venerdì 4 dicembre 2015

Romantic Xmas: "LE LUCI DI SAN SILVESTRO" di Roberta Ciuffi

Buongiorno Insaziabili!
Oggi per la rassegna "Romantic Xmas", l'immensa ROBERTA CIUFFI ci porta a Bagni nel 1882.
In "LE LUCI DI SAN SILVESTRO" Matilde e Danilo si terranno compagnia l'ultima notte dell'anno, regalandovi una lettura ricca di ironia, magia e speranza. 
Non resta altro che leggere questo bellissimo racconto!

Buona lettura!







Bagni, 1882


Le voci allegre si stavano avvicinando. Matilde sollevò il libro dalle ginocchia, un istante prima che la porta si spalancasse e sua sorella Vittoria e il cognato entrassero nella stanza. Non dovevano capire che aveva passato l'ora precedente a fissare nel fuoco.
«Diamine, Matilde, quel romanzo deve essere proprio interessante» disse Alberto, avvicinandosi alla rigida poltroncina su cui era seduta. Cercò di sbirciarne il titolo ma lei lo nascose tra le gonne.
«Non essere indiscreto!» esclamò. «È un romanzo francese.»
«Ah, allora capisco perché tu non voglia farmelo vedere.»
Vittoria pose le mani sulla spalliera della poltroncina. «Sei sicura di non voler venire?» chiese, la voce di colpo seria. «Non sarà un grande ricevimento, sono sicura che nessuno penserà male di te se parteciperai.»
Matilde sollevò una mano su quella della sorella e la strinse, sorridendo. «Sono sicura. Per quest'anno preferisco starmene tranquilla qui accanto al camino. Non ho grandi motivi per festeggiare, vero? E non voglio mettere in imbarazzo nessuno con la necessità di porgermi le condoglianze o di moderare il divertimento per rispetto del mio lutto, in una sera come questa.»
«Ma se vuoi, possiamo restare...»
«Voi andate. Io starò benissimo.»
Riuscì a mantenere il sorriso finché la porta non si richiuse alle spalle della coppia, poi rilassò faticosamente le labbra irrigidite. Grazie al cielo se ne erano andati. Grazie al cielo era di nuovo sola.
Tornò a posare il libro in grembo e, crollando con la testa contro la spalliera, chiuse gli occhi. Non ne poteva più dei loro affettuosi tentativi di consolazione che la costringevano a un atteggiamento di serenità che non provava e che le graffiava l'anima. Il cielo volesse che si arrendessero e tornassero a casa loro.
Quello per lei non era il tempo per essere serena, ma per soffrire. Perché pretendere che stesse bene, in un momento simile? A due mesi dalla morte improvvisa del suo adorato Guglielmo? Era una cosa troppo atroce da esigere, anche per garantire la tranquillità di chi la circondava.
Si portò le mani sugli occhi, respirando forte. Non doveva piangere. Nelle settimane passate aveva imparato che piangere poteva essere non uno sfogo ma un'attività sfibrante, cui lei a volte non sembrava in grado di mettere fine.
Due mesi erano passati, da quel giorno terribile in cui le avevano portato il corpo di suo marito ormai privo di vita. Lei aveva gridato senza controllo, si era aggrappata a lui implorandolo di tornare indietro, gli aveva afferrato la testa pesante e abbandonata cercando di guardare negli occhi spenti, finché qualcuno non l'aveva strappata a lui, trascinandola in un'altra stanza dove le avevano dato qualcosa che l'aveva fatta addormentare.
Aveva vissuto la settimana seguente in una nebbia, mentre altri si prendevano cura degli obblighi necessari: i contatti con la polizia, i documenti, le pratiche per il funerale e l'inumazione. Aveva solo un ricordo vago di quei giorni, simile al sogno. L'unico pensiero che occupava la sua mente era che Guglielmo, il suo adorato, il suo amore, non c'era più. Morto! Assassinato sulla strada a colpi di pistola da un folle che doveva averlo scambiato per un altro.
Che importava che i giorni si succedessero, che il sole sorgesse e tramontasse? E che tutta quella serie di giorni trascinasse alla fine un anno che lei avrebbe sempre ricordato come il più tragico della sua vita, per poi rinascere con la falsa etichetta di anno nuovo?
Con la morte di Guglielmo era morta anche lei. La sua vita si sarebbe fermata per sempre in quel giorno del 1882. Non ci sarebbe mai più stato un anno nuovo per lei.


