sabato 13 febbraio 2016

Amore fra le righe: "UN AMORE DA PRIMA PAGINA" di Catherine BC

Vi lasciamo alle porte di San Valentino con un ultimo racconto della rassegna "Amore fra le righe".
Oggi, Catherine BC vi porterà in un mondo competitivo, difficile, popolato da uomini e donne ambiziosi: il giornalismo! Tra un articolo e l'altro ci sarà spazio per l'amore? Scopritelo in "UN AMORE DA PRIMA PAGINA"!




Colin e Violet sono colleghi, entrambi giornalisti, e si ritrovano alla stessa conferenza stampa a dimostrare a se stessi e agli altri che valgono molto di più di quanto un nome importante nel settore e una presenza avvenente possano concedere. Sembrano cinici, fin troppo diretti e protesi unicamente al successo lavorativo. Tuttavia, un banale incidente rivelerà che, oltre le apparenze, entrambi hanno molto da offrire e farà loro capire che l’amore non è una debolezza. Il tutto alla vigilia del giorno di San Valentino. Sarà un segno del destino?

 

Nota autrice: Il racconto è ambientato nei nostri giorni, ma fa riferimento a eventi passati realmente accaduti, quali la guerra in Iraq e lo scandalo Watergate. Robert Woodward ha vinto veramente il premio Pulitzer per l’inchiesta che portò alle dimissioni di Nixon nel 1974, non insieme a Colin Fire, naturalmente, ma con Carl Bernstein. Non ho avuto la pretesa di parlare di argomenti così complessi, né di far demagogia alcuna. Ho usato questi eventi per dar spessore al personaggio di Colin e per contestualizzare il tutto.



