venerdì 12 febbraio 2016

Amore fra le righe: "UN NUOVO BATTICUORE" di Velonero aka Raffaella V. Poggi.


Buongiorno a tutti i lettori! Oggi è una giornata speciale per la nostra rassegna "Amore fra le righe": VELONERO, eccezionale scrittrice di romance storici, vi regala un racconto inedito, "UN NUOVO BATTICUORE", appartenente alla serie contemporanea Taste of NY che arriverà su tutti gli store il prossimo 29 Febbraio con il primo volume dal titolo "UPTOWN GIRL" e un nome nuovo di zecca, il suo: RAFFAELLA V. POGGI.

Perdetevi nella magia di questo racconto, scovate le parole che vi porteranno a scoprire la colonna sonora della storia di Phil e Jen, e commentate!!!




Un nuovo batticuore


Lei è Jenny, Jennifer. Per sbarcare il lunario fa lo chef a domicilio per un'agenzia.
Un gruppo di giovani rampanti richiede proprio lei per le cene del mercoledì, serata poker.
Lei è brava e professionale,
ma c'è un imprenditore che le ha messo gli occhi addosso,
e non solo perché è bella...
Un nuovo batticuore è il dolce rimedio per ogni problema. 


***

 Questo racconto dà il nome alla serie di cui fa parte anche la mia prossima pubblicazione,
Uptown Girl, per cui è molto importante per i miei lavori futuri. 

http://insaziabililetture.blogspot.it/2016/02/anteprima-uptown-girl-di-raffaella-v.html

Venite a scoprire perché ho chiamato la serie di romanzi, tutti autoconclusivi
 Taste of New York



E soprattutto venite a conoscere qualche personaggio e
 qualche ambientazione che vi ritroverete dentro.
Buona lettura e felice San Valentino,

VeloNero


1.

