio per accogliermi senza alcun preavviso.»
«È un piacere avervi qui» replicò il conte Laurent facendole un breve inchino. «Luc fa parte della famiglia e i suoi amici sono i nostri. Siete anche voi di Pont Rouge, signorina Estelle?»
«Sì, signor conte. Vivo a Pont Rouge, dove sono nata.»
Una scintilla di interesse accese il volto di Marcel.
«La vostra fisionomia non mi è nuova» commentò. «Sono quasi certo di avervi già veduta, eppure mi sfuggono le circostanze.»
«Probabilmente ci siamo incrociati durante una delle vostre visite a Pont Rouge, generale Bartén.»
«A proposito…» intervenne Luc togliendo intenzionalmente la parola alla ragazza. «Marcel, da quanto tempo manchi dal villaggio?
«Da circa tre anni. Condussi Domitilla a Pont Rouge subito dopo le nozze per mostrarle i luoghi della mia giovinezza.»
«Ora ricordo. Dimmi, come sta tua moglie?»
«Ottimamente. Si trova a Parigi, assorbita dalle feste natalizie di beneficenza che organizza insieme a Véronique. Entrambe ci raggiungeranno tra qualche giorno con Christian e la piccola Dorine.»
«Le mie figlie non vedono l'ora di passare un po' di tempo con la cuginetta» disse la contessa Cécile rivolgendosi a Estelle. «Il Natale a Villa Tourangeau è una gran baraonda, sapete. Spero vi piacciano i bambini, perché qui ne ce ne saranno in cospicuo numero e chiassosi.»
Come a voler sottolineare quella frase, il piccolo Marc cominciò a piagnucolare e ad agitarsi tra le braccia della madre, stropicciandosi il naso con le manine.
«Sembra che il vostro piccino sia molto raffreddato, contessa» mormorò Estelle osservando il bimbo. «Credo che respiri male. Riuscite a fargli fare i fumenti?»  
«Per carità! Come lo avvicino al catino, sono urla e strepiti. So che dovrei tapparmi le orecchie e costringerlo a respirare i vapori, ma non resisto a sentirlo piangere in quel modo.»
«Per caso, bollite le foglie di eucalipto?»
«Sicuro, foglie di pino e di eucalipto.»
«Se permettete, vi sconsiglio l'eucalipto: l'odore è piuttosto forte, i bambini lo tollerano a fatica. Quanto al pino, è meglio usare le gemme al posto delle foglie.»
«Davvero? Non ne avevo idea!»
«L'aroma che si sprigiona dalle gemme è meno penetrante. In alternativa, vi suggerisco di utilizzare la viola mammola. Ai bambini piace molto il suo profumo. Potete usare i fiori per i fumenti e per gli infusi. Le foglie tritate e impastate con il miele sono invece molto utili per sfiammare le pelle arrossata. I risultati sono eccellenti, vi stupiranno.»
La contessa Cécile rimase favorevolmente colpita dalla garbata esposizione.
«Grazie, mia cara, proverò senz'altro i vostri rimedi. Si direbbe che abbiate vasta esperienza in materia di erbe officinali. Come mai?»
«Sono un'erborista. Ho imparato a riconoscere i fiori e le piante prima che a leggere e a scrivere.»
«L'argomento mi appassiona moltissimo! Spero che nei prossimi giorni ne riparleremo, sempre che siate disposta a rivelarmi qualche vostro piccolo segreto del mestiere.»
«Ne sarò felice.»
Con malcelato orgoglio, Luc cinse le spalle della sua protetta dicendo: «Ci sa fare con le erbe, la nostra Estelle. Ha un intuito particolare per capire i problemi di salute e trovare le cure più efficaci, una specie di fiuto, che sembra fallisca di rado. Vengono dai paesi vicini per acquistare i suoi preparati.»
«Via, Luc, non esagerare…»
«Non sto esagerando. Hai un dono, ragazza mia, perché nasconderlo?» Tornò a rivolgersi agli amici: «Volete sapere come la chiamano? La "Stella di Pont Rouge", ecco come!»
«Tutto ciò è straordinario!» gongolò Cècile. «Mio caro Luc, ci avete fatto davvero un bel regalo di Natale portandoci la signorina Estelle.»
La contessa cominciò a fare fitti programmi per i giorni a venire, inclusa una gita nei dintorni per raccogliere erbe. 
Il conte Laurent condivise senza riserve l'entusiasmo della moglie e propose un itinerario nei boschi.  
Diversamente, Marcel si teneva in disparte fumando un grosso sigaro, osservando meditabondo la giovane erborista.
«C'era una donna a Pont Rouge» disse d'un tratto. «Anche lei faceva medicamenti con le piante.»
Luc gettò una rapida occhiata all'amico, che ricambiò torvo.
Si chiese allora se lui non avesse già intuito la vera identità di Estelle, e si augurò che così non fosse. Era troppo presto per affrontare la dolente verità. Marcel doveva prima capire che la ragazza aveva un cuore buono, che era disperata per la morte della madre e affamata di affetto, che non voleva nuocere, solo conquistare l'amore di un padre che per tutta la vita le era mancato.