Il rumore delle tavole di legno che scorrevano davanti al negozio trovò i commessi della gioielleria Barca intenti a prepararsi per uscire. In quella giornata speciale al contrario di essere accorciato il loro orario era stato allungato di necessità, per gli ultimi clienti che venivano ad acquistare gioielli da presentare alle loro amate allo scoccare della mezzanotte. Tutti erano ansiosi di correre alle loro case o ai divertimenti.
Coloro che avrebbero trascorso una serata solitaria si potevano identificare dai gesti rallentati e privi di animazione. La signora Natalina, che si attardava a sistemare il bancone. O il signor Barca, proprietario della gioielleria omonima, che ancora non aveva indossato il cappotto e che, mentre tutti si agitavano per correre via, apriva lo sportello del cabinet in cui sostavano gli ordini non ritirati. Cabinet gloriosamente vuoto.
Fu con un senso di panico, perciò, che il capocommesso vide estrarre da quelle profondità un oggetto rettangolare avvolto nella raffinata carta argento del negozio. Un articolo ordinato non era stato ritirato! Né consegnato.
«E questo cos'è?» chiese il signor Barca con la sua voce profonda. «Sul biglietto non c'è scritto.»
Costantino, il capocommesso, s'immobilizzò con un braccio infilato nella manica del cappotto, mentre la sua mente lavorava freneticamente per ricordare. S'illuminò in volto. «Ah, sì. Era l'ordine di quel signore, Guglielmo Martini, il giornalista. Un regalo.»
«E perché è ancora qui?» Barca sollevò un sopracciglio nero, cosa che faceva di frequente e gli conferiva un'espressione diabolica.
«Non lo sa? È morto, è stato assassinato due mesi fa. Era su tutti i giornali.»
«Non leggo la cronaca.» Barca soppesò l'oggetto nella mano. «Di cosa si tratta?»
«Un ritratto. Voleva che fosse incorniciato in una cornice d'argento smaltato, granati e lapislazzuli.» Costantino fece un debole sorriso. «Era un uomo affabile.»
«Non ne dubito. Ma la cornice è stata pagata?»
«Doveva pagare al ritiro. Non l'abbiamo rimessa in vendita perché aspettavamo di sapere se qualcuno degli eredi sarebbe passato.»
«Capisco.» In quella parola erano contenuti talmente tanti sottintesi che nessuno dei commessi osò muoversi o parlare, finché il loro datore di lavoro non sollevò lo sguardo all'orologio alla parete. «Qualcuno dovrebbe andare a portare questo ritratto alla vedova» disse in tono grave.
Un panico sottile e silenzioso corse per il vasto negozio. Gli sguardi dei commessi si volsero alla signora Natalina, che continuava inconsapevole nel suo lavoro di riordino.
«Andrò io» annunciò il signor Barca, rompendo il silenzio e la strana immobilità che lo circondava.
Furono emessi sospiri, braccia proseguirono il loro percorso nelle maniche, giacche furono strappate agli appendiabiti, cappelli furono infilati e sciarpe avvolte attorno a colli freddolosi. Costantino gli scrisse l'indirizzo del cliente e poi si sbrigò a uscire, temendo che il padrone cambiasse idea.
«Allora noi andiamo. Buon anno nuovo, signor Barca.»
«Buon anno nuovo a voi.»
Danilo Barca restò solo con la signora Natalina. «Signora, è meglio che vada anche lei» disse. La donna sollevò la testa con espressione stupita. «Si è fatto tardi. Non vorrà incappare nelle comitive di festaioli?»
La signora, una vedova anziana che probabilmente non aveva nessuno ad aspettarla a casa, se ne andò quasi a malincuore. Lui stesso non aveva nessuno ad aspettarlo. Danilo spense le ultime luci, uscì e chiuse a chiave la porta. Finì di tirare le tavole di legno davanti alle vetrine e, infine, chiuse la doppia cancellata di ferro che, durante il giorno, ospitava i manifesti dei café-chantant cittadini.  
Il pacchetto gli gonfiava la tasca interna del cappotto.
Almeno avrebbe avuto modo di impiegare un'ora di quella notte che sembrava eterna. Dopo sarebbe andato a casa, dove la sua governante doveva avergli preparato una cena fredda che avrebbe mangiato nello studio, davanti al camino, con un buon bicchiere di vino rosso, per poi passare a un trattato di storia che stava prendendo la polvere da troppo tempo sulla sua scrivania. Sembrava un buon momento per affrontarlo. Così, forse, si sarebbe addormentato prima dei fatidici dodici colpi della mezzanotte, che la sua pendola avrebbe suonato in una casa vuota.
Era un peccato non poter andare in un teatro, o a un ristorante, ma di sicuro vi avrebbe trovato qualche conoscente che si sarebbe sentito in dovere di trascinarlo in un trattenimento che non gli interessava. Durante le festività i solitari suscitano sempre molta pietà e i tentativi dei volenterosi di mettere fine a quella solitudine sono di solito imbarazzanti e inopportuni. Da lungo tempo ormai lui considerava la faccenda del cambio dell'anno come un mero artificio che, per quanto lo riguardava, comportava solo la sostituzione del calendario in ufficio.