Jennifer entrò spedita nel piccolo ufficio di Jacinda, la coordinatrice nonché capo quasi indiscusso della Cooking Home, l’agenzia di kitchensurfing per la quale lei lavorava da quasi sei mesi, esattamente da quando Malcom l’aveva sbattuta fuori di casa per far spazio alla sua nuova fiamma.
Jenny ˗ così la chiamavano fin da piccola ˗ si era ritrovata seduta sulla sua valigia grande, su un marciapiede della Lexington, a Curry Hill, scaricata lì dal tassista indiano sulla cui vettura era montata al volo. Era uscita in fretta e furia dall’appartamento di Malcom, col cuore a pezzi e un vecchio set di valigie strapieno di tutte le sue cose, e anche due sacchetti di plastica, perché mai e poi mai sarebbe tornata indietro. Aveva incrociato Sonja sulle scale, la bionda russa alta due metri che aveva preso il suo posto.
«Non ha un appartamento in città e verrà subito ad abitare qua», le aveva spiegato lui. «Puoi fermati finché non trovi un’altra sistemazione: c’è posto sul divano».
Non gli aveva risposto, non aveva parlato, non lo aveva neppure guardato altrimenti sarebbe esplosa e il giorno dopo sarebbe finita sul New York Post, in prima pagina, con la sua foto sotto un titolone cubitale. Aveva racimolato le sue cose, compreso quel poco di dignità che ancora le restava ed era uscita da quell’appartamento in cui era entrata tre anni prima piena di sogni e di illusioni.
Era arrivata a New York per frequentare la French Accademy, nove mesi di full immersion per perfezionarsi nell’arte culinaria. Aveva incontrato Malcom nel locale spagnolo, dove la sera lavorava come barman e faceva le tapas per pagarsi la frequenza; dopo poche settimane era andata a vivere da lui. Aveva piantato la scuola a un mese dal diploma, e poi, dopo un anno e mezzo d’insistenze, anche il lavoro, perché lui non voleva che uscisse la sera e lei era poco presente.
Jennifer, senza entrate, aveva dato fondo a tutti i risparmi, accumulati in anni di gavetta nelle cucine di ristoranti prestigiosi sia di New Orleans, dove era nata e cresciuta, sia di San Francisco, dove si era trasferita per uno stage in un ristorante stellato. Aveva voluto ignorare i comportamenti di Malcom degli ultimi tempi: sotterfugi col cellulare, viaggi di lavoro, cene serali con i “colleghi”. E quando lui le aveva dato l’annuncio del “cambio ai vertici”, non era rimasta troppo stupita. Scioccata sì, ma non stupita.
Così, a ventott’anni si era ritrovata senza un soldo, senza un tetto, senza un lavoro, persa nella città che è di tutti, ma che non sentiva sua. Anzi, proprio niente era suo, tranne il set di coltelli, pentole e padelle stivate in valigia al posto dei vestiti.
Ed era sola.
Il tassista che l’aveva prelevata sotto casa di Malcom, in South Harlem, le aveva chiesto la destinazione e lei aveva risposto di portarla dove voleva lui. Così l’uomo, visto che era ora di pranzo, aveva percorso la Lexington verso sud. Aveva fermato la vettura lungo il marciapiede, accanto agli altri taxi in sosta per il pranzo. L’aveva deposita a Curry Hill, quattro o cinque isolati nel centro di Manhattan, dove si concentrano i ristoranti indiani, un quartiere non quartiere, a cui i newyorkesi avevano dato un nome fatto di profumi. Le era sembrato strano, in una metropoli così trafficata e satura dello smog dell’ora di punta, percepire tanto nitidamente il pizzicore della pianta del pepe. Anche lì, in mezzo alla strada.
Jenny si era guardata intorno in cerca di un’ispirazione, di un aiuto: gli effluvi avvolgenti e un poco mistici di cumino e cannella avevano invaso le sue sensibili narici, risvegliando la coscienza intorpidita dal dolore e dalla rabbia. Stava per telefonare ai suoi, in Louisiana, per farsi mandare qualche dollaro per la sopravvivenza, quando l’occhio le era caduto sul cartello appeso alla porta di uno dei tanti ristoranti, il Mumbai Surprises.
“CERCASI LAVAPIATTI”, c’era scritto.
“Eccomi! Mi avete trovata”, aveva pensato. “Sarà destino”. Anche perché, a New York, città delle possibilità, per chi cercava impiego nel campo della ristorazione e non aveva paura della fatica, di lavoro ce n’era in abbondanza, si era detta.
Infatti aveva ottenuto il posto. Il cugino di secondo grado della nuora del proprietario aveva una stanzuccia con uso cucina da affittare a Harlem, e se il bagno non fosse stato in comune con i proprietari, una coppia e tre bambini, la sistemazione non sarebbe stata tanto male.
Aveva pensato che quello era solo un alloggio provvisorio e non appena si fosse sistemata, avrebbe trovato di meglio. Invece viveva ancora lì, perché tutto sommato ci stava bene. Non aveva avuto tempo di cercare altro, dal momento che si era trovata anche un secondo lavoro; l’aiuto-cuoco addetto al tandoori, Harish, le aveva confidato di lavorare anche per un’agenzia di chef a domicilio, che lo chiamava quando i clienti richiedevano piatti della cucina indiana.
Così si era fatta avanti e da cinque mesi e mezzo lavorava di giorno come lavapiatti e apprendista al Mumbai Surprises e la sera accettava ingaggi dalla Cooky Home Agency, a cui spettavano dieci dei trenta dollari che i clienti sborsavano per farsi cucinare direttamente a casa propria. Non era poi così male, perché la cifra si alzava secondo il numero dei commensali. Le mance erano buone, e c’era un extra quando il cliente delegava l’acquisto della spesa direttamente all’agenzia.
Insomma, Jenny era stanca morta, ma le entrate non erano malaccio perché era un’ottima cuoca e conosceva bene la cucina fusion, avendo lavorato in tanti ristoranti diversi, imparando ricette di ogni dove, non ultimo il Mumbai e suoi sapori speziati. Proprio per questo, in poco tempo era diventata lo chef più richiesto di tutta l’agenzia.
Poteva dire di essere caduta in piedi: lavorare tanto le aveva impedito di struggersi e compiangersi, e piano piano il suo cuore aveva smesso di sanguinare, anche perché faceva ciò che più amava fare: cucinare. Lo faceva con piacere e con amore. Con passione.
Così, quando la sera prima era capitata in un bellissimo appartamento al Rushmore, in River Side, si era aspettata la solita serata di lavoro, magari con mancia generosa, visto il palazzo elegante, invece si era trovata a dover affrontare una situazione imbarazzante.
Aveva già cucinato per soli uomini, durante una tipica “serata play-off” o “serata poker”, secondo i casi, ma il giorno prima era stato diverso. Per quanto era riuscita a capire dalle battutine, dagli ammiccamenti e dalle gomitate che si erano scambiati vedendola, quegli uomini così distinti, affascinanti e ricchi avevano in mente “altro”. Si era resa conto che la serata non si sarebbe svolta nella solita rilassatezza a cui era abituata. Aveva fatto lei la spesa, e si era trovata a cucinare con cinque paia di occhi puntati addosso che osservavano ogni suo movimento.