Estelle aspettava suo padre da ventitré anni. Quell'attesa era finita. Per timore di non riuscire a tener fede alla promessa fatta a Luc, non replicò a Marcel, ma con gli occhi gli lanciò una folgore che lo colpì dritta al cuore.
Sul momento, lui non seppe spiegarsi l'emozione che lo avvinse. Mentre un'ipotesi assurda prendeva forma nella mente, faticava a calmare l'affanno, aspettando che il cuore rallentasse il forsennato battito.
«Seguimi, Luc» disse con voce incolore avviandosi verso la parte opposta della sala, dov'era il mobile dei liquori. «Fammi compagnia con un bicchiere di cognac.»
Si allontanarono per raggiungere un angolo appartato dove avrebbero potuto parlare sottovoce senza essere ascoltati.
Intanto Laurent riprendeva il discorso rimasto in sospeso.
«Ricordo anch'io la donna di cui parlava poc'anzi Marcel. Si chiamava Amande, abitava in una casa con un giardino selvaggio tutto intorno. Il profumo delle spezie si sentiva dal sentiero.»
«Ricordate bene, signor conte. Quella scia di aromi conduceva dritta fino a casa nostra.»
«Casa vostra? Quindi voi…»
«Amande Seguy era mia madre. Erbe, fiori e piante non avevano segreti per lei, che mi ha insegnato tutto ciò che so.»
«La figlia di Amande, ma certo! Ci sarei potuto arrivare da solo. La somiglianza con vostra madre è impressionante.»
«Lo considero un grande complimento. Vi ringrazio.»
«Avete parlato di lei al passato» mormorò Cècile. «Mi pare di capire che vostra madre non sia più con noi.»
«Purtroppo è morta di tisi sei mesi fa.»
«Oh, mia cara, quanto mi dispiace! Immagino che stiate passando un momento di grande sofferenza.»
«È così, infatti. Mia madre e io eravamo molto unite. Lei è sempre stata la mia guida.»
«E continuerà a esserlo, siatene certa.»
«Grazie per le vostre parole, contessa.»
«Chiamatemi Cécile, volete?»
In quel momento giunse loro il rumore di passi frettolosi che si avvicinavano, poi una giovane donna dai capelli rossi raccolti in una lunga treccia entrò a precipizio nel salone.
«Ma allora è vero!» esclamò raggiungendo Luc e Marcel che stavano ancora confabulando distanti dagli altri. «Quando il maggiordomo mi ha detto del tuo arrivo, non riuscivo a crederci. Che gioia rivederti, Luc!»
L'uomo aprì le braccia. «È una gioia anche per me, Julie. Ti credevo a Parigi.»
«Era in programma che mio marito e io venissimo alla vigilia, ma all'ultimo ho  cambiato idea. Sono arrivata da sola due giorni fa con l'intenzione di passare un po' di tempo con mio padre. Ultimamente lo vedo così poco!»
Marcel non replicò, forse nemmeno sentì le sue parole. Sconvolto da quanto Luc gli aveva appena detto, tornava verso il gruppo lentamente, il capo chino, le spalle curve come sotto un grosso peso. 
Vedendolo così abbattuto, Luc maledisse Amande, se stesso e il giorno in cui aveva consegnato a Estelle la lettera rivelatrice. Ma ormai non si poteva più tornare indietro, e il peggio doveva ancora venire.    
Prese coraggio. «Julie, vorrei presentarti la persona con cui sono venuto.»
Estelle si avvicinò intrecciando le mani per nasconderne il tremore. Non si aspettava di conoscere la sorellastra così presto, né di sentirsi tanto turbata al suo cospetto.
Amande e Cornélie erano state acerrime rivali per amore di Marcel, che aveva scelto la contessa. Amande non si era mai rassegnata; la maternità aveva portato nella sua vita una felicità senza eguali, ma gelosia e livore non avevano smesso mai di torturarla. 
Ora Estelle e Julie, figlie delle due antagoniste, si trovavano faccia a faccia.
Erano così somiglianti alle rispettive madri, che Luc, guardandole, ebbe l'impressione di tornare indietro alla primavera del 1796, quando a Pont Rouge si erano intrecciati i destini di Marcel Bartén, Cornélie Danterre de Tourangeau e Amande Seguy. Sul finire dello stesso anno, a circa un mese l'una dall'altra, erano nate Julie ed Estelle.      
«Julie Bartén Rabeau, ti presento Estelle Seguy» disse Luc solennemente.
Le due si scrutarono con curiosità, guardinghe. Avvertivano qualcosa di strano nell'aria, nella commozione di Luc, nella cupezza di Marcel.
Julie fu schietta. «Benvenuta! Da dove venite, signorina Estelle? Raccontatemi di voi.»  