Una serata di San Silvestro particolarmente illuminante, quanto straziante, anni prima, l'aveva lasciato con un senso di fastidio verso quel particolare evento che rasentava la repulsione. Le spiegazioni, le lacrime e le recriminazioni si erano perse nel tempo, così come i sentimenti che aveva provato per quella signora, mentre l'avversione per quel particolare periodo dell'anno sopravviveva, intatto. Non desiderava compagnia, per quella sera. Nessuna donna da corteggiare, nessuno sguardo allegro da incontrare.
E poi, aveva una buona azione da compiere.
Guglielmo Martini. Ricordava il nome, dai suoi registri, ma non pensava di averlo mai incontrato. Chissà se era giovane o anziano. Il lutto comunque era recente e sua moglie avrebbe avuto piacere di ricevere il suo regalo. Sperava che le fosse di qualche consolazione.  
L'indirizzo segnato sul biglietto non era lontano. Ci si poteva arrivare tranquillamente a piedi. Meglio che prendere una carrozza e trovarsi intrappolato nel traffico dei gaudenti che si recavano a cene e intrattenimenti. Davanti al portone di un nobile locale c'era una tale ressa di vetture che i lacchè stavano impazzendo per riuscire a districarle e mandarle alle rimesse sul retro del palazzo.
Danilo scosse il capo. Tanta frenetica ricerca di allegria gli metteva tristezza.
Controllò i numeri civici della via, fino a trovare quello che gli interessava. Una bella costruzione, non maestosa ma indipendente. Famiglia ricca, quindi. Buono per la vedova. E per gli eventuali figli.
Nessuna luce illuminava le finestre della facciata e le torce inastate sulla parete erano spente. Danilo suonò il campanello e dopo qualche istante un anziano custode in livrea da lutto arrivò ad aprire.
«Vengo dalla gioielleria Barca» annunciò. «Ho un pacchetto da consegnare alla signora.»
L'uomo tese la mano. «Potete dare a me.»
Danilo stava per sfilare il pacchetto dalla tasca interna, quando qualcosa lo fermò. «No» disse. «È una consegna personale.»
Il custode lo considerò per qualche istante, prima di decidersi a spalancare il portone. Intanto Danilo si chiedeva cosa gli avesse fatto uscire quelle parole di bocca. Perché non si fosse limitato a consegnare il ritratto al domestico per poi andarsene per i fatti suoi.
L'uomo lo affidò a un lacchè, anche questo in lutto, che lo condusse attraverso un cortile privo di segni di festività e su per una scala ricurva, fino a un lungo corridoio buio. Si fermò davanti a una porta chiusa.
Il senso di oppressione che era andato via via crescendo in Danilo arrivò al culmine quando la porta si aprì su un salotto illuminato solo da una lampada fioca e il fuoco di un caminetto. Ovunque c'erano i segni del lutto. Quadri coperti, tende tirate, paramenti scuri. Anche la figura presso il caminetto, che si girò a mezzo nel sentirli entrare, era come affogata nel lutto, immersa in quelli che gli parvero metri e metri di stoffa nera. Una cuffia di merletto nero le copriva il capo, lasciando ricadere dei pizzi sulla fronte e sulle tempie. Le mani, minuscole e delicate, erano ricoperte da mezzi guanti pure neri. Tra tutto quel trionfo di tetraggine, il suo viso triangolare risplendeva, giovane e pallido. Non c'era abbastanza luce per capire di che colore fossero i suoi occhi, infossati nelle orbite, sopra gli zigomi sporgenti e le guance smunte. Più che una vedova in lutto, la donna stessa sembrava un cadavere appena levatosi dalla tomba.
Danilo rabbrividì. Lui non amava il clima festoso di quella notte, ma questo era eccessivo.
«Sì, Luigi, cosa c'è?» chiese lei con voce sottile.
«C'è un signore che chiede di voi. Ha una consegna da fare.»
E con questo il lacchè si ritirò, lasciandolo solo in quella sorta di sala funeraria. La donna lo fissò, senza alzarsi, e Danilo non vide altra soluzione che avanzare verso di lei.
«Una consegna?»
«Sì, signora. Io sono Danilo Barca, proprietario della gioielleria Barca.»
«Oh sì. La conosco. Mio marito...» Lei si fermò, per proseguire con un mezzo singhiozzo. «Il mio defunto marito ci si serviva spesso. Apprezzo molto i vostri gioielli.» Fece un sorriso così tirato che Danilo temette le spaccasse le labbra.
«Certo. Immagino. Ecco, il signore... il povero signore aveva fatto un ordine presso di noi, per il Natale, ma naturalmente... Un regalo, immagino. Mi dicono che sia un ritratto, che abbiamo incorniciato secondo le sue disposizioni. Naturalmente non è stato ritirato ed io ho pensato... sono venuto...» S'impappinò e non riuscì a proseguire, vedendo gli occhi della donna riempirsi di lacrime.
«Un regalo di Natale.» Lei si affrettò a sollevare un fazzoletto e tamponarsi gli occhi.
Danilo si rese conto che era molto giovane. Venticinque anni, forse neppure trenta.
La donna alzò gli occhi su di lui. «Deve essere pagato?»
Per quale motivo quella piccola affermazione gli restò incollata alla gola? «No signora. È tutto a posto.»
«Oh.» Lei lo fissò e Danilo capì che stava aspettando.
Estrasse goffamente il pacchetto dalla tasca e andò a deporlo sul tavolino rotondo accanto alla poltrona. Nell'avvicinarsi sentì il suo profumo, qualcosa di fresco e giovane, quasi casalingo, come un buon sapone alle erbe. Si era quasi aspettato che da lei salisse un odore di muffa. Sembrava un brutto fungo informe, pensò spietatamente.
