mercoledì 9 dicembre 2015

Romantic Xmas: "UNA SPOSA PAZIENTE" di Laura Gay.



Vi stanno piacendo i nostri racconti? Oggi per voi c'è una vera chicca di tenacia, romanticismo e passione. La bravissima LAURA GAY, per la rassegna "Romantic Xmas", vi porterà nell'Hertfordshire del 1811, nella tenuta del barone Glastonbury, un uomo distrutto dalla guerra. La giovane Catherine riuscirà a regalargli una speranza?
Scopritelo nel racconto "UNA SPOSA PAZIENTE".

Buona lettura!







Hertfordshire, dicembre 1811



La carrozza correva veloce sul selciato producendo di tanto in tanto qualche scrollone. Catherine si sporse verso il finestrino ammirando le distese innevate della campagna inglese, il cuore che le tamburellava nel petto.

Ancora non riusciva a crederci.
Era la moglie di Edward Grenville, barone Glastonbury. L’uomo di cui era sempre stata innamorata.

Si morse piano il labbro e tornò a guardarlo senza essere vista. Era così bello: alto, muscoloso, i capelli castani indomabili, le cui ciocche setose gli ricadevano puntualmente sulla fronte. Il mento era quadrato, il naso lungo e dritto. Solo una cicatrice sullo zigomo destro gli deturpava il viso – unico segno lasciatogli dalla guerra in Spagna – ma Catherine era fermamente convinta che quell’imperfezione gli donasse, rendendolo ancora più affascinante.

Sospirò. Se lui si fosse sentito attratto da lei anche solo la metà, avrebbe potuto dirsi soddisfatta. Ma non si illudeva: Edward l’aveva sposata unicamente per ripiego. In realtà, era sua sorella Victoria a fargli battere forte il cuore. Lei che era stata la sua prima scelta, ma che aveva deciso di sposare un altro senza attendere il suo ritorno dalla guerra.

Le mani le tremarono un poco mentre stringeva con forza il ventaglio. Ancora non sapeva cosa aspettarsi da quell’unione, eppure aveva quella flebile speranza che non l’abbandonava mai.

Signore, ti prego… fa che lui impari ad amarmi.

Si schiarì la voce. «Manca ancora molto, milord?»

Lui reclinò il capo, le dita che tamburellavano nervosamente sulla coscia. «No, non molto. Dovremmo arrivare a Hatfield Park tra una ventina di minuti.» Il tono era brusco, quasi spazientito. Come se la sua domanda lo avesse irritato.

Catherine tornò a mordersi il labbro.

Quelle erano le uniche parole che si erano scambiati durante l’intero viaggio, da quando avevano lasciato Londra, subito dopo aver salutato amici e parenti a cerimonia conclusa. Lord Glastonbury desiderava raggiungere la sua residenza di campagna nel minor tempo possibile, in modo da poter trascorrere le festività natalizie nella quiete dell’Hertfordshire. Ma Catherine sospettava che in realtà il suo sposo desiderasse solo allontanarsi da tutti e da tutto per nascondersi nella propria solitudine. Il pensiero che intendesse chiudere anche lei al di fuori della propria vita le serrava lo stomaco.

«Parlatemi di Hatfield Park» chiese nella speranza di intavolare una discussione, anche se breve. Il silenzio la stava uccidendo.

Edward serrò la mascella, i freddi occhi grigi che si stringevano fino a diventare due fessure di ghiaccio. «Perché mai dovrei parlarvene? Tra poco la vedrete coi vostri occhi.»

Distolse immediatamente lo sguardo da lei, come a farle intendere che non desiderava ulteriori interruzioni. Catherine strinse le dita sul manico del ventaglio che portava sempre con sé; un regalo della sua defunta madre. Non proferì parola, anzi si immobilizzò nella speranza di produrre il minimo rumore.

Avrebbe voluto scomparire. Dileguarsi.

Forse in questo modo lord Glastonbury si sarebbe sentito sollevato.






Edward era infastidito. Molto infastidito.