                                 
Mi guardo attorno per essere sicuro di non dimenticare nulla. Partire mi dà sempre un senso di malinconia, anche se è solo per pochi giorni. Negli anni non ci ho fatto l’abitudine. Evidentemente fa parte del mio essere, anche se è una cosa che riesco a nascondere bene. Torno indietro e passo due dita sulle targhe, sulle cornici appese, sul dorso dei libri diligentemente impilati. Mi sembra di fare un viaggio nei ricordi che tolga la polvere fittizia sul mio presente così statico. Le foto mi ritraggono tra i soldati americani in Iraq e lì la polvere non si può togliere: è entrata nell’anima della foto e nella mia. Laggiù ho visto cose terribili, che mi hanno segnato nel profondo.
Sono partito con l’intento di ripercorrere le orme di mio padre e dar vita a un’inchiesta come la sua, importante e spinosa, dall’eco internazionale. Guardo la sua foto: stringe orgogliosamente il premio Pulitzer tra le mani. È con Robert Woodward. La loro intuizione, il loro coraggio e la loro perseveranza avevano dato vita all’inchiesta che incendiò lo scandalo Watergate, portando il presidente Nixon alle dimissioni. Avevo anch’io i suoi stessi ideali di onestà e rispetto, di Dio e di patria che dovevano dare al mio lavoro i contorni della missione e alla mia personalità un filo rosso di rettitudine da seguire. Ma tutto questo ha perso validità in un contesto, come quello iracheno, in cui anche la dignità umana è stata messa in discussione.
 La pallottola che mi ha colpito, trapassandomi la spalla sinistra, ha lasciato meno cicatrici rispetto a quelle impresse dai ricordi. Negli attimi concitati all’ospedale da campo, ho resettato gran parte delle mie ambizioni e rivisto le mie priorità. Così, sono tornato a casa non appena i medici me lo hanno permesso e ho ripreso il mio lavoro al giornale occupandomi di politica interna.
Accarezzo ancora una volta tutti gli attestati di studio e i riconoscimenti che affollano le pareti del mio rifugio, alternando lo sguardo tra il colore tenue e delicato delle cornici e l’inchiostro promettente del mio nome: Colin Fire. Lo stesso che appare sul pass che professionalmente ho già appeso al collo, lo stesso di mio padre sul Pulitzer. Prendo il blocco e lo sistemo nella borsa con il laptop. Mi guardo un’ultima volta nello specchio. L’azzurro della mia camicia riflette quello dei miei occhi e i lineamenti marcati del mio volto sono evidenziati dai capelli cortissimi, quasi rasati, un retaggio della mia vita tra i soldati. Mi attorciglio un maglioncino scuro sulle spalle ed esco.
 La mia meta è l’hotel Sheraton, dov’è prevista la convention del senatore Thomson, in pieno stile repubblicano. Riesco a parcheggiare con qualche difficoltà, pur non essendo una zona particolarmente trafficata. L’hotel è già un tripudio di bandiere coi colori nazionali e il nome del senatore. Il merchandising che segue questo tipo di occasioni trasforma la politica in un evento di costume, sperando di non scadere nella cronaca di basso profilo. Sempre meglio che doversi occupare degli hashtag che faranno più tendenza nel giorno di San Valentino o delle nuove obbligazioni offerte dal Dipartimento del Tesoro e chiamate apposta Hot Love per poterle spacciare come regalo alternativo e previdente al proprio partner. Passerò questa festa lavorando, come faccio con tutte le altre segnate in rosso sul calendario. Il lavoro mi trasforma, mi motiva e non mi fa pensare. La maggior parte delle volte non chiedo di meglio.
Seguo la scia brulicante dei colleghi verso la sala dove si terrà la conferenza stampa con cui il senatore ci illuminerà sui punti cardine del suo programma per le imminenti primarie. Agguanto un posto nelle prime file e inizio a sistemare la mia roba quando sono investito da una scia fruttata che mi fa alzare la testa come stessi annusando l’aria. Un fruscio al mio fianco attira la mia attenzione assieme al tonfo del mio cellulare. Mi chino per raccoglierlo e soffoco un’imprecazione. Quando mi rialzo, mi trovo a pochi centimetri dalla bellezza più sfrontata che io abbia mai visto. Un algido tailleur dal taglio sartoriale fascia una giovane donna intenta a schiacciare nervosamente i tasti del suo cellulare. Uno spintone alle mie spalle mi fa avanzare e mi rendo conto improvvisamente di essere praticamente in ginocchio davanti a lei.