La donna, la signora Martini, sollevò il pacchetto e lo tastò leggermente tra le mani. Di nuovo i suoi occhi si riempirono di lacrime, mentre sulle labbra invece saliva un sorriso, che trasformò il suo volto.
Era graziosa, si rese conto Danilo. In un'altra situazione sarebbe apparsa luminosa. E doveva avere gli occhi chiari, mentre i capelli sotto la funebre cuffietta sembravano castani.
«Un regalo» mormorò lei. «Noi avevamo l'abitudine di aprire i nostri regali la notte di Capodanno, al battere della mezzanotte.»
«Non a Natale?»
«No. Il Natale era per la famiglia e gli amici, i conoscenti. Il San Silvestro lo passavamo da soli.»
Ci furono alcuni istanti di silenzio, durante i quali Danilo pensò a qualche parola di congedo che non apparisse insensibile.
La signora Martini sollevò lo sguardo. «Io la sto trattenendo» disse con le labbra tremanti. «Lei avrà una famiglia, degli amici che la aspettano.»
«Per la verità no» rispose lui senza pensarci. «Non amo le festività.»
«Davvero? E preferisce restare da solo?»
Sembrava veramente interessata. E, per un istante, distratta dal suo dolore. «Non è la compagnia peggiore» sorrise Danilo.
«Non voglio offenderla ma... c'è di meglio.»
Dei colpi rapidi alla porta gli impedirono di replicare. Un lacchè entrò, con al seguito una cameriera che sorreggeva un vassoio carico di piatti coperti da cloche. «La sua cena, signora Matilde.»
La donna rivolse al vassoio uno sguardo quasi spaventato. «Mio Dio, quanta roba...» Poi si girò verso di lui. «Dal momento che non è atteso da nessuna parte, ed è stato così cortese da portarmi il... il pacchetto, non vorrebbe restare a mangiare qualcosa con me? Anch'io questa sera non ho altra compagnia che me stessa.»
L'animo di Danilo si dimenò come se fosse un serpente preso in trappola. L'invito era il meno gradito che potesse ricevere. La propria compagnia era di sicuro preferibile a quella di una vedova inconsolabile perennemente sul punto di scoppiare a piangere, in quella stanza tetra e deprimente. Ma come poteva rifiutare? Decisamente, era in trappola.
«Lei è troppo gentile» proferì a denti stretti. «Non vorrei incomodarla.»
«Oh no, se si contenta di quello che ha preparato la cuoca. Di solito cucina sempre cibo in quantità e temo che abbia ritenuto che stasera sia una serata troppo speciale per non abbondare ulteriormente.»
Il lacchè si avvicinò per prendere in consegna cappotto, cappello e guanti e, al cenno della signora, Danilo sedette sulla poltrona di fronte a quella di lei. Un seggio rigido imbottito di crine duro. Santo cielo, perfino in una condizione di lutto si doveva aver diritto a qualcosa di più comodo. Non era necessario soffrire nel corpo come nello spirito.
«Le sono molto grato» disse, perché riteneva che lei se lo aspettasse. «Vorrei solo pregare di aumentare un po' l'illuminazione perché temo che non riuscirei a trovare la mia bocca, con questa luce.»
«Davvero?» La signora sbarrò gli occhi, prima di capire che si trattava di uno scherzo. Il dolore doveva averle ottenebrato i sensi.
Attesero che la cameriera portasse un altro vassoio, stoviglie e posate, e poi li servisse secondo le loro richieste. Infine, la giovane arretrò in attesa di ordini.
Danilo dovette ammettere che la cuoca si era data da fare. Le pietanze non erano solo numerose e abbondanti, ma anche molto gustose. Si chiese perché la sua governante non riuscisse mai a ottenere un risultato simile. Forse influiva la mancanza di una donna, in casa.
Di tanto in tanto la signora Martini lanciava un'occhiata al pacchetto avvolto in carta d'argento, che la cameriera aveva sistemato al posto d'onore sulla mensola del caminetto. Era il solo oggetto che ricordasse le festività correnti, nella stanza. In tutta la casa, probabilmente.
Lei doveva morire dalla voglia di aprire l'ultimo regalo di suo marito, ma continuava ad aspettare per rispettare la tradizione. Danilo ammirava il suo controllo ma non aveva intenzione di aspettare con lei fino a quel momento.
«Lei è sposato, signor Barca?» chiese la signora, mentre la cameriera cambiava i piatti.         
«No. Non... non c'è stata occasione.» Che cosa stupida da dire. L'occasione c'era stata ma era finita in una stilettata che gli aveva trapassato il cuore, lasciandolo incapace di tornare a battere. «Eravate sposati da molto?» chiese a sua volta.
«Quattro anni. Non avevamo figli, però. Il Signore non ce li ha donati.» Di nuovo quel sorriso tirato.
«Capisco che lei amava molto suo marito. Mi dispiace per la sua perdita. Il colpevole è stato arrestato?»
Lei irrigidì le spalle. «No. La polizia pensa che Guglielmo sia stato scambiato per un altro. Nessuno aveva motivo di odiarlo. Uno stupido errore che mi ha tolto il migliore dei mariti.»
Danilo avrebbe voluto dirle che il tempo curava le ferite, che un giorno il dolore si sarebbe attutito e lei avrebbe ripreso a vivere, ma sapeva che in quel preciso istante era l'ultima cosa che la donna volesse sentirsi dire. Chinò il capo per ringraziare la cameriera che stava servendo l'arrosto di maiale nel suo piatto e poi riprese a mangiare.