Aveva immaginato diversamente il giorno delle sue nozze. Al suo fianco avrebbe dovuto esserci Victoria, non la sorella.

Diamine, Catherine Paget era ancora una ragazzina di diciassette anni! Una bella differenza d’età, dal momento che lui ne aveva quasi trenta.

Si appoggiò allo schienale della carrozza ignorando i continui sobbalzi dovuti alle buche nel terreno. Chiuse gli occhi, nel tentativo di dimenticare quell’orribile giornata e il visino spaurito di sua moglie seduta davanti a lui.

Se solo Victoria lo avesse aspettato, se non fosse convolata a nozze con quell’idiota di Sackville… allora il suo matrimonio sarebbe stato diverso; sarebbe stato un giorno di festa. D’altra parte non poteva pretendere che una giovane donna bella e fiera come Victoria potesse desiderare di mettere su famiglia con un uomo sfigurato. La guerra gli aveva lasciato profonde cicatrici e quella sul viso era solo la più evidente.
Non sarebbe stato una buona compagnia per lei.

Oddio, non lo sarebbe stato neppure per quella fragile creatura che aveva sposato. Ancora si chiedeva perché mai la piccola Catherine avesse acconsentito a quell’unione; con ogni probabilità vi era stata costretta per gettare una pezza sull’onta della sorella, che aveva rotto il fidanzamento con lui per convolare a nozze con un altro.

In verità Edward non aveva osato chiederglielo e nemmeno gli importava.

Tutto ciò che desiderava era l’oblio.

Dimenticare il matrimonio, la guerra, i corpi martoriati che aveva visto a Badajoz. Le sue dita smisero di tamburellare sulla coscia e si strinsero, conficcando le unghie nei palmi.

No, non sarebbe stato una buona compagnia per una moglie.

Non sarebbe stato una buona compagnia per nessuno.






Hatfield Park apparve all’orizzonte in tutta la sua magnificenza. Catherine ne fu inevitabilmente impressionata. Un viale alberato conduceva fino all’edificio principale: una costruzione massiccia in pietra, a tre piani, con una torretta nell’ala destra che dava l’impressione di arrivare fino al cielo, tagliando a metà le nuvole.

Il parco era vastissimo e circondava l’intera proprietà. Gli alberi, del tutto spogli in quella stagione, in primavera sarebbero fioriti donando all’ambiente circostante un aspetto fiabesco. Catherine era certa che lo avrebbe adorato. Così come avrebbe adorato il laghetto artificiale che si estendeva a est, adesso interamente ghiacciato, ma di cui poteva immaginare le acque limpide in cui tuffarsi durante le afose giornate estive.

«È tutto meraviglioso qui» esclamò incredula, sporgendosi dal finestrino come una ragazzina, eccitata alla vista di qualcosa di così grandioso.

Suo marito fece una specie di grugnito.

Lui non sembrava affatto eccitato. Tutt’altro.

Catherine si chiese se sorridesse ogni tanto.

La carrozza si arrestò con un cigolio davanti all’ingresso principale e un valletto in livrea si affrettò ad aprire lo sportello per aiutarla a scendere. Edward fece da solo. Nonostante la lieve zoppia che gli aveva lasciato la guerra, non amava farsi aiutare. Catherine lo aveva compreso a sue spese quando si era offerta di dargli una mano a salire, porgendogli il braccio, e in risposta aveva ricevuto un’occhiata bellicosa.

Si strinse nel pesante mantello di lana e si guardò attorno con curiosità, ignorando il malumore del suo sposo. L’intera servitù si era schierata davanti alla pesante porta in legno massiccio, con l’evidente intenzione di dare il benvenuto alla nuova baronessa. Catherine si era aspettata che Edward la presentasse a tutti, ma dovette fare da sola. Suo marito entrò all’interno senza voltarsi nemmeno a guardarla, quasi si fosse scordato della sua presenza.