«Mi scusi…»
Parlo con tono neutro e cerco di togliermi da quella posizione senza guardarla, ma lei lo fa al posto mio. Alza il volto rivelandomi due smeraldi lucenti, puri e trasparenti come laghi di montagna, contornati da ciglia lunghissime che si sfiorano sensualmente a ogni battito. Mi guarda diretta e fredda, registrando ogni particolare. Poi sposta con un movimento fluido i suoi capelli e muove le sue labbra regalandomi una risposta secca.
«Non si preoccupi.»
Mi siedo al suo fianco, ma non riesco a staccare i miei occhi da quelle labbra così carnose, rosse e peccaminose. Lei inizia a scribacchiare sul suo blocco mentre io mi sporgo in avanti per leggere il nome sul pass che le vedo appuntato sulla giacca. Lei si accorge delle mie intenzioni e si gira, offrendomi, oltre al pass, la vista del bordo di pizzo del suo completo intimo che fa capolino tra i reverse. Maschero tutto, dall’imbarazzo per essere stato colto sul fatto all’eccitazione che mi sta riempiendo di brividi. Indosso la mia espressione più corretta e professionale, mentre accolgo la sua mano sporta verso di me.
«Violet Thorn.»
«Colin Fire, piacere.»
Le sfioro il dorso della mano in modo galante, quasi retrò, ma sono colpito dal tono tagliente della sua voce.
«Un nome impegnativo da portare per un giornalista.»
«Lo porto con orgoglio.»
«Ti credo, chissà quante porte ti avrà aperto!»
Tutti i miei nervi si tendono e credo che sul viso mi si possa leggere il disgusto che sto provando. Dovrei esser maturo ormai e saper soprassedere a certe battute che mi hanno sempre accompagnato, ma stavolta non ce la faccio.
«Mi aspettavo un po’ più di originalità!»
La rabbia mi fa perdere ogni concetto di educazione, facendomi passare al tu senza remore e continuare il mio discorso.
«Mi sei già caduta nei luoghi comuni! Il figlio di papà, quello che non ha dovuto faticare per nulla, che non ha dovuto conquistarsi niente, sfoderando il nome illustre, giusto?»
Lei mi fissa per nulla intimorita, anzi negli occhi le brilla una luce particolare, quella tipica della lotta e dello spirito di competizione. Raddrizza impercettibilmente le spalle e inspira calma come stesse scegliendo con cura le parole con cui rispondere. È quasi felina, come fosse una pantera pronta a sfoderare le unghie, sensuale oltre ogni limite anche in questo frangente.
«Perché? Puoi onestamente dire che non sia mai stato così?»
«Tu non sai nulla di me, sei solo una ragazzina impertinente, sfacciata e bellissima. Ora dimmi, la tua avvenenza non ti ha aperto lo stesso numero di porte del mio cognome?»
Spalanca gli occhi non perdendo mai il contatto coi miei. Non indietreggia, anzi si sta pericolosamente avvicinando al mio viso, per poi alitarmi sulla bocca tutto il suo disprezzo.
«E tu saresti quello con fantasia? Io sarei qui solo per essere entrata nel letto giusto? Neanche tu mi conosci, signor Fire!»
Passiamo il resto del tempo ignorandoci intenzionalmente. Almeno io sto provando a farlo, mentre lei sta mettendo in atto un modo più sottile per farmi pagare l’etichetta con cui l’ho catalogata. Si tocca, passandosi lentamente la mano sul suo favoloso decolté, oppure finge di raccogliere qualcosa e si accarezza le gambe lunghissime, fasciate con delle calze autoreggenti di cui lascia intravedere il bordo. Sto scoppiando. Questa ragazzina riesce a risvegliare in me sensazioni che avevo messo da parte da tempo per non espormi e soffrire. Mi sento attraversato da una scossa elettrica quando lei si passa la lingua sulle labbra, umettandosele. Il calore mi pervade e mi scorre sotto pelle fino a concentrarsi nel mio inguine. Cerco di sistemarmi meglio sulla poltrona e uso il maglioncino per nascondere l’effetto devastante che la dea sfrontata al mio fianco mi sta facendo. La desidero.