Matilde era leggermente irritata perché la presenza di quell'uomo la stava distraendo dal pensiero persistente di Guglielmo. Che cosa le era venuto in mente di invitarlo a cenare con lei? Come se poi avesse previsto di cenare. Da settimane erano più le sere che andava a letto con una tisana al laudano che quelle in cui mangiava qualcosa. E l'ampiezza dell'abito che indossava ne dava testimonianza.
Il signor Danilo Barca era un uomo particolare. Alto, magro, con naso aquilino e occhi duri, bocca sottile, sembrava sempre sul punto di calare su qualche preda che avesse attirato la sua attenzione, e invece doveva avere un cuore gentile. Non era da tutti sprecare una notte come quella per tenere idealmente per mano una creatura deprimente come lei. Benché, come aveva ammesso lui stesso, era solo e avrebbe trascorso la serata da solo. Un uomo simile. Non aveva senso.
Il suo sguardo fu di nuovo attirato dal pacchetto sulla mensola del caminetto. Un ritratto. L'ultimo ritratto del suo Guglielmo. Le mani le dolevano dallo sforzo di trattenerle dall'afferrare il pacchetto, aprire il nastro, strappare l'elegante carta d'argento e posarsi il ritratto sul cuore, ma aveva deciso di attendere. Non mancava ancora molto.
L'orologio stava battendo il secondo quarto delle dieci.
Quanti anni poteva avere il signor Barca? Di sicuro più di trenta, ma dubitava che avesse superato i quaranta. I suoi capelli erano nerissimi e così i suoi occhi. Anche se forse poteva essere un'impressione dovuta alla scarsità di luce. Ricordò il suo velato scherzo di poco prima.
«Rosa, vorresti accendere qualche altra lampada per piacere?» chiese, girandosi verso la cameriera che stava poggiando il vassoio della carne sul tavolino a parete. «Sembra che la forchetta non riesca a trovare la bocca, con questa penombra.»
Sia l'uomo sia la ragazza le lanciarono un'occhiata stupita, poi quest'ultima si affrettò a obbedire. Oh, e adesso lui avrebbe visto i suoi occhi macerati dal pianto, il volto stremato dalle veglie interrotte solo dal sonno drogato del laudano, il suo corpo smagrito dai digiuni. Ebbe un moto interiore di ribellione, prima di ricordare che tutta quella vanità non aveva più scopo, perché l'uomo cui era destinata non c'era più e questo cortese estraneo non contava.
Per quanto fosse cortese, però, lei non poteva approfittare di lui trasformando quella cena improvvisata in una veglia funebre. Lottò con i suoi sensi ottenebrati per ritrovare le sue capacità di stare in società e fare conversazione, ma era come se la mente fosse riempita di una materia soffice che soffocava le idee. Qualunque cosa sarebbe andata bene.
«Lei ha un aspetto piuttosto intimidatorio» disse, prima di rendersi conto di cosa le era uscita dalla bocca.
Lui sollevò lo sguardo dal suo piatto. «Davvero? La sua affermazione mi confonde.»
«Invece è una persona gentile. Chi si sarebbe incaricato di portare un pacchetto in una notte simile, potendone fare a meno? Le apparenze ingannano.»
Lui poggiò il coltello e la forchetta sul vassoio sulle sue ginocchia e la fissò. «Sta cercando di fare conversazione o di insultarmi?»
Matilde sentì un angolo del labbro sollevarsi in un sorriso, stavolta spontaneo. «Intendo solo dire che non appare affabile. Scommetto che tutti i suoi dipendenti sono terrorizzati da lei» disse.
«E perché dovrebbero? Non ho mai frustato nessuno né mai licenziato qualcuno che non lo meritasse.»
La replica era stata porta in modo così enfatico che le labbra di Matilde iniziarono a fremere.
«Cosa c'è?» chiese lui, accorgendosene.
Lei scoppiò a ridere e fu come se un coltello le tagliasse la carne. Smise di colpo. «Mi scusi. È che lei l'ha detto in modo così... pomposo!»
L'uomo parve pensarci sopra un istante, prima di sorridere. Si strinse nelle spalle. «Ho rilevato il negozio da mio padre, ed era in fallimento. Io ero molto giovane. È stato necessario stabilire delle distanze. L'affabilità sarebbe stata interpretata come una debolezza e avrebbe diminuito il rispetto.»
«Ed è riuscito a risanare la situazione finanziaria del negozio?»
La guardò quasi con compatimento. «Naturalmente.»
Naturalmente. Lei corse il rischio di ridere di nuovo. Quell'uomo le piaceva, si rese conto con stupore. E non solo perché era stato cortese con lei, una perfetta estranea, ma anche perché, con lo sguardo distaccato di un'esperta d'arte, lo trovava un uomo attraente. Era strano che qualcuno potesse apparirle tale, dopo Guglielmo. E soprattutto un uomo come il signor Danilo Barca, tanto diverso da lui.
Guglielmo aveva posseduto la classica bellezza maschile che non ha bisogno d'interpretazioni. Qualcuno lo definiva un eterno ragazzo, ma solo perché era sempre pronto al riso e alle battute, non perché fosse infantile. Amava vestirsi in modo elegante e di certo non avrebbe mai indossato capi dall'aspetto così severo come quelli dell'uomo che le stava di fronte e sorseggiava un bicchiere di vino con l'aria di star eseguendo una funzione religiosa. Pomposo, pensò, sorridendo internamente. La divertiva.
Lui non sembrava quasi rendersi conto di come apparisse. Quando glielo aveva detto, si era stupito. Un uomo attraente e dotato di mezzi economici, e tuttavia solo. Doveva esserci qualcosa nel suo passato una delusione, un lutto ma non si conoscevano abbastanza perché potesse chiederglielo.
Mentre la cameriera serviva loro il caffè, pensò alla casa vuota cui Danilo Barca sarebbe tornato, quella sera, se lei non lo avesse invitato a restare. Aveva fatto bene.
Terminarono di bere. Nel momento in cui Matilde poggiò la tazzina sul vassoio, si rese conto che adesso lui sarebbe dovuto andare. Non era rimasto altro a trattenerlo. Di certo l'occasione non richiedeva un brindisi. Lo champagne che Guglielmo aveva comprato tempo prima a profusione sarebbe stato giudicato inopportuno.
La pendola batté le ore. Erano le undici.
La cameriera ritirò piatti e vassoi, e il signor Barca tornò a essere un estraneo senza alcuna attività sociale che giustificasse la sua presenza in quella stanza.
Matilde fu colta da un senso di panico. Solo un paio d'ore prima non aveva desiderato altro che restare sola e adesso non riusciva a tollerarne l'idea. «Quando uscirà da qui, davvero non andrà a unirsi a qualche ricevimento?» chiese in fretta, notando che lui stava accennando ad alzarsi.
Lui sollevò un sopracciglio severo. «Gliel'ho già detto. E comunque è tardi.»
«No, ci sono sempre locali aperti, teatri, feste che accolgono ospiti dell'ultimo minuto. È ancora in tempo a fare di questa una serata memorabile.»
Lui la fissò intensamente per un istante. «Lo è già. Glielo assicuro.»