Lei deglutì, ma fece buon viso a cattivo gioco. Si dipinse un sorriso tirato sulle labbra screpolate dal freddo e si avviò dietro di lui, i tacchi degli stivaletti che ticchettavano sul pavimento riempendo il silenzio. Attese invano che lui le desse qualche istruzione su cosa si aspettasse da lei e quali sarebbero stati i suoi compiti come signora di Hatfield Park. Lord Glastonbury si limitò a salire le scale che portavano ai piani superiori per dileguarsi dietro a una porta, presumibilmente quella della sua stanza.

Catherine restò di stucco per la sua maleducazione.

Per fortuna la governante, una donna bassa e cicciottella, dall’aria gentile, venne in suo aiuto. «Venite, milady. Per di qua. La vostra stanza è attigua a quella del barone.»

Catherine la ringraziò cordialmente e la seguì, il cuore che sprofondava sempre di più nel petto.

Sarebbe riuscita ad abituarsi alla sua nuova vita?

Lì non conosceva nessuno, a parte Edward. E anche lui era quasi uno sconosciuto, tanto era cambiato dal suo ritorno in patria.

Catherine si sentì completamente sradicata dai suoi affetti e da tutto ciò che le era familiare.

Per lei non si prospettava certo un bel Natale.






Edward ebbe l’impressione che la testa gli stesse per saltare in aria, come il corpo del suo amico Drew sotto i colpi dei cannoni francesi. Edward era stato ferito di striscio alla gamba, cavandosela con una lieve zoppia e il rimpatrio, ma il suo amico non era stato così fortunato. Il suo corpo, o quello che ne rimaneva, era stato sepolto in Spagna: brandelli di carne insanguinata.

Si lasciò cadere sul pavimento duro e freddo della camera da letto.

La sua sposa si aspettava che la raggiungesse per la notte?

Be’, avrebbe atteso invano.

Lui non era dell’umore adatto a consumare il matrimonio. Forse non lo sarebbe stato mai.

Perché si era sposato, dunque?

Una vocina insistente nella sua testa gli strappò una risata amara. Be’, aveva i suoi obblighi verso il casato e tutte quelle sciocchezze che tanto importavano all’aristocrazia inglese. Prima o poi avrebbe dovuto mettere al mondo un erede. Tanto valeva farlo con quella ragazza timida e minuta che gli era stata offerta su un piatto d’argento. La sorella di Victoria.

Ma lui non sarebbe mai più stato lo stesso.

Si rialzò solo per andare a recuperare la bottiglia di whisky che si era fatto portare in camera, e che giaceva solitaria sul tavolino rotondo, di fianco all’enorme letto a baldacchino. L’afferrò con dita tremanti e si scolò buona parte del contenuto.

L’alcol era diventato la sua unica compagna: più seducente di una donna, silenzioso come la notte e caldo e avvolgente come il corpo di una sgualdrina.

Tossì, sputacchiò e tornò a bere di nuovo. Tutto, pur di stordirsi. Di dimenticare ogni cosa.

L’alba lo sorprese all’improvviso. Non si era accorto di essersi addormentato, lungo e disteso sul pavimento, coi vestiti ancora addosso, finché non sbatté le palpebre mentre la luce del giorno gli feriva gli occhi. Ormai non era che l’ombra di se stesso. Aveva perso tutto: il suo amico Drew, Victoria, i sogni di una vita felice… non gli restava che la sua fedele bottiglia, rimasta vuota al suo fianco, sulla nuda pietra.

Sogghignò, cercando di mettersi a sedere. Le gambe gli tremavano, come del resto le mani, ma non voleva chiamare il proprio valletto. Non voleva nessuno.

Si accorse di aver perso la cognizione del tempo. Che ora era? La colazione era già stata servita? E sua moglie si era già alzata?

Sua moglie.

Provava un lieve fastidio a definirla così, ma immaginava che dovesse farsene una ragione.

Con passo malfermo uscì dalla stanza, percorrendo l’intero corridoio fino alle scale. Poi scese dabbasso, con l’intenzione di raggiungere il salottino della colazione, ma si arrestò all’improvviso a metà del cammino. Lady Glastonbury era in piedi su una sedia e stava attaccando un rametto di vischio alla porta. Edward si accorse che aveva addobbato in quel modo buona parte della casa.