Le avevano chiesto di servire la cena. Lo aveva fatto, senza fiatare, anche se non era tra le sue incombenze e mai nessuno glielo aveva chiesto: era specificato nei termini del contratto sul sito e sul modulo di pagamento.
Ma era stata una serata anomala.
Parecchio.
Aveva sostituito all’ultimo minuto Brooke, che glielo aveva chiesto come favore personale, perché lei aveva un impegno con un uomo.
«Vedrai, ti divertirai. Sono tutti ricchi, bellissimi, simpatici e generosi. Trattameli bene perché non voglio perdere i clienti. Guarda che è solo per stasera, eh! Se li accontenti, vedrai che ci guadagnerai parecchio», le aveva detto la sua collega al cellulare, quando la mattina l’aveva chiamata per chiederle il cambio. Brooke aveva un appuntamento, con un uomo per cui aveva cucinato diverse volte. Jenny aveva accettato perché Brooke le aveva confidato che era una cosa seria.
Così aveva chiamato Jacinda e preso in carico la “comanda”, come chiamavano fra loro le prenotazioni e le specifiche del cliente. «Cinque. Nessun vegano, nemmeno vegetariani. Carne o pesce, indifferente. Credo siano tutti uomini, quindi abbonda, due portate più il dolce. Tutto chiaro?», le aveva detto il suo capo al telefono.
Si era organizzata e nel pomeriggio aveva fatto la spesa nei suoi negozi di fiducia, aveva pagato con la carta della ditta, attenta a rientrare nel budget. Aveva preso la sua automobile ˗ acquisto indispensabile per spostarsi da una parte all’altra della metropoli con sporte e attrezzatura ˗ e si era recata a River Side. Al Rushmore.
Proprio in quello stesso edificio, all’attico, il mese prima c’era stato un omicidio. Un furto in casa di un finanziere di Wall Street, un caso grosso di cui avevano parlato tutti i giornali, soprattutto il Post.
Il portiere l’aveva annunciata e alle sette, puntuale, aveva suonato al 1712, l’appartamento di Mr Harding, il famoso avvocato.
“Il Mastino, lo chiamano”, si era detta e le parve di ricordare che c’entrasse qualcosa con il caso in questione, e che fosse stato proprio lui a occuparsi della difesa dei suoi “vicini di casa”.
Le aveva aperto la porta un uomo bruno, alto e in forma, bello veramente, ma di quelle bellezze algide e distanti, vestito casual come… sì, le aveva ricordato quei modelli da catalogo postale, che sua madre sfogliava, poi prendeva le misure a suo padre e faceva l’ordine telefonico, nella speranza che anche il marito diventasse un po’ così, patinato e affascinante.
«Mr Harding?», aveva chiesto.
«Ah, ma lei non è la signorina Evans», l’aveva accolta, sorpreso.
«No. Brooke aveva un altro impegno. Ha mandato me a sostituirla», aveva risposto lei. L’uomo aveva sorriso con un lampo di malizia e l’aveva fatta entrare.
«Lei è molto meglio», era intervenuto un altro, seduto sul divano davanti al televisore acceso, voltato verso di lei, anche questo sulla trentina ˗ o qualcosa di più ˗ un bell’uomo di colore, pure lui con il fisico da cestista e un sorriso splendente come quello della pubblicità del dentifricio, sfoggiato solo per lei.
Dal divano si erano alzati altri due: uno moro, elegante, dai tratti lievemente ispanici e l’altro vestito casual con una camicia a scacchi aperta sulla t-shirt spessa dei Knicks e i capelli rossicci e incolti; quest’ultimo si era sporto oltre lo schienale del divano e le aveva offerto la mano presentandosi: «Ciao, io sono Angus Rogers».
«Sera», aveva risposto Jenny, evasiva. «Son qui per cucinare», aveva biascicato, rifiutando la mano tesa del rosso, per via delle braccia occupate dalla spesa e dall’attrezzatura.
Un pensiero si era fatto largo, inquietante: che cosa si aspettavano da lei quei signori? Perché continuavano a osservarla e a sorridere?
Da quello che doveva essere un bagno era spuntato il proprietario del quinto paio di occhi, anche
lui stessa età, stessa estrazione. Uomini giovani, rampanti, consapevoli del loro fascino, che probabilmente volevano divertirsi.
Con lei?
Impossibile!
“Impossibile… con me consenziente!”, aveva pensato preoccupata, mentre estraeva la spesa dalle sporte. La cucina era a vista, si sentiva sotto osservazione, anche se i suoi clienti, dopo qualche tentativo, ammiccamenti e battutine, avevano ripreso le rispettive occupazioni.
“Non mi salteranno addosso, spero. Ragazza adescata in un lussuoso appartamento per festino privato”. Come al solito, la sua mente aveva viaggiato veloce e già si era vista i titoloni del Post, mentre apriva la custodia del set di coltelli. “Io, questi, li so usare!”, si era detta, lievemente rincuorata.
Aveva continuato con le sue macabre elucubrazioni, mentre affettava gli scalogni: “Tom Harding sarà anche un avvocato di grido che in tribunale mi farebbe passare come consenziente, ma non credo proprio butterebbe all’aria la sua luminosa carriera per una seratina diversa”.
Abile e veloce, aveva tolto la camicia ai bulbi, aveva affettato e aveva cominciato a tritare con
una mano serrata sull’impugnatura del coltello e l’altro palmo appoggiato sul dorso della lama, con tutto il vigore di cui era stata capace.
«Che energia!». Il proprietario dell’ultimo paio di occhi si era seduto sullo sgabello davanti al bancone e aveva cercato di attaccare bottone.
Jennifer lo aveva fulminato con un’occhiataccia degna di una gorgone ed era tornata a concentrarsi sul trito. Aveva in mente una salsa indiana a base di verdure, pomodoro, cumino e cannella da accompagnare ai grossi filetti di manzo che avrebbe cotto alla piastra, ma era agitatissima e lo sguardo dell’uomo su di sé, che non si perdeva né un suo gesto né un movimento, l’aveva mandata nel pallone, così le verdure, invece di imbiondire si erano annerite.
“Ma avranno capito o no, che sono qui per lavorare?”, si era detta tirando fuori la planetaria dal trolley che conteneva la sua attrezzatura.
Aveva deciso di preparare qualcosa di speciale, viste tutte le raccomandazioni di Brooke di trattare con “riguardo” quei clienti. Per lei, trattare bene significava cucinare qualcosa di strepitoso, non certo concedere degli extra, perché questo era ormai il sospetto che aveva avuto sulla collega, la quale accettava quasi esclusivamente le comande di clienti uomini. “Mi sa tanto che gran parte del lavoro, Brooke, lo faccia in camera da letto!”, si era detta. “Eh, ma io no, eh!”.