Vorrei sostituire le mie mani alle sue e ovviare alla sua arsura con lunghi baci bagnati, come piacciono a me. Vorrei sentirla tra le mie braccia, arresa tanto quanto vorrei arrendermi tra le sue. L’inizio della conferenza stampa mi scuote dai miei pensieri e distoglie anche lei dai suoi propositi di vendetta. Inforca un paio d’occhiali dalla montatura nera che le danno un’aria ancora più professionale e, presa la parola, sommerge il senatore con una serie di domande articolate, specificatamente centrate sull’economia. È preparata e sicura di se stessa. Deve essersi laureata da poco e a pieni voti, potrei scommetterci. Mi incuriosisce e vorrei conoscerla meglio. Ho la sensazione che qualcosa in lei non si armonizzi con l’immagine di sé che propina al prossimo. In alcuni suoi respiri corti, nel suo torturarsi continuamente le mani c’è una tensione insolita, un’insicurezza velata, una dolcezza repressa che vorrei scoprire.
Scuoto la testa e rido di me stesso. Sto facendo delle mere supposizioni su una persona che al primo approccio mi caccerebbe a calci nel sedere. Guardo il mio blocco e mi appresto a porre le mie domande, che riguardano tutte i punti di politica estera appena illustrati dal senatore. È il mio forte, anche perché ho testato sul campo l’esilità dei trattati su carta e delle strette di mano televisive. Nella grande sala cala per un attimo il silenzio, fino a che le risposte contraddittorie del senatore Thomson vengono sommerse da un applauso tributatomi dai colleghi. Un sorriso di soddisfazione copre il mio volto mentre con noncuranza torno a sedermi. Violet guarda dritta davanti a sé, immobile come una statua e io ghigno di rimando.
La conferenza termina qualche ora dopo. Siamo tutti invitati a prendere possesso delle nostre camere, dato che la convention del candidato democratico è prevista per domani. Salgo svogliatamente nella mia e mi guardo intorno. È carina e profuma di pulito. Sistemo la mia roba e mi fiondo nella doccia, rilassandomi sotto il suo getto largo. Lascio che l'acqua scorra su di me e tocco inevitabilmente la cicatrice sulla spalla, anche se la tristezza che di solito mi prende a questo punto è sostituita dall'immagine del volto di Violet. La immagino sotto la doccia e con la fantasia posso vedere il percorso di ogni gocciolina su quel corpo da favola.
«Che mi hai fatto piccola strega?»
Indosso dei pantaloncini, mi metto le scarpe da jogging e inforco gli occhiali da sole.  Voglio sfogare la tensione correndo nel parco sottostante. La zona verde che circonda l’hotel è piccola ma carina e ben curata, e ho già fatto il percorso segnato più volte. Mi sento bene quando corro. Libero la mente, lasciando da parte sia i brutti ricordi che le nuove tentazioni. Penso al programma per domani e a come abbozzare l’articolo da mandare al giornale. All’interno del parco c’è un piccolo laghetto artificiale, circondato da fiori di mille colori. Sono fermo ad ammirarlo e a riprendere fiato, quando una figura esile rimbalza su di me e si accascia a terra. È una ragazzina con le cuffie dell’iPod nelle orecchie, gli occhiali scuri e il cappuccio calato sul viso. Mi chino apprensivo perché la bimba si sta tenendo una caviglia e si lamenta.
«Scusami tanto, piccola, ma mi sei venuta letteralmente addosso! Ti sei fatta male?»
La bimba cala il cappuccio rivelando una coda scura ordinata e alza gli occhiali da sole, colpendomi direttamente al cuore.
«Violet…»
«Fire, come potevi non essere tu l’unico imbranato fermo a occupare tutto il passaggio?»
«Beh, alla lingua non ti sei ferita di sicuro. Che ti fa male, principessa?»
«La caviglia. Devo aver preso una bella storta.»
Approfitto dell’inattesa vicinanza e la osservo. È senza trucco e i lineamenti ancora adolescenziali cozzano con la naturale sensualità dei suoi movimenti, la luce cristallina degli occhi e la morbidezza della sua bocca. È stupenda e muoio dalla voglia di prenderla tra le braccia. Invece le offro la mano per aiutarla ad alzarsi, ma lei la ignora, usando entrambe le sue per puntellarsi al terreno.
«Ce la faccio.»
È testarda come un mulo di montagna! Le rimango comunque vicino e, quando rischia di cadere nuovamente, la prendo in braccio e la sollevo come si potrebbe fare con una piuma. Violet protesta e si dimena, ma io mi dirigo a grandi passi verso l’hotel, ignorandola. Entro destando una certa curiosità nella hall e punto deciso verso gli ascensori.