«Cosa diavolo state facendo?» L’irritazione lo colse di sorpresa aumentando il suo mal di testa, che non lo aveva abbandonato nemmeno per un secondo.

Lei si voltò di scatto e per poco non ruzzolò giù dalla sedia. Dovette afferrarla con un balzo, stringendo tra le mani la sua vita sottile. La vide tremare un poco e sgranare gli occhi quasi temesse la sua ira.

«Sta-stavo solo mettendo qualche addobbo natalizio» si giustificò. Scese dalla sedia e sollevò il mento per guardarlo dritto negli occhi. «Questa casa è così triste. Sembra che il Natale non debba raggiungerla.»

«E non la raggiungerà. Togliete subito quella roba dalle porte. Noi non festeggeremo il Natale.»

«Ah, no?» La timida Catherine sollevò un sopracciglio. Di colpo assunse un’aria combattiva. «E perché mai?»

«Perché è mio desiderio non farlo.»

Lei si scostò una ciocca di capelli dal viso, sistemandola dietro all’orecchio. Aveva lunghi
capelli neri, intrecciati sulla nuca in un’elaborata acconciatura. Gli occhi invece erano verdi, grandi ed espressivi. Denotavano un’indole caparbia, ma anche un’intelligenza acuta.
«E i miei desideri invece non contano, milord? Voi potete anche seppellirvi vivo, se è quello che volete. Ma io non ho intenzione di farlo. Ho già dato disposizioni alla cuoca per il menù natalizio. In questa casa si festeggerà come ogni anno.»

Edward era allibito.

Quella piccola insolente osava sfidarlo?

Strinse le mani a pugno e si irrigidì. «Be’, dovrete fare tutto senza il mio aiuto, milady. Io non parteciperò ai festeggiamenti, né al pranzo di Natale. Resterò chiuso nella mia stanza.» Si volse verso un valletto che stava sistemando altri addobbi sopra il camino. «Ehi, tu» lo apostrofò, la fronte corrugata in un cipiglio che avrebbe scoraggiato chiunque dal contraddirlo. «Portami dell’altro whisky. Subito.»

Il valletto schizzò via come una scheggia, abbandonando il vischio sul pavimento. Edward ignorò l’occhiata di rimproverò che gli lanciò Catherine e risalì la scala, diretto verso la sua stanza.

Se la sua dolce sposa si aspettava che si unisse a lei nei festeggiamenti, si sbagliava di grosso.

Avrebbe imparato a conoscerlo, col tempo. E a temerlo.






Catherine scattò a sedere sul letto. Era intontita e non riusciva a capire cosa l’avesse svegliata così all’improvviso. Sentì lo sbattere di una porta e dei passi strascicati su per le scale e nel corridoio.

Edward.

Non l’aveva raggiunta neanche quella notte. Come la precedente, si era chiuso in camera a bere. Dopo di che era uscito, incurante del freddo e della neve che scendeva coprendo ogni cosa col suo manto bianco.

Rabbrividì, buttando le gambe giù dal letto.

Forse aveva bisogno del suo aiuto. Doveva essere congelato con quel tempaccio!

Afferrò una vestaglia e se la infilò con gesti affrettati. Poi spalancò la porta comunicante. Nella poca luce scorse Edward accasciato per terra: la camicia stazzonata e mezza sbottonata. Aveva cercato di toglierla, ma le gambe dovevano avergli ceduto prima che riuscisse nell’intento.

«State bene, milord?»

«Tornate a letto.»

Catherine esitò. Disobbedendo rischiava di farlo arrabbiare, ma era evidente che da solo non sarebbe riuscito a svestirsi e probabilmente neanche a mettersi a letto.

«Ma siete completamente fradicio. Perché siete uscito con questo tempo? Vi prenderete un malanno!»