Intanto la paura di subire un’aggressione era scemata, ma la visione della sua collega, nuda, sopra il tavolo rotondo della sala, sdraiata sulle fiches e sulle carte non la abbandonava.
“Ecco perché ha chiesto a me, e non a Harish, che era libero!”, si era detta; aveva passato in rassegna, oltre al cuoco indiano del Mumbai, anche gli altri chef che lavoravano per l’agenzia. E aveva capito perché Brooke avesse scelto lei e non le altre: “Quella grandissima… quella brutta carogna ha mandato me a tenerle caldo il posto, perché le altre o son sposate o son più vecchie di Noè!”.
In effetti, Jennifer più che una cuoca sembrava una modella: era per questo che Malcom, ai tempi, le aveva fatto una corte serrata finché non era riuscito a portarsela a letto.
Anche quella sera, dietro al bancone della cucina, fasciata nella casacca nera e nei calzoni aderenti, i capelli castani raccolti in uno chignon strettissimo, nonostante fosse molto professionale, sembrava tutto fuorché una lavapiatti di un ristorantino indiano a Curry Hill.
Aveva continuato a cucinare inferocita, non più a causa degli uomini che l’avevano ingaggiata, che avevano ripreso a guardare la partita di basket in televisione, ma per il bel servizio che la collega le aveva riservato.
Non proprio tutti, però, erano intenti a guardare la partita: quello seduto sullo sgabello davanti al bancone non aveva accennato a spostarsi e aveva osservato ogni movimento di Jennifer, anzi, si era accomodato con le braccia sul bancone per assistere allo show cooking della ragazza.
Lei aveva preparato in tempi da record dei sufflè come entrée, con l’anima fondente di formaggio e una grattatina di tartufo, serviti su un’insalata di germogli di aglio, valeriana e lamelle di noci pecan, accompagnati con panini all’aglio che aveva preparato a casa. Aveva poi optato per qualcosa di più sostanzioso, un filetto di manzo con una salsa bernese preparata sul momento e contorno di patate speziate. Infine, giacché aveva fatto lo sforzo di trascinarsi dietro la planetaria, aveva preparato altri soufflé dolci, anche in questi aveva racchiuso un cuore fondente, alla panna e caramello. Jennifer sapeva organizzarsi e tre quarti d’ora dopo essere arrivata, aveva cominciato a servire la cena, in anticipo sull’ora prefissata. L’uomo seduto al bancone ˗ Phil, lo avevano chiamato i suoi amici ˗ le aveva staccato gli occhi di dosso solo al momento di sedersi a tavola.
Anche lei lo aveva osservato di sottecchi, il fisico possente, gli occhi nocciola, ironici e interessati, i capelli chiari e mossi che rendevano più affascinante il suo volto maschio. Tuttavia, la cosa veramente interessante erano le mani: erano “usate”, non erano le mani che Jennifer si sarebbe aspettata da un avvocato o da un manager, insomma da un imprenditore, poiché così glielo avevano presentato i suoi amici. “Ci sono tanti tipi di imprenditore”, si era detta, e di sicuro Phil ˗ così si era presentato ˗ era un tipo danaroso, visti gli abiti firmati e il fatto che anche lui risiedesse al Rushmore, tre piani più sotto.
Comunque si era rilassata, aveva abbandonato l’aria arcigna da cane da guardia al cancello, e aveva riassunto il suo normale modo di fare sereno, sorriso e battuta pronta, che tante mance le aveva assicurato in passato.
Li aveva serviti a tavola, questo sì. Aveva presentato i suoi piatti e aveva accettato il gioco di battute dei cinque amici, che avevano capito che lei non era Brooke. Tutto sommato, viste le premesse, la serata era andata più che bene e i commensali avevano dimostrato di aver gradito molto i suoi piatti, li avevano commentati in modo entusiastico, da veri appassionati.
«Perché due soufflé», le aveva chiesto Phil, inaspettatamente, quando lei aveva servito i dessert caldi.
Si era dovuta inventare qualcosa in fretta: stava per dirgli che era per via della planetaria e che voleva andare sul sicuro e far bella figura con qualcosa che stupisse, anche perché era andata nel pallone e aveva fatto annerire il soffritto, ma non le era sembrato il caso di essere così sincera; allora aveva risposto a caso, di getto, girandoci un po’ intorno. «Quello salato si chiama Batticuore», aveva spiegato con un’aria vagamente maliziosa. Se lo era inventato sul momento, perché proprio non sapeva che cosa dire per svicolare da quella che sapeva essere stata una domanda insidiosa, infatti aveva presentato praticamente la stessa cosa, in versione dolce e salata. «Mentre ho chiamato il dolce Un Nuovo Batticuore, perché viene dopo, a conclusione», aveva continuato, ma nel momento esatto in cui lo aveva detto, sapeva di aver offerto il fianco a un mare di illazioni e di battute.
«Ah, sei in cerca di un nuovo fidanzato?», aveva detto uno.
«Hai deciso di chiudere e vuoi qualcosa di nuovo? Io sono disponibile», si era proposto il rosso.
«Hai mollato il ragazzo?».
Insomma, l’assalto era ripreso, anche se in tono completamente diverso da quando era arrivata.
“Accidenti, accidenti, accidenti!”, aveva imprecato contro se stessa. “Sono davvero stupida!”. Era arrossita sotto il fuoco di fila di tante domande stuzzicanti.
«E smettetela!», li aveva ammoniti il padrone di casa. «Sbrigatevi a finire, così possiamo iniziare questa benedetta partita».
Si era sentita addosso sempre lo stesso sguardo interessato, qualcosa di diverso dai soliti sguardi che le lanciavano gli uomini, un misto di ammirazione e desiderio. Uno sguardo indagatore, intenso e caldo, che l’aveva fatta fremere e le aveva chiuso la bocca dello stomaco.
Uno sguardo che le aveva fatto desiderare di avere ancora quegli occhi ardenti e silenziosi posati su di sé.
Aveva riordinato, caricato la lavastoviglie e rimesso a posto le sue cose, mentre i cinque uomini avevano cominciato la partita a carte. L’avevano saluta e il padrone di casa l’aveva accompagnata alla porta.
Già in ascensore aveva cominciato a ripensare alla serata, la più imbarazzante di tutta la sua vita. E aveva ripensato a Brooke, al suo comportamento: magari non era vero ciò che aveva pensato di lei, e si era sentita anche un po’ bieca, poi però aveva rivissuto tutti i discorsi di quegli uomini…  e a lei, di mance, non ne avevano date, quindi quella era la riprova che la sua collega faceva “altro” per arrotondare.
“Chissà da chi di loro si è fatta ripassare?”, si era chiesta con un pizzico di angoscia. “Uno solo? Uno per volta? O tutti insieme?”.
Il pensiero che quegli occhi e quelle mani si fossero posati su Brooke, beh… aveva riprovato la stessa rabbia di quando, sei mesi prima, aveva incrociato Sonja sulle scale.