Ma un altro rispose in vece sua.
«Estelle viene da Pont Rouge» dichiarò Marcel. «È tua sorella.»
Il tempo sembrò fermarsi sospeso nel silenzio.
Seguì la ribellione di Julie. «Io non ho sorelle. Scommetto che lei sia l'unica a sostenerlo… Luc, come ti è venuto in mente di portarci in casa un'imbrogliona?»
«Forse dovresti aspettare di conoscere tutta la storia, prima di esprimere giudizi.»
«Padre, si può sapere di quale storia sta parlando?
«Sono sconvolto quanto te, Julie. Ignoravo l'esistenza di Estelle prima di stasera, tuttavia… Sì, è figlia mia.»
«Non è possibile! Lei sembra avere più o meno la mia età, al tempo eri sposato con la mamma.»
«Non lo ero ancora quando accadde il fatto, nel marzo del 1796. Tua madre e io avevamo avuto un violento litigio. Credevo che avessimo chiuso definitivamente, così lasciai Parigi e tornai a Pont Rouge. Lì rividi Amande, con la quale avevo avuto una relazione anni prima. Una sera lei mi trovò alla taverna ubriaco fradicio e mi portò a casa sua. Mi sono svegliato nel suo letto, ma della notte appena trascorsa non ricordavo nulla. Quel giorno mio fratello e Cornélie vennero a cercarmi al villaggio e mi trovarono in casa di Amande. Lei negò che tra me e lei fosse successo qualcosa, disse che si era limitata a darmi un tetto sotto il quale smaltire la sbornia. Le credetti. Le credette anche tua madre, tanto che ci riconciliammo e pochi giorni dopo ci sposammo a Samoreau.»
«E in tutti questi anni un sospetto non ti ha mai sfiorato?»
«Non avevo motivo di sospettare alcunché: Amande mi ha tenuto all'oscuro di tutto.»
«Faccio fatica a crederti, padre.»
«Sta dicendo il vero» intervenne Estelle. «Mia madre ha mantenuto il segreto fino a pochi giorni prima di morire, quando scrisse quella lettera. Luc può confermarlo.»
«Sicuro, andò così. Dopo aver saputo la verità, Estelle ha ragionato a lungo sulla possibilità di venire a conoscere suo padre. Infine ha deciso di farsi avanti e a quel punto ho voluto accompagnarla.» Allargò le braccia con l'espressione costernata. «Forse avrei dovuto scriverti, Marcel, ma lo sai che con carta e penna non ho dimestichezza... Mi dispiace tanto, amico mio.»
Lui lo tranquillizzò posandogli una mano sulla spalla. «Va bene, Luc, non stare a scusarti. E voi, signorina… Estelle…»
«Credo basti che mi chiamiate per nome» gli disse con un sorriso sofferto.
Marcel la fissò a lungo, ancora incredulo.
«Cristo santo» mormorò poi, e bevve d'un fiato ciò che restava del suo cognac.
La contessa Cècile, da donna pratica qual era, propose che Marcel passasse del tempo da solo con Estelle. Nel frattempo, gli altri avrebbero cercato di riordinare le idee.
Tutti approvarono. Marcel ed Estelle vennero lasciati da soli nel salone, mentre Luc e Laurent andarono nella sala del biliardo.
Julie salì di corsa al piano nobile e si chiuse nella propria suite.
Cècile lasciò che la cugina riflettesse in solitudine. Portò il figlio nella nursery, dispose che le bambine non disturbassero il padre e cenassero senza gli adulti, i quali avrebbero consumato il pasto in seguito.
In capo a una ventina di minuti raggiunse Julie, trovandola in uno stato di grande nervosismo. 
«Cerca di calmarti» esordì una volta entrata nella stanza. «Capisco che la situazione sia spinosa, ma, mia cara, non è questo il modo di affrontarla.»
In preda all'ansia, Julie non le dava ascolto. Camminando su e giù per la stanza, macchinava fosche congetture.
«Dovrei essere al fianco di mio padre. Non mi fido di quella
«Ho scambiato due parole con Estelle prima del tuo arrivo, e non mi è sembrata male intenzionata. Credo che dovresti darle una possibilità.»
«E accettarla in grembo alla famiglia come se niente fosse? Inconcepibile.»
«Per favore, smetti di fare avanti e indietro o mi farai venire un capogiro.» Sedette sul divanetto nel bovindo. «Vieni accanto a me, ragioniamo tranquillamente.»
«Tranquillamente?!» esclamò la cugina sedendo sul sofà. «Mi sta crollando il mondo addosso!»   
«Devi farti forza. So che non è un periodo facile per te, ma nessuno è responsabile di quello che stai passando, tantomeno Estelle. Bisogna avere pazienza, dare tempo al tempo.»