La risata sarcastica che gli uscì dalla gola la infastidì. Edward la fissò coi suoi occhi di ghiaccio. «Siete preoccupata per me, milady? Magari bastasse una nevicata a mettermi fuori combattimento. Non avete idea di quanto avrei voluto perdere la vita in battaglia, insieme ai miei compagni, invece di trovarmi qui, con una sposa che non ho scelto e non desideravo.»

Catherine capì che l’aveva detto di proposito, per ferirla. Nonostante ciò, le sue parole le lacerarono il cuore. «Mi spiace di non essere la donna che volevate e che abbiate vissuto dei momenti terribili in guerra, ma questo non è un motivo valido per desiderare la morte.»

«Ah, no?» Edward inarcò un sopracciglio e cercò di rialzarsi, ma ricadde all’indietro lasciandosi sfuggire un’imprecazione soffocata. «E voi cosa ne sapete di quello che ho passato? Eravate lì mentre i miei uomini cadevano a terra sotto il fuoco nemico? Avete visto i loro corpi martoriati?»

Le lanciò un’occhiata ricolma d’odio e Catherine tremò sotto il suo sguardo. Ma non se ne andò. Al contrario, si chinò su di lui per aiutarlo a rimettersi in piedi. «Avete bisogno di aiuto, anche se siete troppo testardo per chiederlo.»

Lui imprecò di nuovo, ma le permise di dargli una mano. Si appoggiò saldamente a lei e si lasciò guidare fino al letto. Catherine si accorse che era gelato. Le sue mani erano diventate addirittura viola per il freddo patito durante la sua passeggiata notturna.

«Dove pensavate di andare a quest’ora della notte, sotto una tempesta di neve?» chiese senza riuscire a nascondere la propria irritazione.

Edward sorrise sarcastico. «Alla locanda. Dove, se no? Avevo finito il whisky.»

«Continuando a bere in questo modo vi farete solo del male.»

«Tanto a chi importa? A voi, forse? Dite la verità, non sareste felice di rimanere vedova prima del tempo?»

« Non dite sciocchezze!» Catherine si sentì avvampare per la collera. Se solo lui avesse saputo… lei lo amava fin dal primo giorno che lo aveva visto. L’aveva amato in silenzio quando era promesso a sua sorella e anche quando aveva fatto ritorno dalla Spagna, claudicante e con una cicatrice a sfigurargli il volto. Avrebbe dato qualsiasi cosa per un suo sorriso o una parola gentile. Ma non disse nulla di tutto ciò. Si limitò a fissarlo, gli occhi che sprigionavano scintille.

Edward si lasciò cadere sul letto, pallido e stremato. Sembrava aver perduto la volontà di combattere. «Non sono sciocchezze, milady. Che ci fate con uno come me? Un uomo distrutto dal dolore e dal rancore? Cosa vi hanno detto per obbligarvi a diventare la mia sposa?»

Lei arrossì. La voce le uscì flebile e tremula nel momento in cui si accinse a rispondere: «Nessuno mi ha obbligata, milord».

In quel momento si accorse che lui era scosso da violenti tremiti. Stava battendo i denti per il freddo.

Oh, mio Dio!

Stava rischiando il congelamento.

Ignorando il pudore e la vergogna, Catherine si tolse la vestaglia e la camicia da notte e si infilò nel letto insieme a lui. Poi lo aiutò a liberarsi a sua volta dei vestiti bagnati.

«Co-cosa state facendo, per l’amor di Dio?»

«Avete bisogno che qualcuno vi scaldi, milord. Non vi lascerò morire.»

«Siete pazza!»

«No, sono vostra moglie. Anche se fate di tutto per dimenticarlo.»






Edward stentava a crederlo. Il corpo nudo di Catherine premeva contro il suo ed era talmente piacevole percepirne il calore che quasi si lasciò sfuggire un sospiro di beatitudine.

Tutto questo non aveva nulla a che fare con l’attrazione fisica.

Nossignore. Era puro e semplice desiderio di sopravvivenza. Diamine, stava per morire assiderato!

Cercò di convincersi di non provare altro che gratitudine per quella ragazza, ma una voce nella sua testa gli suggeriva di essere cauto. Anche se era sua moglie, Catherine era ancora vergine.