Così era entrata spedita nell’ufficio della Cooking Home, la mattina dopo con l’idea di non dire nulla di Brooke né a Jacinda né tantomeno a Berty Simmons, l’altro socio dell’agenzia; ne avrebbe parlato prima con la collega, ma si era recata apposta in sede per chiedere che non le venisse più affidata nessuna serata da quei clienti.
Jacinda l’aveva accolta scura in volto…

2.

«Che cavolo è successo?», le chiese la donna, da dietro la scrivania. «Spiegami tu, perché non ho capito niente di quello che mi ha detto Berty: dice che ha ricevuto una telefonata dai tuoi clienti di ieri sera e ha licenziato in tronco Brooke».
«Io… veramente…», rispose Jenny balbettando. “Questa poi, non me lo aspettavo”, si disse e cercò di riordinare le idee.
Nel frattempo, Simmons entrò con un diavolo per capello.
«Quella poco di buono, per essere gentile…», ruggì Berty, buttando un fascicolo di documenti sulla scrivania della socia, «… faceva un altro tipo di servizi ai nostri clienti. Alle otto di questa mattina mi hanno chiamato quelli di ieri sera e mi hanno avvisato. Credevano che fossimo d’accordo con lei, si erano fatti l’idea che fossimo un’agenzia equivoca!». Era talmente rosso in volto da sembrare un peperone e le vene del collo gli si erano gonfiate per lo sforzo di sbraitare. «Quando hanno capito di averti messo in imbarazzo, si son resi conto dell’equivoco. Mi hanno chiamato per spiegarmi che una così poteva ledere la nostra reputazione, gli affari, la rispettabilità e l’integrità degli altri chef. E ti credo!». Berty continuava a gridare. «Che se ci tenevo anche solo un po’ al mio lavoro, era meglio licenziarla per condotta gravemente scorretta e mancanza di professionalità. Così l’ho chiamata e l’ho licenziata».
«Lei che ha detto?», chiese Jacinda, preoccupata esattamente come il suo socio.
«Che vuoi che abbia detto, che va bene, intanto ha altre entrate, e poi si sposa. Ah, ha anche detto che tu sei una stronza», continuò, rivolto a Jenny.
«Io?! E che dovevo fare? Andare a letto con tutti, magari tutti insieme, per far piacere a lei?!»
«Ha detto che non dovevi fare la spia».
«Io non ho fatto la spia!».
«Gliel’ho detto, ma non mi crede. Ma ha detto che non ce l’ha con te, perché si sposa con Preston Martens, che tra parentesi era uno dei nostri primi clienti, così lo abbiamo perso, grazie a quella. Ha detto che ieri lui gliel’ha chiesto e che tanto avrebbe mollato comunque. E di dire a te, Jenny, di piantarla di sparlare di lei, altrimenti ti querela». 
«Lei?! A me! E chi ha mai detto niente!»
«Allora perché sei qui di prima mattina?», chiese Berty infastidito.
«Per dirti di non mandarmi più dai quei clienti, ecco perché son qui, non certo per far la spia!».
«E brava! Mi han chiamato apposta per prenotarti per tutto il mese prossimo, ogni mercoledì. Sono entusiasti. Han detto che era tutto perfetto, che sei professionale, sei veloce e cucini da dio».
«Io non ci vado!».
«Tu ci vai, altrimenti ti licenzio. Pagano benissimo e ti hanno lasciato cento dollari di mancia, quindi tu vai, perché io, questi, non li voglio perdere!».


3.

Così Jennifer si era fatta forza e si era recata al Rushmore ogni mercoledì sera per più di un mese e aveva cucinato sempre per lo stesso gruppo di amici.
Più o meno. Qualcuno si era aggiunto e qualcun altro non si era presentato. A volte aveva cucinato nell’appartamento di Harding, altre volte tre piani più sotto, in quello di Phil. Una volta persino all’attico, nella casa teatro del delitto.
Aveva sempre cercato di dare il meglio, aveva preso l’abitudine di sperimentare tutta la settimana, preparando ricette particolari per poi proporle durante le cene del mercoledì, solo per far piacere ai suoi commensali.
No, per far piacere a… lui. Solo a lui.
“Maledizione, non so neppure il suo cognome”, si era detta, quando aveva capito che il motivo per cui aspettava tanto quelle serate era solo per rivederlo, per sentirsi scaldare dal suo sguardo che si posava su di lei più avvolgente del cioccolato fuso.
“È troppo tempo che sei sola”, si ripeteva mentre cucinava, e aspettava quelle chiacchierate con lui che nulla avevano di intimo. O almeno così pareva a lei, perché in realtà, senza raccontarle niente di sé, lui era riuscito a strapparle tanti dei suoi ricordi, il suo percorso formativo, la sua infanzia, i suoi studi, i primi lavori, San Francisco, com’era nata la sua passione per il cibo. Poche parole distratte, scambiate durante la preparazione di una ceviche di crostacei o un guacamole, brevi scambi di battute al peperoncino, molte risate e tantissime battutacce degli amici.
Phil conosceva così tanto di lei, mentre Jennifer sapeva solo che cosa gli piaceva e cosa no, ma per il momento andava bene così, perché l’appuntamento del mercoledì era diventato per Jennifer l’unico spiraglio di vita piena, condita di un po’ di speranza che la vita potesse essere bella anche per lei. Quelle serate le avevano concesso l’illusione che anche lei potesse avere un futuro in cui sperare, insomma, proprio come il suo soufflé, anche lei aveva dentro un cuore morbido e caldo che aveva cominciato a sciogliersi, e si era resa conto di avere dentro un nuovo batticuore.