Julie si prese il volto tra le mani e pianse. Motivo del suo profondo sconforto, non era tanto Estelle, quanto una gravidanza interrottasi incidentalmente un anno prima. Il dolore per la maternità mancata era acutizzato dal fatto che non riusciva a restare di nuovo incinta. Il medico le aveva detto che l'agitazione non giovava alla salute, ma lei non si dava pace, e la sua salute peggiorava. 
«Ci mancava solo questa…» mormorò tra le lacrime. «Una sorellastra!»
«In fondo non è così male.»
«Non starai dalla sua parte, spero!»
«Diciamo che non le sono ostile.»
«Dovresti, invece! Quella donna non ha niente da perdere e non si farà alcuno scrupolo, proprio come sua madre all'epoca. Lo hai sentito, no? Amande approfittò del fatto che mio padre fosse ubriaco per portarselo a casa e circuirlo.»
Cècile si volse a guardare dalla grande finestra il giardino sottostante immerso nell'oscurità. «Inutile dire che per fare certe cose bisogna essere in due, e consenzienti» disse adagio.
«Non c'era bisogno di essere esplicita.»
«Vorrai scusarmi se lo sarò ancora, Julie. Da un certo punto di vista, il silenzio di Amande è da apprezzare. Quella donna avrebbe potuto distruggere il matrimonio dei tuoi genitori con una parola, ma non l'ha fatto. Dio solo sa se ha taciuto per orgoglio o per il troppo amore per Marcel, in ogni caso, invece di pretendere da lui denaro e attenzioni, gli ha risparmiato lo scandalo e ha cresciuto sua figlia da sola, facendone, a mio parere, una ragazza con la testa sulle spalle.»
«Questo è troppo!» Julie scattò in piedi piccata. «Dovrei anche farmela piacere?»
«Lei mi sembra meritevole. Se c'è qualcuno che non ha responsabilità in questa vicenda, siete proprio tu ed Estelle. Quanto al suo ardire di presentarsi qui, puoi davvero condannarla?»
Julie mise le braccia conserte dando le spalle alla cugina. «Ne ho abbastanza di parlare di Estelle. Non dispiacerti, ma vorrei restare sola.»
«Come preferisci. Manderò Lisette ad avvisarti quando sarà pronta la cena.»
«Non serve. Non scenderò per cena. Ho la nausea e un forte mal di capo.»
«Vorrei poter fare qualcosa…» Si avvicinò per farle una carezza, ma Julie restò impassibile. «Ti andrebbe una tisana?»
«Grazie, ma andrò subito a letto. Buonanotte.»   
Cécile bisbigliò un saluto e lasciò con mestizia la stanza.
Era consapevole di essersi espressa senza mezzi termini, ma non pentita. La situazione andava affrontata con realismo. Conosceva Marcel tanto da sapere che non avrebbe mai respinto una figlia anche se illegittima, e che se ne sarebbe preso cura a prescindere dall'approvazione di chiunque, inclusa Julie. Le sorellastre dovevano pertanto trovare il modo di coesistere. Sperava di non essersi sbagliata a giudicare Estelle, che le aveva fatto un'ottima impressione, malgrado ciò credeva fosse necessario approfondire le sue finalità.
Una casa, un vitalizio, il nome dei Bartén… Cosa avrebbe cercato di ottenere Estelle dal ritrovato genitore? Forse ella ignorava che, defunta la contessa Cornélie, le ricchezze dei Danterre de Tourangeau non erano più appannaggio del generale napoleonico Bartén, cacciato dall'esercito quando Luigi XVIII era salito sul trono di Francia. Solo per intercessione di un amico, il generale Foy, un liberale vicino al governo, Marcel era scampato alla persecuzione del Terrore Bianco messa in atto nel 1816 dagli antibonapartisti. Adesso egli viveva nel benessere con la seconda moglie Domitilla grazie alla rendita di alcune proprietà, ma non si poteva definire ricco.
Determinata a sondare quella sera stessa le intenzioni di Estelle, Cècile restò delusa nell'apprendere che la giovane donna, proprio come Julie, non avrebbe cenato con la famiglia.
Fu Marcel a dare la notizia prendendo posto alla tavola imbandita
«Estelle si scusa con voi tutti, ma era molto stanca, perciò salterà la cena e resterà in camera propria.»
«È curioso che Julie abbia preso la stessa decisione» osservò la contessa.  
«Mi sono fatto l'idea che quelle due abbiano più cose in comune di quanto siano disposte a riconoscere.»
«Ti sono entrambe figlie, dopotutto» disse Luc alzando il calice di vino. «Bevo alla loro salute.»
Marcel brindò: «Alle mie figlie». Il suo sorriso era cauto ma sincero, segno che la lunga chiacchierata con Estelle lo aveva rinfrancato.      
«Non oso immaginare cosa accadrà quando tua moglie Domitilla, Véronique, Antoine e gli altri arriveranno da Parigi…» fu il commento sornione del conte Laurent. «Che Dio ci aiuti!» e sollevò il bicchiere. 
 