«Senti, principessa cocciuta, ti sto solo aiutando per evitare che il tuo stupido orgoglio ti porti a far danni peggiori di quelli che già potrebbero esserci. Ora, cortesemente, potresti darti una calmata? Mi guardano male tutti qui.»
«Ok, non perché io sia preoccupata per la tua reputazione, Fire, ma la caviglia mi fa davvero male.»
«Ecco, brava, fallo per te. Schiaccia tu il piano, principessa, che io ho le mani impegnate.»
Una volta al piano, avanzo cauto nel corridoio, aspettando un suo cenno.
«Ecco, questa è la mia camera.»
«Sai che siamo dirimpettai?»
«Mi sto trattenendo dal saltare di gioia, non vedi?»
«Sei sempre così acida o hai fatto un workshop apposito, principessa?»
«Smetti di chiamarmi principessa!»
«Smetti di trattarmi così, voglio solo esserti d’aiuto. Un po’ d’umiltà non ti farebbe male.»
Abbassa lo sguardo e sospira. Non voglio ferirla, non è mia abitudine neppure alzare la voce, tanto meno con una donna. Voglio improntare il nostro rapporto su basi più civili e cerco di fare un passo indietro per primo.
«Violet, scusami. Non volevo essere scortese.»
«No, ho sbagliato io per prima. Ti ho aggredito. Ricominciamo?»
La vedo sorridere e mi si apre il cuore. Le fossette che le si formano ai lati della bocca le danno un’aria ancora più giovanile e innocente. Allunga una mano verso di me e si ripresenta.
«Violet.»
La stringo con calore e ne bacio nuovamente il dorso, soffermandomi più del dovuto sulla sua pelle profumata.
«Colin.»
Ci limitiamo ai nomi, nessun cognome importante, nessuna curriculum da ostentare o ruoli da difendere. Solo noi e la cosa mi piace parecchio. Il suo sorriso, però, si spegne in una smorfia di dolore. Le prendo il piede e tolgo delicatamente la scarpa. La tasto attorno alla caviglia e noto che lei sobbalza appena mi avvicino al malleolo.
«Ascolta, per ora mettiamo del ghiaccio per evitare il gonfiore e alleviare il dolore. Secondo me è solo una contusione, ma se non passa chiamo un medico, ok?»
«Va bene, Colin.»
Il mio nome pronunciato da lei non ha mai prodotto suono più bello. Mi alzo in fretta per mascherare le emozioni che mi scuotono dentro, ma poi mi fermo e respiro con calma. Voglio essere me stesso, una volta tanto, voglio tornare a essere quello che ero prima dell’Iraq. Le accarezzo una guancia con lentezza esasperante.
«Mi sembri spaventata, piccola.»
Inaspettatamente, appoggia la guancia al mio palmo, arrendevole.
«Un po’, non amo i medici e neppure gli ospedali.»
«Stai tranquilla. Non sei sola.»
Le sorrido e corro a prendere il ghiaccio nel frigobar, sistemandoglielo poi sulla caviglia.
«Grazie Colin, davvero.»
«Lo sai che sembri una ragazzina così?»
Sorride ancora e io mi sento leggero.
«Anche tu sembri diverso, più... umano. Leggendo i tuoi scritti, t’immaginavo chiuso in una corazza d’ambizione, nascosto dietro la perfezione del tuo lavoro e mai scalfito da alcun tipo di sentimento.»
«Non è un ritratto molto edificante. Ora che pensi di me?»
«Penso che tu sia una persona gentile, che tu sia disposto a metterti in gioco e a far vedere lati di te che consideri sin troppo intimi.»
«Meglio direi, ma su molte cose ci hai preso. Anche tu sei ben diversa quando non sei calata nelle vesti di una cinica donna bellissima che deve dimostrare al mondo di valere ben oltre l’apparenza.»
«Tu quale versione preferisci?»
«Indubbiamente questa.»
«Più arrendevole e senza trucco?»
«No, semplice e diretta. Naturalmente Violet.»
Lei abbassa la testa scuotendola, mentre il suo sorriso m’illumina. Mi fissa e trattiene il labbro inferiore coi denti. Non ho mai visto nulla di più eccitante in vita mia. Vorrei porre fine a quella dolce tortura e detergerle la ferita con la lingua. Mi trovo, invece, a umettare le labbra d’istinto e lei lo nota nell’attimo di uno sguardo. Ci stiamo studiando, ci osserviamo l’un l’altra per mettere a punto la mossa successiva. L’elettricità sale, è spessa, quasi palpabile. La sua mano scende accarezzando leggermente la sua gamba, fino a sfiorare la mia sulla caviglia.
«Puoi andare, se vuoi. Ti ho fatto perdere fin troppo tempo e abbiamo del lavoro da fare entrambi… »
Le affido il ghiaccio e mi alzo espirando pesantemente.