La donna arrossì così lentamente che fu come vedere il sole sollevarsi all'alba e tingere di rosa un cielo grigio. Quando aveva riso, Danilo si era accorto che aveva deliziosi piccoli denti candidi. E quando arrossì, anche le sue labbra si accesero di colore, gli occhi scintillarono, prima di essere nascosti dalle palpebre palpitanti e... sì, la sua impressione era stata giusta, erano chiari, ma non azzurri, piuttosto un castano dorato, e giovani e pieni di vita. Lei poteva seppellirsi sotto merletti e pizzi, metri e metri di bambagina nera, ma non sarebbe riuscita a negarsi a lungo alla vita. Era giovane e i giorni avrebbero raschiato pian piano gli strati di lutto riportando alla luce la sua vivacità e la voglia di vivere.
Danilo si curvò un poco in avanti e allungò una mano sulla sua, quasi del tutto coperta dai guanti.
«Lei adesso potrà non credermi, e di sicuro è qualcosa che non ha voglia di sentire, ma un giorno questo dolore passerà. Glielo giuro. Non permetta che quel giorno la trovi sola e desolata perché nel suo dolore avrà allontanato da sé qualunque possibilità di resurrezione.»
«È quello che fatto lei?» chiese la donna con le labbra tremanti.
Ritrasse di scatto la mano. Non era quello che aveva inteso e la possibilità gli fece salire un gusto d'amaro alla bocca. Si alzò in piedi.
«Adesso credo sia ora che io mi congedi. Lei ha un appuntamento importante» disse, accennando col capo in direzione del pacchetto argentato, sul caminetto, «ed io non vorrei essere di troppo.»
Anche lei si alzò. Aveva un'aria spaventata, del tutto inattesa. «Oh no, la prego. Vorrei che fosse qui, quando lo aprirò. Vorrei che... che conoscesse mio marito.» S'impappinò quasi, sulle ultime parole.
Danilo batté le palpebre. Che inconsueta, inopportuna proposta. «Ma non è ancora mezzanotte.»
«No, ma ho deciso che non aspetterò. Lo aprirò subito, perché non posso più aspettare.» Lei sorrise, una luce implorante nello sguardo.
Lui capì che quella piccola operazione tirare il nastro, togliere la carta costituiva in realtà un impegno penoso per lei. Un tornare a scavare nelle memorie e nel dolore. «Va bene» disse. «Come desidera.»
«Sì, lo farò subito.» La donna andò ad afferrare il pacchetto e poi sedette di nuovo nella poltrona, il pacchetto in grembo, le dita un po' goffe nello sciogliere il nastro e svolgere la carta. «Mio marito era un bell'uomo» farfugliò. «E aveva un grande talento. Era un giornalista, lo sapeva? Un giorno sarebbe diventato un grande scrittore. Tutti lo ammiravano. Tutti...» Sollevò un bigliettino, sorrise. «Oh. Al mio unico, grande amore. Lui era...» Tacque di colpo.
La sua mano sinistra lasciò cadere a terra un pezzo di carta strappata. Danilo vide il suo petto alzarsi e abbassarsi affannosamente, mentre gli occhi si spalancavano in maniera innaturale.
«No» disse, di gola. E poi dalla bocca le uscì un urlo straziante. «Nooo! Nooo!» Balzò in piedi e con tutta la forza lanciò la cornice in direzione del camino, strofinandosi poi frenetica le mani sulla gonna. Il grazioso rettangolo d'argento granati e lapislazzuli cadde a terra prima di raggiungere il fuoco, colpì il gradino e il vetro si infranse.
Danilo si chinò rapido a sollevarlo e riuscì a dargli un'occhiata, prima che le mani rapaci della donna glielo strappassero, per lanciarlo di nuovo a terra e piantarvi sopra il tacco dello stivaletto.
Sbarrò gli occhi. La foto aveva mostrato un uomo in piedi con le mani sulle spalle di una donna... che non era Matilde Martini. Danilo aveva fatto a tempo a riconoscere quegli occhi di fuoco, quella bocca carnosa, il sorriso provocante di Caroline Cherie, una famosa cantante pseudo francese che si esibiva alla Torre di Belisario, uno dei tanti café-chantant sorti in città negli ultimi tempi. L'artista, si diceva, aveva un marito geloso.
L'errore di uno sconosciuto un corno.
Continuando a urlare come se le stessero strappando il cuore dal petto il che in un certo senso era vero la signora si avventò su una delicata lampada a stelo sul piccolo scrittoio ad angolo, e poi su una serie di foto incorniciate su un tavolino, ruotando follemente come se fosse decisa a portare la distruzione nella stanza. Mentre uno stuolo di domestici faceva irruzione nel salotto, Danilo andò rapidamente ad aprire un mobiletto da liquori, alla ricerca di qualcosa di forte da farle bere. Prese una bottiglia di cognac e un bicchiere. Dietro di sé sentiva le voci delle cameriere che cercavano di calmare la padrona.
«Signora, signora, che succede? Le hanno mancato di rispetto?»