Quella notte soffiò vento da nord. Gelide raffiche sferzavano porte, balconi e vetrate, insinuandosi nelle fessure e smorzando le braci nei camini dei saloni, dove il calore svaniva in fretta. Nelle stanze da letto, anche sotto le pesanti coltri, si tremava intirizziti.  
In tutta la villa non c'era luogo più caldo e confortevole della cucina, dove il tepore di camini, stufe e fornelli persisteva fino a notte fonda.
Julie vi giunse intorno a mezzanotte stretta nella vestaglia di damasco color ciliegia, facendosi luce con un candelabro. Aveva gli occhi segnati dall'insonnia e il volto di insolito pallore incorniciato dalla chioma fulva e vaporosa sciolta sulle spalle.
Aveva ancora lo stomaco sotto sopra, ed era digiuna. Sperava che una tazza di latte caldo potesse attenuare il malessere che l'affliggeva già da qualche tempo.
Entrata in cucina, trovò una lampada accesa sul tavolo.  
«Chi c'è?» domandò scrutando la penombra. «Lisette, sei tu?» Suppose fosse la domestica.
La risposta giunse da un angolo buio della grande stanza: «No, non sono Lisette».
«Palesatevi, dunque!» esclamò Julie col cuore in gola, sollevando in alto il candelabro.
Una figura inquietante sbucò allora dalla semi oscurità con indosso un mantello da viaggio sulla lunga camicia da notte. «Sono Estelle.»
«Voi! Cosa fate qui a quest'ora?»
«Non ho cenato, mi sono svegliata per la fame. Stavo cercando il latte.»
«Mi avete fatto accapponare la pelle con quel mantello addosso.»
«Mi spiace di averti spaventata, ma il mantello è l'indumento più pesante che ho.»
«Perché mi dai del tu?»
«Mi è venuto spontaneo. Siamo sorelle, a quanto pare. Tuo padre dovrebbe avertelo spiegato.» 
«Non ho parlato con lui. Non sono scesa a cena.»
«Nemmeno io e ora sto morendo di fame» replicò in tono spiccio la ragazza. «Mi diresti per favore dov'è il latte?»
Julie la guardò storto posando il candelabro sulla tavola. «Il bricco dovrebbe essere nella credenza sotto la finestra.»
Le indicazioni erano giuste.
«L'ho trovato. Ne vuoi?»
«Proverò a berne qualche sorso sperando di non stare peggio.»
«Qual è il problema?» domandò Estelle mettendo a scaldare il latte.
«Ho mal di stomaco.»
«Ah. E dove?»
«Come sarebbe a dire "dove"?» replicò spazientita Julie toccandosi la pancia. «Qui, allo stomaco!»
«Non c'è bisogno di alterarsi. Servono le tazze, piuttosto.»
 Sbuffando, Julie si chinò per prendere le tazze in uno stipo. Quando si rialzò, una vertigine la costrinse ad appoggiarsi alla parete.
Estelle corse a sostenerla. «Coraggio, ti aiuto io. Vieni a sederti.»
«Grazie. Non so cosa mi sia preso» sussurrò Julie crollando di peso sulla sedia.
«Ti è già successo?»
«Sì, ma passa in fretta.»
Con aria dubbiosa, Estelle si girò a osservare gli scaffali e, visto il barattolo del miele, andò a prenderlo.
«Invece del latte, prova del miele.»
Julie obbedì senza discutere, dopo si sentì in effetti meglio. Il suo viso riprese colore.
Sedevano adesso ai lati opposti della tavola davanti a due tazze di latte, a un piatto di biscotti e a un barattolo di miele.  
«Cos'altro ti senti?»
«Sono solo stanca. Smetti di fissarmi.»
L'altra scosse la testa. «Strano» mormorò.
«Non c'è proprio niente di strano in me.»
«Hai il viso e il collo gonfi…» Allungò il dito indice e glielo premette sul dorso della mano. «Anche le mani, mi pare.»
«Sono gonfia dappertutto, se la cosa ti interessa. È colpa dei miei nervi, e tu stai peggiorando le cose.»
«Non preoccuparti, sorellina. Toglierò il disturbo prima di Natale.»
Julie restò interdetta. Non si aspettava una soluzione così rapida.
«Te ne vai sul serio?»
«Non ho altro da fare qui.» Scrollò le spalle con falsa noncuranza. «Ritornerò a Pont Rouge e tutti voi potrete fingere che io neppure esista.»
«Conosco mio padre, so che lui non potrà e non vorrà fingere che tu non esista.»
Estelle sorrise. «Francamente è ciò che spero.»
«Oltre a sperarlo, potresti pretenderlo.»
«Quello che vorrei da lui, non si pretende. In caso, il generale sa dove trovarmi.»
«È così che lo chiami?» rise Julie. «Il generale?»
«Non saprei in quale altro modo chiamarlo. Mi viene più facile pensare a te come una sorella, che a lui come un padre. Buffo, non trovi?»