«Lo stiamo rifacendo, non è vero?»
Violet sembra non capire e mi guarda sorpresa. In realtà ha compreso benissimo. Siamo fatti della stessa pasta e abbiamo gli stessi punti deboli, che ci preoccupiamo di celare il più possibile.
«Non facciamo in tempo a rivelare un briciolo della nostra vera natura, che subito corriamo ai ripari sentendoci esposti, giusto Violet?»
I suoi occhi si allargano ancora e la loro limpidezza li rende quasi trasparenti.
«Non ti seguo,Colin.»
«Dimmi che l’hai sentita anche tu.»
«Cosa?»
È smarrita. Forse sono troppo diretto, ma penso che, se non riuscissi a parlarle ora, imploderei.
«La scossa quando ci siamo sfiorati, i brividi lungo la schiena e il calore che si è propagato dappertutto.»
Trattiene il respiro, ma non nega e io mi avvicino.
«Dimmi che hai pensato anche tu che stare vicini come prima, quando ti ho tenuto tra le braccia, fosse la cosa più giusta del mondo. Piccola…»
«Colin, sono confusa.»
L’istinto mi dice di scappare da una situazione che potrebbe darmi solo complicazioni, ma la mia volontà è annullata nel momento in cui Violet inizia a fissarmi le labbra. Non parlo, non ce n’è bisogno. Mi accuccio di fianco al divanetto su cui è stesa e le prendo le mani. Un fremito ci coglie entrambi. La percepisco come se aderisse al mio corpo e potessi coglierla nella sua totalità. La sento in me quanto vorrei sentirmi in lei. I nostri sguardi sono ancora incatenati. Il mio pollice sta accarezzando la nivea perfezione della sua pelle, mentre penso che vorrei toccarla dappertutto, percorrere le linee del suo esile corpo con le mani e con la lingua. Sono eccitato e i miei pantaloncini faticano a celare la voglia che ho di lei. Vedo le sue guance imporporarsi e i suoi occhi puntare la base del mio collo. Mi abbasso e la inseguo. Voglio accoglierla nella mia bocca come fosse lo zampillo di una fontanella dopo una corsa estenuante. Mi fermo a pochi millimetri da lei e respiro profondamente. Voglio gustarmi ogni sfaccettatura di questo diamante grezzo. I nostri respiri si fondono e Violet si muove cautamente, sfiorandomi le labbra. Così faccio anch’io di rimando. Il suo calore è così intenso che potrebbe ustionarmi, ma ne voglio ancora. Continuiamo a sfiorarci e a rincorrerci, a rubarci il fiato.
Poi plasmo la mia bocca sulla sua e lentamente passo la lingua su tutto il labbro superiore. Violet piega la testa di lato e spinge la sua lingua contro la mia. Gliela succhio come fosse zucchero filato, fino a immaginare possa sciogliersi nella mia bocca. Lei geme a lungo e io arrivo così vicino all’orgasmo da rischiare una pessima figura. Le nostre mani iniziano a percorrere il corpo dell’altro con crescente frenesia. La tocco da sopra la stoffa della felpa e la sento bollente ovunque. Geme ancora e mi fa impazzire, si inarca e mi fa uscire di senno. Ci stacchiamo ansanti. Deglutisco pesantemente di fronte al desiderio esplicito che vedo nel suo sguardo, ma ho bisogno di parlarle.
«Voglio essere onesto con te, Violet. Quando ti ho soccorsa e accompagnato qui le mie intenzioni non erano queste. Mi hai colpito da subito, ma non volevo sedurti. Ora, però, voglio fare l’amore con te. Muoio dalla voglia di farlo. Voglio anche che tu sappia che non sto con una donna da moltissimo tempo, perché troppo preso dalle brutture di certi ricordi per notare la bellezza che mi circonda. Ma tu mi hai travolto peggio di una tempesta di sabbia nel deserto. Non c’è scampo per me, ma se non sei sicura, se non vuoi, questo è il momento per fermarsi.»
«Colin… tu mi sorprendi sempre. Vai oltre ogni schema e riesci a essere te stesso e basta.»
Mi accarezza i lati del collo con entrambe le mani per poi scendere sulle spalle e tornare al punto di partenza.
«Ti piace quello che vedi?»
«Ti voglio anch’io, Colin.»
Sorrido e lei mi copre il volto con una miriade di bacetti a stampo che, con la loro innocenza, non fanno che infuocarmi. Poi lentamente la ragazzina lascia il posto alla donna sensuale.
«Spogliami, la caviglia…»