Quella sera era arrivata al Rushmore un po’ in ritardo e la concierge, una ragazza che non aveva mai incontrato, le aveva annunciato che era attesa al 1403.
“L’appartamento di Phil”, pensò, e si diresse all’ascensore trascinandosi dietro il suo armamentario. “Devo trovare il modo di scoprire qualcosa in più su di lui. Se ci fosse stato il solito portiere gli avrei chiesto il suo cognome, come mi ero riproposta, invece c’era una ragazza… Non me la son sentita… Se riuscissi a scoprire il suo cognome, potrei fare qualche ricerca, magari in internet. Twitter. Linkedin…”, pensò, uscendo dall’ascensore. “Se gli interessassi anche solo un po’, ci avrebbe già provato”, considerò. “Non gliene frega niente, di te. Sei solo un diversivo, due chiacchiere per ingannare il tempo. Avrà ben altra merce per le mani, uno così. Figuriamoci se s’interessa a una lavapiatti come me”.
Intanto aveva suonato il campanello, la porta si aprì e se lo trovò davanti, vestito di nero, un paio di jeans e una t-shirt aderente, a mezza manica, che metteva in risalto le braccia possenti.
«Ciao», la accolse. «Sei arrivata, finalmente».
«Scusa… il traffico», mormorò Jennifer, imbarazzata per l’accoglienza e per il ritardo. Abbassò il viso e lo sguardo le cadde sui suoi piedi nudi. Era scalzo, il contrasto col parquet lucido le procurò una strana sensazione, come una vampata di eccitazione. Un brivido.
“Certo che ti basta davvero poco”, si disse, osservando quei piedi così sexy. “Forse è troppo tempo che son sola, se lui mi fa quest’effetto”.
«Entra».
Obbedì, scossa dalla sua voce allegra. Sembrava felice di vederla.
Jenny inspirò per darsi un contegno, trainò dentro la sua roba, aspettandosi di trovare il solito gruppo di amici… invece il grande salone era deserto, c’era solo la tavola già apparecchiata per due.
Elegantemente apparecchiata.
Posate d’argento, piatti di fine porcellana, calici di cristallo, una rosa rosso-porpora posata sulla tovaglia bianca ricamata e… un candelabro acceso.
Se le fosse arrivato uno schiaffo in faccia avrebbe fatto meno male: quella mattina Jacinda le aveva telefonato dicendole che per la serata del mercoledì c’era stato un cambio di programma, stesso appuntamento ma non avrebbe dovuto fare lei la spesa. E adesso aveva capito anche il perché: avrebbe dovuto cucinare per lui e la sua ragazza! Una cena intima per due.
Il primo istinto fu di fuggire, fare dietro front, guadagnare la porta e scappar via, più veloce che da casa di Malcom.
Ma era una professionista, strinse forte la maniglia del trolley per infondersi l’energia necessaria a fare il primo passo, dirigersi dietro il bancone della cucina e iniziare a fare il suo dovere.
Lui si avvicinò, le tolse la maniglia del trolley dalle mani, lo sistemò poco lontano e le sfilò il piumino, per poi gettarlo sulla poltrona lì vicino.
«Stasera cambio di programma», le sussurrò sorridendo. «Ho cucinato io, per te».
«Come?», domandò perplessa, e si voltò a riguardare la tavola imbandita.
«Spero che non ti dispiaccia».
«Sia… siamo soli», balbettò. “Una frase più cretina non poteva uscirmi, neanche se ci avessi pensato su una settimana”, si disse, ma un intimo languore generato dall’aspettativa la stava elettrizzando. “Allora è per me! La cena intima è per me! Lui… per me”. Una cosa così bella non le era mai capitata, anche la gentilezza di presentarsi vestito casual, per non farla sentire in imbarazzo, sapendo che lei avrebbe indossato la divisa da lavoro.
Jennifer era senza parole, col cuore in subbuglio e il corpo… pure.
Qualunque cosa lui le avesse chiesto lei avrebbe accettato, perché Phil le piaceva sul serio, non solo per il modo in cui la guardava, per come s’interessava a lei, a ciò che faceva, a ciò che le piaceva, ma anche per l’attrazione strana che provava per lui, qualcosa che andava al di là del fisico virile, del suo viso maschio, del suo sguardo nocciola che le colava sulla pelle come una carezza, proprio come una goccia calda del Nuovo Batticuore. C’era qualcosa che la legava a lui a un livello più profondo che ancora non riusciva a inquadrare, ma che le stava ruggendo dentro, lasciandola estasiata e senza parole.
Ecco, era conquistata. Letteralmente conquistata.
E non le era mai successo.  
Phil la fece accomodare a tavola, sistemandole la seggiola, accese lo stereo e note blues si diffusero nell’aria, avvolgendo Jennifer in un abbraccio inaspettato. Andò dietro al bancone e tornò con due piatti, ne depose uno davanti a lei prima di posare il proprio e sedersi. Posò le dita sullo stelo della rosa e lo fece scivolare sulla tovaglia finché i petali non sfiorarono la mano di Jenny, che tremava un poco, emozionata da quel gesto tanto romantico.
«Grazie», mormorò. Non sapeva che dire, mai nessuno aveva avuto per lei certi riguardi, tantomeno Malcom. Malcom… chi era Malcom? In quel momento non riusciva a ricordare nulla di lui, completamente cancellato dall’uomo che le stava di fronte e le sorrideva gentile, versandole una flûte di champagne.