«Non saprei. Io ho sempre desiderato una sorella. Quando è morta mia madre, se avessi avuto una sorella…» S'interruppe mordendosi il labbro. «Scusami. Dimenticavo che anche tu hai passato quel calvario.»
Il bel viso di Estelle si contrasse in una smorfia dolorosa. «Per essere due sconosciute, ne abbiamo di cose in comune.»
«Già.» Julie esitò, trasse un respiro profondo. «Oh santo cielo, ci mancavano le lacrime!» All'improvviso aveva gli occhi lucidi. «Te l'ho detto che sono fragile di nervi, non riesco a controllarmi.»  
Estelle la fissò attentamente, poi svelta si alzò, fece il giro del tavolo e si chinò ad annusarle il collo.
Julie sobbalzò sulla sedia. «Cosa stai facendo?»
«L'odore della pelle dice molto sulle condizioni di salute di una persona.»
«Mi stai facendo preoccupare.»
«Oh, non ne hai motivo» la rassicurò mentre tornava a sedersi. «Starai benone, dovrai solo pazientare per i primi mesi.»
«Ti dispiacerebbe spiegarmi?»
«Te la faccio io una domanda, Julie: quando è stata l'ultima volta che hai avuto i tuoi disturbi mensili?»
«Io… non lo so, non ci ho badato. Perché lo vuoi sapere?» E mentre lo chiedeva, da sola si diede la risposta. «Non crederai che sia…»
«Sì, credo proprio che tu sia incinta. Mi è capitato spesso di seguire donne in stato interessante e al riguardo ho acquisito una certa pratica. A giudicare dalla tua espressione, però, non mi sembra che la notizia ti rallegri.»
«Rallegrarmi?» esclamò Julie commossa. «Sarei la donna più felice del mondo se davvero fosse come dici, ma l'anno scorso ho avuto una gravidanza che si è interrotta spontaneamente. È stato un brutto colpo per me quanto per mio marito Tristan, e ancora ci soffriamo. Perciò non voglio illudermi.»
«Mi dispiace tanto. Mi dicono che sia un'esperienza terribile.» Di slancio allungò la mano sul tavolo e coprì quella di Julie, che non si sottrasse alla carezza. «Nel caso io abbia visto giusto, potrei suggerirti delle accortezze per proteggere la tua salute e quella del tuo bambino.» 
Julie era troppo emozionata per parlare. Si limitò ad annuire sorridendo, con un nodo in gola che non voleva sciogliersi.
Nei minuti che seguirono, gustarono in silenzio la benefica atmosfera che si era creata nella stanza.
Intingevano i biscotti nel latte osservandosi da un lato all'altro del tavolo. Notarono alcuni dettagli dei rispettivi volti, la linea marcata delle sopracciglia, l'arco del labbro superiore, e parve loro di ravvisare qualche somiglianza.
Sorelle!
«Perché non resti?» domandò Julie a bruciapelo.
Estelle non era certa di aver capito bene. «Restare qui alla villa?»
«Sì, per passare il Natale insieme.»
«È bello che tu me l'abbia chiesto, ma dubito che sia una buona idea: le cose potrebbero complicarsi quando arriverà il resto della famiglia. Lo scopo del mio viaggio era conoscere mio padre. Ci sono riuscita, questo è l'essenziale. Non voglio creare altri problemi.»
«Non è detto che succeda. Il clima natalizio è di per sé pacifico… Dovresti approfittarne.»
Estelle tentennò. Pensò alla casa di Pont Rouge, alle stanze in cui era cresciuta, e di colpo la prese la malinconia.
«Questo è il primo Natale che passo senza mia madre. Mi ero preparata ad affrontare un giorno molto triste.»
«Una ragione in più per rimanere.»
Un sorriso divertito rilassò l'espressione di Estelle. «Non ti dai per vinta facilmente, vero?» Risero entrambe. «Mi piacerebbe conoscerti meglio, Julie, e anche questa sarebbe un'ottima ragione per restare.»
«Cosa aspetti a decidere? Ti prometto un Natale memorabile.»
Estelle non rimpianse la scelta di trascorrere il Natale a Villa Tourangeau, dove gettò le basi di un rapporto di fiducia con suo padre e scoprì di avere con Julie insospettate affinità.
Il suo famoso istinto clinico si rivelò ancora una volta veritiero: nell'estate del 1820 assistette alla nascita di Edouard, il primogenito di Julie e Tristan.   
Il legame tra le due sorelle si sviluppò negli anni a venire tra gli alti e bassi degli affetti veri, quelli solidi in letizia e nelle avversità, quelli che mai tradiscono.