Ecco, ci mancava solo che se la prendessero con lui. Versò il liquore e portò il bicchiere alla donna, che adesso stava strappando la foto dall'interno della cornice e la faceva in pezzi sempre più piccoli.
«Avanti, beva questo» disse. «Le farà bene.»
Lei lo guardò con occhi folli. «Maledetto...» sibilò.
«Che le ha fatto?» gridò un lacchè.
«Non ce l'ha con me.» Almeno, lo sperava. Il latore di cattive notizie era stato lui. Diamine, che serata. Una che non avrebbe dimenticato facilmente.
Portò il bicchiere alle labbra della donna e lei, dopo una breve esitazione, bevve. Poi, come lui si aspettava, sputacchiò, tossì, le salirono le lacrime agli occhi e le sue guance divennero rosso fuoco. Stavolta non trattenne le lacrime, che scesero copiose per il volto.
«Lui... lui...» Un singhiozzo le bloccò la voce.
Uno dei domestici si chinò a raccogliere i pezzi della foto.
«Ehi voi, fermo!» intimò Danilo. «Lasciate stare. Ci penserò io.»
L'uomo lo fissò incerto, poi la sua aria intimidatoria come aveva detto la signora dovette convincerlo perché lasciò ricadere i brandelli.
Non c'era bisogno che quella povera donna diventasse lo zimbello anche dei suoi domestici. Sempre che la reputazione del defunto non fosse nota, il che era possibile. Guglielmo Martini doveva essere stato un libertino.
Ecco qua, tutto quel dolore, quella casa affogata nel lutto, nella disperazione, e per cosa? Per un essere indegno. Danilo strinse le labbra e corrugò le sopracciglia. Il tradimento e l'inganno erano i peccati che meno si sentiva disposto a perdonare.
«Non voglio più bere» disse la donna. La sua voce era raschiante ma chiara. Stava tremando e gli occhi erano febbricitanti.
La pendola batté undici rintocchi, e poi il colpo singolo del primo quarto.  
Lei si volse di scatto ai domestici, un ruotar di gonne che la fece sembrare una ragazzina che saltava alla corda. «Sta per arrivare il nuovo anno» disse con voce che si sforzava di restare alta e ferma. «Non lo inizieremo con questa tetraggine. Togliete i veli ai quadri e agli specchi. Accendete le lampade in ogni stanza del palazzo e anche le torce sulla facciata. Dobbiamo entrare brillando nel 1883, brillando come una stella cometa.»
I domestici, uomini e donne, la fissarono gelati, a bocca aperta. Una cameriera si fece il segno della croce e lei la fulminò con lo sguardo. La ragazza si ritrasse sullo sfondo.
In effetti, pensò Danilo, in quel momento la signora aveva come un'aura luciferina attorno a sé. Era bellissima, magnifica e... terribile. La sua ammirazione era sconfinata.
Matilde Martini si girò verso di lui. Gli occhi nel volto acceso brillavano illuminati da un fuoco interno. «Credo, signore, che siamo ancora in tempo per andare a rendere onore all'anno che se ne va e a quello che arriverà» disse, tenendo il mento sollevato.
Danilo chinò il capo in un cenno. «Al suo servizio, mia signora.»
Strappandosi dalla testa la cuffietta nera, lei ordinò alle cameriere di portarle un cappotto: «Quello azzurro!» disse con sfida, e guanti di pelle e cappellino.  
Mentre i domestici sciamavano ad adempiere i suoi comandi, loro restarono soli nel salotto. La signora si sfilò i guantini di pizzo nero.
«Peccato non aver tempo di cambiarmi» commentò. «Mi sentirei di vestirmi di rosso.»
Danilo poggiò il bicchiere sul tavolo a parete e non disse niente. Si chinò a raccogliere i brandelli del ritratto, che poi gettò nel fuoco. Adesso lei si sentiva forte e vendicativa, una sorta di freccia mortale scagliata nella notte, ma sarebbe venuto il momento in cui la forza l'avrebbe abbandonata e la freccia sarebbe tornata indietro a colpire chi l'aveva scagliata. E allora lei avrebbe avuto bisogno di una spalla su cui piangere, di qualcuno che la sostenesse. Perché non poteva essere lui? Aveva spalle abbastanza robuste.
I domestici tornarono con i loro indumenti e li aiutarono a indossarli. Strano, come le se addicesse l'azzurro. Aveva davvero pensato che fosse il rosso il suo colore. Le porse il braccio e lei vi poggiò sopra la mano coperta dal guanto di capretto beige.
«Allora, signore, ha idea di dove mi porterà?» gli chiese con uno sguardo di sfida.
Guardando in quegli occhi chiari, lui non ebbe dubbi. «Naturalmente, per prima cosa, a bere un bicchiere di champagne.»
«Si prepari, signore: io adoro lo champagne.»
Lui stirò le labbra in un sorriso. «Non avevo dubbi.»
E si avviarono, un uomo e una donna quasi sconosciuti, diretti verso la notte, il baccano, la festa. Il 1883. Un nuovo anno. E una nuova vita.