Non la lascio finire e mi impossesso delle sue labbra ancora una volta. Infilo poi le mani sotto la felpa e gliela alzo sopra la sua graziosa testolina. Violet allenta la chiusura degli shorts, ma lascia a me il compito di farli sfilare lungo le sue gambe bellissime. Rimane in intimo blu e sportivo e io la trovo eccitante fuor di misura. Il suo corpo è tonico e guizzante e la voglia di lei mi sovrasta. La prendo in braccio e la deposito sul piumone candido. È delicata e leggera, fragile e minuta. Ho quasi paura di farle del male.
«Vieni o hai cambiato idea?»
«Piccola, non potrei mai farlo, neppure se volessi.»
Mi tolgo la felpa e le scarpe mentre Violet sembra ipnotizzata. Mi osserva e mi accarezza definendo ogni muscolo. Si dedica ai miei pettorali, circondandoli e massaggiandoli, per passare poi agli addominali, stuzzicandoli e riempiendomi di brividi.
«Come sei massiccio Colin, sei uno schianto!»
«Sono così grosso rispetto a te che ho paura di farti del male.»
«Lasciati andare.»
La sua lingua ripercorre i sentieri aperti dalle sue dita e io comincio ad annaspare. Mi stendo su di lei facendo attenzione alla sua caviglia e a non pesarle troppo. È nelle mie mani, magnifica e delicata come una farfalla. Mi attira su di sé e mi inonda del suo calore. La bacio, le lecco ogni lembo di pelle, mentre il suo profumo m’inebria. Accompagna le mie mani sul suo seno, ancora coperto dall’intimo. Con un movimento fluido lo fa sparire e io mi fiondo a bocca aperta su tutta quella morbidezza esposta. Succhio i suoi capezzoli, titillandoli con la lingua. Poi ci soffio sopra e li osservo indurirsi. Fremo e scendo con la mano tra i nostri corpi, oltrepassando il suo perizoma e arrivando al suo fulcro. Sono avvolto dal calore e la testa comincia a girarmi. Sprofondo lento in lei, che butta la testa all’indietro gemendo sommessamente. Quando compio una piccola pressione col pollice sul suo clitoride, Violet rialza il capo e infila le mani sotto i miei slip, avvolgendo i miei glutei. La mia erezione è finalmente libera e preme sul suo addome. Lei guida le mie dita nella sua carne, io faccio appoggiare la sua mano sul mio membro. Ci stiamo dando piacere a vicenda, dando corpo alla voglia di conoscerci ed esplorarci. Violet s’irrigidisce e chiude nella sua morsa le mie dita, liberando un orgasmo che la travolge. Mi ritrovo ansante a osservarla e a pensare che vederla godere sia la cosa più bella che io abbia mai visto. Lei riapre gli occhi e mi fissa, cullata ancora dai vapori dell’estasi.
«Sei bellissima piccola, ti voglio da morire.»
Mi sistemo meglio fra le sue gambe. Sono così teso e nervoso, ma lei prende il mio viso tra le mani e mi attira a sé, baciandomi. Mi guida, infondendomi sicurezza. È così dannatamente dolce e succosa. Avrei tanto voluto assaggiarla, ma l’urgenza di unirmi a lei mi sta vincendo a tal punto che temo di non essere né paziente, né delicato.
«Vieni qui Colin, voglio sentirti.»
Violet riesce a cacciare i miei fantasmi molto meglio di mesi di terapia. Entro in lei con cautela e devozione, trattenendo il respiro. Il suo calore mi avvolge, accudendomi, e mi stringe. Ansimiamo entrambi mentre inizio a muovermi con spinte lente e cadenzate, fino ad accarezzare la sua fine, a perdermi e annullarmi in lei. Sento l’energia, che prima era concentrata nel mio inguine, irraggiarsi e attraversarmi tutto, come un’onda inesorabile. Violet mi stringe in modo sempre più possessivo, quasi a volermi inglobare, fino a che il mio orgasmo non esplode insieme al suo. Quando il piacere defluisce, apro gli occhi lentamente. Sto respirando nel piccolo tempio alla base del suo collo, mentre lei mi accarezza la schiena e mi bacia la tempia. Faccio per alzarmi, ma me lo impedisce, trattenendomi.
«Dimmi che ora non subentrerà l’imbarazzo tra noi e che non faremo a gara per trovare una scusa per scappare da questo letto.»
La guardo. È sudata, spettinata e arrossata, ma io non l’ho mai vista così bella. La sua insicurezza è pari alla mia e la nostra forza è solo apparenza per evitarci sofferenze inutili.
«Non so che razza di uomini tu possa aver conosciuto fino a ora, piccola, ma io non scappo. Io sto qui. Tu che fai?»
 «Ci sono. Ora, stasera e anche domani.»
«Domani è San Valentino.»
«Che tempismo perfetto, Fire!»
Torno a unire le nostre labbra in una dolce promessa, riempiendo di noi il silenzio che ci circonda.