  

 
L'autrice:
Maria Teresa Casella, anche nota come Theresa Melville, è nata e vive a Roma. Dopo la maturità classica, si diploma in giornalismo presso il CISOP - Centro Internazionale Scienze dell'Opinione Pubblica. Esordisce nel giornalismo sportivo e di costume. Lavora in pubblicità come copywriter. Cura per otto anni l'Ufficio Stampa e Pubbliche Relazioni della Yves Saint Laurent Italia e nel frattempo, sotto pseudonimo, pubblica romanzi rosa ed erotici con diverse case editrici. Svolge incarichi come ghostwriter. Dagli anni novanta intraprende a tempo pieno la professione di scrittrice, decisione coincidente con l'uscita di Anima prigioniera, il suo primo romance storico pubblicato da Mondadori e firmato come Theresa Melville, pseudonimo caratteristico della sua produzione nelle collane da edicola. Per la Mondadori, l'autrice ha pubblicato ad oggi ventisei romanzi storici e due racconti in altrettante antologie. Con il suo vero nome firma i romanzi e i racconti noir. Il suo primo romanzo noir L'Amore obliquo, prima edizione, esce per Emmabooks nel 2011. 
Dal 2011 al 2013 ha curato la rubrica "Consigli di scrittura" sulla rivista Romance Magazine - DelosBook.
Dal giugno 2103 al marzo 2014 ha diretto la collana di narrativa Fleurs - Mezzotints Ebook.  
E' una delle nove socie fondatrici di EWWA, European Writing Women Association, l'associazione di professioniste della Scrittura istituita a Roma nel settembre 2013.
Nel giugno del 2015 Leggereditore ha pubblicato una nuova edizione del romanzo storico Leggenda di sangue e amore.