Ingenua.

Illibata.

Non poteva, anzi non doveva metterle le mani addosso. Non in quelle condizioni, per lo meno. Quando il bisogno di un corpo caldo gli annebbiava la mente ancor più dell’alcol che aveva nello stomaco. Strinse i denti, cercando di rilassarsi, e si avvinghiò a lei abbracciandola da dietro.

Il corpo di Catherine era minuto, ma per niente spigoloso come aveva immaginato in un primo momento. Al contrario, era morbido e setoso, e si adattava perfettamente al proprio. Il suo profumo poi… gli stava dando alla testa. No, non era corretto definirlo profumo. Non si trattava di un’essenza. Era l’odore del sapone che si mischiava a quello più acre della sua pelle in una combinazione irresistibile.

Sì, Catherine sapeva di sapone e di donna. Poteva esistere qualcosa di più eccitante?

Edward chiuse gli occhi lasciandosi cullare dalla piacevole sensazione di averla accanto e piano piano lasciò che la stanchezza avesse la meglio su di lui. L’ultimo suo pensiero coerente fu nei confronti della sua sposa: forse non era così male, doveva ammetterlo.






Si svegliò alle prime luci dell’alba, quando i primi timidi raggi di sole filtrarono attraverso le tende. Catherine fece per muoversi, ma qualcosa la tratteneva. Le braccia solide e muscolose di un uomo. All’improvviso ricordò gli eventi della notte trascorsa: Edward che rincasava mezzo congelato e lei che si infilava nuda nel suo letto, per scaldarlo. Le sue guance avvamparono all’istante. Dovette ricordare a se stessa che quell’uomo era suo marito e che non doveva provare vergogna.

All’improvviso lui si mosse nel sonno e le sue mani si posarono a coppa sui suoi seni. Un brivido caldo le scese lungo la schiena, ma rimase ferma. Immobile. Il respiro che si faceva più affrettato.

Cosa doveva fare? Svegliarlo?

Era certa che se avesse saputo che era lei a trovarsi distesa al suo fianco non si sarebbe preso simili libertà. Con ogni probabilità l’avrebbe scacciata in malo modo, ricordandole che lei non era Victoria e che non aveva su di lui alcuna attrattiva.

Eppure, il suo tocco era così piacevole. Catherine lasciò che Edward le sfiorasse i capezzoli coi pollici e trattenne il respiro. Le punte rosee si inturgidirono all’istante e un insolito calore liquido si diffuse nel suo intimo, tra le cosce, in quel punto del suo corpo che non nominava mai per pudore.

Arrossì di nuovo, incerta sul da farsi.

Edward doveva essersi ripreso perché la sua pelle adesso era bollente, il respiro regolare e il membro premeva rigido contro le proprie natiche.

Oh, mio Dio!

Un’esclamazione di stupore le sfuggì dalle labbra dischiuse prima che riuscisse a rimangiarsela. Edward si riscosse, sbatté le palpebre e i suoi occhi grigi si posarono su di lei stupiti.

«Che diamine…» esclamò brusco, ritraendosi da lei. «Cosa ci fate nel mio letto?»

Catherine avrebbe voluto sprofondare per l’imbarazzo. Si tirò su di scatto. «Ecco, io… voi eravate… ieri notte…» Le parole le uscirono confuse e non riuscì a terminare la frase, troppo impegnata a cercare di coprirsi col lenzuolo.

Lui sembrò ricordare all’improvviso. Aprì la bocca per aggiungere qualcosa, ma la richiuse di scatto.

Catherine era sicura di essere talmente rossa in faccia da risultare irriconoscibile. Distolse lo sguardo e si mise a fissare un punto imprecisato sopra il letto. Era affranta. «Mi spiace. Volevo solo aiutarvi… il mio non era un tentativo di sedurvi, milord. Ve lo giuro!»