L’autrice:
Katy Policante (Catherine BC) nasce e vive in provincia di Verona. Compie un percorso di studio variegato sia per attitudine che per esigenze personali. È attratta dalla scrittura fin dall’adolescenza. Ha partecipato a contest e concorsi organizzati da riviste e siti letterari. Ha scritto diversi racconti e qualche poesia, una delle quali è stata pubblicata su un settimanale femminile.

Nell’agosto del 2013 ha autopubblicato “Il sapore del proibito” (Forbidden Trilogy), il suo romanzo d’esordio.
Dal 12 dicembre 2013 un suo racconto natalizio è comparso tra le pagine dell’antologia “Natale e dintorni” edita dalla Alcheringa Edizioni .
Nello stesso periodo un altro suo racconto “Un nuovo inizio” è stato inserito nell’antologia “Halloween’s Novels”, curata da Le passioni di Brully e pubblicata su Amazon.
Nel gennaio del 2014, ancora da self publisher , presenta il racconto, “La sindrome di Stendhal”.
Nei primi mesi del 2014 un altro suo lavoro, “L’amore sa di tappo” è stato scelto dalla Butterfly Edizioni per far parte di un’antologia che è uscita il 16 dicembre 2014.
Sempre nello stesso giorno è uscito anche un suo racconto, “Samhain, la soglia” per la Delos Digital.
Nell’agosto del 2015 ha auto pubblicato il secondo romanzo della Forbidden Trilogy, “Ricatto proibito”.
Nell’ottobre del 2015 è uscito “La più dolce tentazione”, un romance con sfumature erotiche edito dalla Rizzoli per la collana You Feel.
Visita la pagina dell'autrice:



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10 commenti:

  1. Dolcissimo. Quanto amore si è respirato in questa settimana! Grazie mille, Katy.

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  2. Piccola Katy (non me ne volere!) è proprio una brava scrittrice di storie d'amore delicate ma sensuali quando serve. Brava!

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    1. Grazie Antonella....per questa volta ci passo sopra :) 1 Felice che il racconto ti sia piaciuto.

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  3. io adoro i POV maschili!!!bravissima Katy!l'ho letto tutto d'un fiato e mi piacerebbe leggere di più sul passato di Colin!grazie del regalo che ci hai fatto!

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    1. Li adoro anch'io!! Sembra che mi riescano meglio...avrò qualche problema? Grazie Michela!

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  4. Bello, si legge tutto d'un fiato.

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  5. Molto bello, Katy. Intenso e delicato . Bello!

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    Risposte
    1. Detto da te è un doppio complimento! Grazie! :)

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