L'autrice:

ROBERTA CIUFFI Romana, una laurea in psicologia che a suo dire l'aiuta nella definizione dei personaggi, Roberta Ciuffi esordisce nel 1997 nei Romanzi Mondadori, con un 'Un matrimonio perfetto'. A quello segue una ventina di romanzi con la stessa casa editrice (di chui l'ultimo è 'Una rondine nella tempesta'), e due con Harlequin, per cui traduce anche testi dall'inglese. Collabora con riviste di novelle femminili e nel 2012 esce il primo dei suoi romanzi paranormali incentrati su una famiglia di stirpe Lykaon, i Coulter. La saga termina con il terzo, pubblicato nel 2013 in formato ebook e novembre 2015 in cartaceo: 'Passione nelle tenebre'.  Ha pubblicato dei racconti nella Collana Romantiche Passioni Delos. E da adesso in poi... chissà. C'è un mondo da scoprire...

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9 commenti:

  1. ne volevo ancora!!!!è stato troppo corto!bellissimo racconto!

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  2. Adoro tutto di questo racconto...per non parlare della cover! Spettacolare *.*

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  3. Bellissimo. Lo stile di Roberta Ciuffi è inconfondibile.

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  4. Davvero originale! l'aria luciferina e sensuale della protagonista nel finale è stata sorprendente! Molto bello!

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  5. Bellissimo!!!! Peccato fosse solo un racconto!!

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  6. Molto interessante! E un filo inquietante! Grazie per avecelo regalato!

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  7. Grazie a tutte dei bei commenti, ragazze! E' stato un piacere!

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  8. Come sempre, grande Roberta! Un piccolo gioiellino: delicato, intenso, raffinato, originale ^_^

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