Edward le voltò il viso obbligandola a guardarlo. I suoi occhi ora erano due pozze scure, impenetrabili come la notte. «Perché l’avete fatto? Tenete così tanto a me? Eppure, dovreste odiarmi. Disprezzarmi…»

«Questo mai!» Catherine capì di non riuscire più a nascondere i propri sentimenti. «Io vi amo, milord. Dal primo momento che vi ho visto. So che non potrò mai sostituire il ricordo di mia sorella nel vostro cuore, ma… darei la vita per un vostro sorriso.»

I suoi occhi ora erano pieni di lacrime. Cercò di scacciarle con un gesto rabbioso della mano e tirò su col naso.

Patetica. Stava diventando patetica.

Ma invece di ridere di lei Edward la studiò serio, un abbozzo di sorriso a incurvargli le labbra. Cielo, era così bello il suo sorriso!

«Mi amate sul serio da tutto questo tempo? Siete una fanciulla estremamente paziente. Mi domando cosa ci troviate in un uomo come me, tormentato dal dolore e dalla rabbia.»

«Non esiste né dolore né rabbia che non si possa dissolvere col tempo.»

Il suo sorriso si allargò, facendole battere forte il cuore. «Siete anche giudiziosa, non solo paziente. E che mi dite del mio volto sfigurato? Non vi fa ribrezzo? Victoria mi disse che non avrebbe potuto sposarmi, anche se non avesse accettato la proposta di Sackville. Non sarebbe riuscita a guardarmi in faccia: la mia cicatrice la terrorizzava.»

Catherine provò vergogna per la superficialità di sua sorella. Allungò una mano a sfiorargli lo zigomo, passando il polpastrello lungo la cicatrice. «Come posso provare ribrezzo per voi, milord? Non chiedo altro che rendervi felice per il resto dei miei giorni.»

Lo sguardo di Edward si fece più tenero. «Anche se vi ho ignorata per anni e vi ho ferita e…»

Catherine annuì con convinzione. «Certo che sì.»

Il dito di lui vagò dal suo mento fino alla curva delle labbra, tracciò una linea invisibile senza distogliere lo sguardo da lei, come assorto. «Siete bella, Catherine. Non me ne ero mai accorto prima; non vi ho mai prestato sufficiente attenzione, in verità.»

Lei si sentì avvampare di nuovo, ma non mosse un solo muscolo. Non voleva rovinare quel momento. Il cuore le stava galoppando veloce contro lo sterno; temeva quasi che lui riuscisse a sentirlo. Poi Edward le afferrò la nuca, attirandola verso di sé, e le coprì la bocca con la sua.

Fuoco.

Catherine ebbe l’impressione di andare a fuoco.

Dischiuse le labbra sotto quella lieve pressione e lui ne approfittò per invaderle la bocca con la lingua, divorandola. Catherine non era mai stata baciata prima e non immaginava che potesse essere così. Si aggrappò alle sue spalle perché la testa aveva cominciato a girarle e temeva di perdere i sensi. Quando lui si staccò da lei si ritrovò senza fiato, ansante.

«Dio mio, Catherine… sei così dolce. Come ho fatto a non notarlo prima? Dovevo essere cieco.»

Il suo cuore perse un battito. «Milord…»

«Chiamami Edward.»

«Edward…»

Le labbra di suo marito cercarono di nuovo le sue. Stavolta fu più dolce, si prese tutto il tempo per accarezzarle le labbra con la lingua, indugiando agli angoli della bocca. Catherine era certa che sarebbe impazzita per il piacere provato. Poi il bacio si interruppe. Edward la guardò fisso negli occhi, serio.

«Ti chiedo scusa se in questi giorni sono stato intrattabile. Non volevo rassegnarmi al mio destino e non mi sono reso conto che stavo punendo te, un’innocente. Ma ti prometto solennemente che cercherò di cambiare. Proverò a far funzionare questo matrimonio e smetterò di bere. Hai la mia parola.»

Catherine sorrise. Non avrebbe potuto sentirsi più felice. «E festeggerai il Natale insieme a me?»