«A noi due», sussurrò, toccandole il bicchiere.
Jennifer, ammutolita, non rispose e, imbarazzata da tanta intimità, abbassò lo sguardo sul piatto, ne notò il contenuto. Era impressionata dalla presentazione: perfetta. Tre amuse bouche di pesce e crostacei, cotti e crudi, che la lasciarono incantata.
«Iniziamo?»
«Certo», rispose Jenny. Se era rimasta stupita vedendo il contenuto, si poteva ritenere assolutamente sconvolta dopo averlo assaggiato, non lo disse ma le sue papille sapevano di non aver gustato nulla di più buono. Jennifer aveva mangiato il solito sandwich prima di uscire, quella era la sua cena, un tappabuchi per arrivare al giorno dopo. Ora però aveva fame, un appetito fatto più di desiderio e di curiosità che di bisogno di cibo.
Quell’uomo era pericolosissimo, si rese conto che l’aveva avviluppata, come un ragno che tessuta la tela attende che la farfalla si leghi da sé con i suoi fili.
“Sì, mi hai conquistata! Faccio quello che vuoi”, si disse, ma avrebbe ceduto ugualmente, anche senza quello stupido e pericolosissimo incanto, perché oramai le era chiaro che quell’uomo l’aveva fatta innamorare.
“Eccolo il mio nuovo batticuore! Ma perché? Perché non si poteva accontentare di portarmi a letto e basta? Perché doveva proprio farmi perdere la testa?”. Quel pensiero struggente e pericoloso, combinato ai sapori sorprendenti che le solleticavano il palato, la stavano trascinando via, in un mondo nuovo, e un dolore sordo cominciò a picchiarle dentro al petto, aveva voglia di piangere.
“Perché? Perché proprio a me?”, si domandò ancora e ancora. Quella serata, quel momento così speciale era proprio come toccare il paradiso. E toccare il paradiso per poi schiantarsi a terra era la cosa più distruttiva in assoluto. Probabilmente non avrebbe retto, non questa volta.
Sollevò lo sguardo alla ricerca del suo viso e lo sorprese a osservarla, ma non come faceva sempre, questa volta la stava guardando con un misto di ironia e aspettativa.
«Ti piace?», le domandò, quasi ansioso.
«Da morire». Era l’unica risposta possibile, la più vera. Sapeva che probabilmente, in qualche modo, ne sarebbe morta. 
«Bene». Si alzò, le tolse il piatto davanti e proseguì con il suo assalto, un filetto di halibut in crosta leggera di pasta fillo con un contorno di verdure saltate.
Jennifer diede un’occhiata ai fornelli e alla cucina, al di là del bancone, perfettamente in ordine e pulita. Sospirò lievemente, un sospiro di sollievo. Aveva già cucinato una volta in casa di Phil, e la sua cucina era minimal, non attrezzata per comporre un simile capolavoro. Il sospetto che potesse aver cucinato lui si affievolì, era tutto troppo perfetto, troppo ordinato. Avrebbe voluto uscirsene con la frase più ovvia: “Hai cucinato tu?  È tutto stupendo”, ma si trattenne, perché il gesto di servirle una cena di quel livello, proprio a lei, era così squisito e delicato, che non meritava di essere messo in imbarazzo costringendolo a rispondere.
Sarebbe stata una scortesia gravissima, specie dopo il dolce, una crema sublime alle nocciole e meringa morbida che poteva essere stata concepita solo da uno chef stellato.
No, lui aveva ordinato in chissà quale ristorante la cena giusta per stupirla e conquistarla. E c’era riuscito.
Si lasciò prendere dai sensi, bevve il vino che di volta in volta Phil le versava nel bicchiere e che le scioglieva la lingua. Cominciò a parlare di sé, raccontare quello che non gli aveva ancora raccontato, gli parlò di Malcom, di come era finita, della delusione, e di come fosse stato difficile metterci una pietra sopra perché, in fondo, lei si sentiva in colpa.
«In colpa di che?», le chiese Phil, aggrottando le sopracciglia.
«Perché col mio lavoro non si può mantenere un vero rapporto, così ho dovuto lasciare, per tentare di far sopravvivere la mia relazione. Ho provato a cercare altro, ma so fare solo questo, mi piace solo questo», spiegò.
«E sei bravissima», le disse, ammirato.
«Grazie».
«Perché, una come te, con la tua esperienza professionale lavora per un’agenzia e fa la lavapiatti? Qualunque ristorante è in cerca della tua competenza», le chiese.
«Beh», rispose perplessa, «credo di poterlo definire un ripiego temporaneo. È finita maluccio, con il mio ex. Te l’ho detto: ho lasciato il lavoro per cercare di tenere insieme i pezzi di una relazione, e prima ancora avevo lasciato la scuola, per lo stesso motivo. In un anno e mezzo ho dato fondo a tutti i miei risparmi… Avevo messo via qualcosa per un mio progetto, a New Orleans, invece lui mi ha sbattuto fuori dall’oggi al domani per far spazio a un’altra, dopo tre anni di faticosa convivenza, senza un dollaro né un tetto, neanche un amico». Non avrebbe voluto parlargli di Malcom, ma fu inevitabile, era una cosa che le rodeva ancora, perché in ormai otto mesi non ne aveva parlato con nessuno. Nessuno.