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13 commenti:

  1. Care ragazze di Insaziabili, con emozione indescrivibile sono tornata al romance dopo due anni dedicati quasi esclusivamente al genere noir. Questo ritorno, e questa grande emozione, li devo ad Angela, che ringrazio dal profondo del cuore. Buona lettura!

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  2. a differenza degli altri racconti fin qui pubblicati che avevano per protagonisti storie d'amore,questo mi è sembrato il giusto finale di una storia iniziata 23 anni prima che doveva vedere la luce!

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    1. Ti ringrazio per l'apprezzamento, Michela. In realtà, la storia di Estelle, un personaggio del inedito rispetto alla trilogia, non è che una piccola parte delle avventurose vicende della famiglia Tourangeau, che cominciano negli anni della Rivoluzione francese per finire col tramonto dell'impero napoleonico... Se sei curiosa, sul mio sito trovi le trame dei tre libri disponibili in ebook. Ancora grazie, cara :)

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    2. Dal racconto si capiva che faceva parte di una bella e intrigante saga!sono un'amante della storia francese del post e prima della rivoluzione francese!in passato mi sono letta le storie legate a tutte le regine di Francia e cortigiane!farò sicuramente un salto sul sito a sbirciare!ps:la mia lista di libri assolutamente da leggere non finirà mai!!

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    3. Anch'io sono appassionata di quel periodo, Michela! Permettimi di suggerirti un testo, sempre che tu già non lo conosca: il titolo è "Napoleone", si tratta un romanzo-documento di Guido Gerosa, un libro straordinario. Buona lettura, cara, e ancora grazie!

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  3. Cosa dire quando si legge una "storia"? Pochi tratti la dicono lunga sulla bravura dell'autore, della sua capacità di mostrare un'intera scena: personaggi, sfondo, oggetti. Nulla è lasciato al caso e tutto scorre senza alcun intoppo, con coerenza di linguaggio e ambientazione. Anche se non la si narra, Estelle "buca" lo schermo e si afferma come protagonista. Davanti al talento alzo le mani... clap, clap, clap... chapeau!

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    1. Grazie Cris! Sono felicissima che il racconto ti sia piaciuto e che tu veda Estelle in tutto il suo spessore "nascosto". Chissà che non diventi la protagonista di un nuovo capitolo della saga dei Tourangeau :) Ti abbraccio cara, a presto!

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  4. Uno scorcio meraviglioso, tenero e dolce. Un cammeo delicato, dal profumo antico ma sempre attuale. La storia di un sentimento e di una testardaggine davvero forti!

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    1. Grazie Katy! Sento che la storia di Estelle ti ha colpita, ne sono davvero felice :)

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  5. Bellissimo! Mi ha rapita, e l'ho trovato davvero ben scritto, nulla è lasciato al caso. Complimenti davvero.

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    1. Grazie infinite, Simona! Con l'occasione auguro a te e a tutte le amiche di Insaziabili un sereno Natale. Vi abbraccio!

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