«Il Natale?» Lui esitò, la fronte leggermente corrugata. Poi lasciò andare un sospiro. «Non credo di essere dell’umore adatto ai festeggiamenti, mia cara. Forse più avanti. Quando non avrò più davanti agli occhi gli orrori della guerra e mi sarò gettato tutto alle spalle. Ma non ho nulla in contrario che tu addobbi la casa e organizzi un pranzo natalizio, se è ciò che desideri.»

Non era la risposta che avrebbe desiderato, ma cercò di farsela bastare. C’era tutto il tempo per cambiare le cose. La vita coniugale era fatta di piccoli passi da percorrere insieme, poco alla volta. Gli prese le mani tra le sue e le strinse. «D’accordo, milord. Come desiderate.»

Solo in quel momento si ricordò di essere ancora nuda nel suo letto. Arrossì e tornò a coprirsi col lenzuolo. «E ora, se non vi dispiace, vorrei vestirmi. Ho ancora così tante cose di cui occuparmi!»
Edward le lanciò uno sguardo malizioso. «E sia… per il momento ve lo concedo. Ma ho intenzione di venirvi a trovare questa notte, milady. C’è ancora qualcosa che abbiamo lasciato in sospeso e che desidero chiarire con voi.»

Il suo povero cuore perse un battito. Non c’era bisogno di chiedere cosa avessero lasciato in sospeso; Catherine già lo sapeva. Il barone Glastonbury intendeva diventare suo marito a tutti gli effetti e lei non chiedeva altro.

Forse quel Natale non sarebbe stato così terribile, dopotutto.










L'autrice:

Laura Gay nasce a Genova dove tuttora vive, insieme al marito e a un cagnolino. Ama i libri, il cinema, la musica e gli animali. Scrive da quando era bambina perché solo attraverso la scrittura riesce a esprimere se stessa e a volare con la fantasia. Ha pubblicato vari romanzi e racconti, tra cui Ventunesimo piano, apparso sul numero 5 della rivista Romance Magazine e Il risveglio del Crociato, che è stato inserito nell’antologia 365 storie d’amore, entrambi editi da Delos Books.
Con Delos Digital ha pubblicato Incantevole angelo (collana Passioni Romantiche), Sette giorni e sette notti, Senza Legami, Toccami, L’amante francese, Adorabile bastardo, Una notte indimenticabile e Sexy Girl (collana Senza Sfumature).
Inoltre con Il risveglio dei sensi e Resta con me si è qualificata tra i finalisti nelle rispettive rassegne Rosso fuoco e Senza fiato, sul blog La mia biblioteca romantica.
Ha pubblicato, inoltre, un romanzo stotico/erotico dal titolo La dama misteriosa, il contemporaneo Scandalosi Legami, e il 25 gennaio 2015 sarà online Tutto di te.
Laura collabora anche con i blog La mia biblioteca romantica e Insaziabili Letture, per il quale gestisce una rubrica di consigli di scrittura creativa.
Attualmente è curatrice della collana di racconti erotici Senza Sfumature per conto di Delos Digital.



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12 commenti:

  1. romanticissimo!grazie Laura per il racconto appena letto!buon natale!

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    1. Grazie, Michela. Buon Natale anche a te.

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  2. Meraviglia! Laura è capace di condensare in poche battute un'intera gamma di emozioni e poi come rende bene nello storico! Complimenti!

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    1. Lo storico è il mio primo grande amore, quello che non si scorda mai. Grazie per aver letto e commentato, Christiana. Un abbraccio.

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  3. Meraviglia! Laura è capace di condensare in poche battute un'intera gamma di emozioni e poi come rende bene nello storico! Complimenti!

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  4. Romantico, impalpabile, dolcemente silenzioso come la neve che ammanta tutto di virginale purezza. L'ho trovato davvero delizioso!

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  5. irresistibile, dolce, romantico. semplicemente bellissimo!!!

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  6. Ma che tenerezza!!! Lui il solito burbero, lei un pasticcino. Davvero un racconto sulla speranza alle soglie del Natale.

    Brava!

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  7. Che racconto tenero, il messaggio contenuto poi credo sia realmente indicato per il periodo che stiamo vivendo. Merita davvero di essere letto!

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