Ma con Phil…
Stava troppo bene con lui, fu inevitabile confidarsi.
«E te la sei cavata alla grande».
«Insomma...», rispose, scettica. «Diciamo che mi sono sistemata in fretta e mi adatto. Sto cercando di mettere qualcosa da parte, poi potrò guardarmi intorno e ripartire. E tu?», domandò, accortasi di parlare sempre e solo di sé.
«Io? Non c’è molto da dire. Anche io, proprio come te: solo lavoro. Hai ragione, è difficile trovare qualcuno disposto a capire e accettare certi ritmi. Anche stasera, avrei preferito organizzare domenica…»
«Domenica? Perché?», domandò curiosa, mentre Phil si era alzato e le stava tendendo la mano, per far alzare anche lei.
«È San Valentino», le rivelò sorridendo.
«Ah, già». Anche Jennifer sorrise; lo seguì e si sedette accanto a lui sul divano.
«Io dovrò lavorare, così ho anticipato di qualche giorno», le sussurrò avvicinando il viso a quello della ragazza. Posò una carezza lieve sulla guancia per avvicinare la bocca di Jenny alla sua, ma quando fu a un respiro si fermò per soffiarle sulle labbra la sua dichiarazione: «Sei bellissima, Jennifer, da restare senza fiato. Voglio baciarti. Lo voglio dal primo istante che ti ho vista. Dimmi di sì».
«Sì», rispose di getto, e dimenticò i buoni propositi di indagare, di chiedergli qualcosa di personale. Il bisogno di sapere fu soffocato dal bisogno più impellente di sentire la sua bocca premuta contro le labbra. E le dischiuse per ricevere il suo bacio, attimo supremo di un meraviglioso piano di seduzione… e lei non vedeva l’ora di essere sedotta.
Lo lasciò fare, lasciò che il bacio tanto atteso le rapisse i sensi, lasciò che il suo sapore si confondesse con il ricordo del dessert, e le sembrò ancor più dolce. Si sentì sciogliere, fremere di un desiderio senza urgenza. Sapeva che lui la stava cuocendo a fuoco lento, lentissimo, soffiando sulle braci di una passione che stava per sbocciare, come la rosa purpurea abbandonata accanto al piatto.
Intanto la musica R&B cantilenava a ritmo dei loro sospiri, le mani di Phil sul suo viso, sul suo collo, a sfiorarla di dolci carezze che servivano a dirigere i suoi baci. Poi pian piano, lui abbandonò la bocca per conoscere con le labbra la sua pelle delicata, passando dalle gote, spingendosi lungo il collo per raggiungere il lembo vellutato dietro l’orecchio, mentre una mano scendeva vogliosa lungo il fianco, più su, sul seno pieno, stringendolo con una dolce pressione e sfiorandone, avanti e indietro, la punta dura e ritta sotto la stoffa spessa della casacca.
«Tu profumi d’Oriente», le sussurrò all’orecchio e inalò una ventata della sua essenza imprigionata tra i capelli.
«Mi dispiace», si scusò Jennifer, mortificata. «È il curry».
«Uhm… mi piace, mi è sempre piaciuto, ma ora mi piace ancor di più perché mi ricorda te. Cumino… zenzero…». A ogni spezia le posò un bacio, un assaggio del suo corpo, mentre dita abili cominciarono a sbottonare la casacca dal colletto, un bottoncino per volta. «Curcuma… pepe…». La casacca ormai aperta lasciava campo libero a una nuova esplorazione. «Coriandolo… peperoncino…», le biascicò sul petto, il suo seno tra le labbra, mentre con la mano scostava la stoffa elastica del reggiseno. «Cardamomo… chiodi di garofano...  e… cannella… Sento tutto, Jenny, tutto quanto!», singhiozzò, eccitato, e si rimpossessò delle sue labbra. «Andiamo di là, a letto staremo più comodi», le propose. «Ti va?».
Jennifer non riuscì a far uscire la voce dalle labbra, le sgorgò un come un ansito, un’onda d’urto, e si lasciò guidare, per mano, nell’altra stanza.
«Devo andare», disse molto più tardi, distesa accanto a lui, tra le sue braccia, soddisfatta e incantata.
«Resta, dormi qua. Io devo alzarmi presto, ma non ti disturberò, farò piano, lo prometto».
«Non mi tentare».
«Perché non dovrei? Questa sera non ho fatto altro», ammise. «Perché smettere proprio adesso?». La baciò, per sedurla non solo a parole. «E poi… ti voglio ancora. E ancora…».
Fu inevitabile, Jennifer cedette e si addormentò spossata, conquistata, deliziata da una notte di piacere iniziata dolcemente, ma che via via era divenuta più intensa. E carica. Vissuta alla ricerca di un ritmo e una sincronia prepotente in grado di appagare entrambi.
Si destò a fatica, da lontanissimo qualcuno stava pronunciando il suo nome.
«Jenny… Jennifer?».
Qualcuno la stava baciando… “Phil!”, pensò destandosi e sbarrò gli occhi.
«Lo so: ho promesso che non ti avrei svegliata, ma sei una tentazione troppo forte». Phil, nudo, fresco di doccia stava rientrando a letto, sotto le lenzuola.
Jenny voltò il capo per guardare oltre la finestra, capire che ora fosse, e trovò l’alba non ancora schiusa dal buio della notte e i grattaceli che risplendevano delle luci fioche del mattino al di là del fiume.
Non gli rispose, ma spalancò le braccia per accoglierlo e ricevere i baci ingordi del risveglio.
«Io, nei prossimi giorni dovrò lavorare: ho degli orari peggiori dei tuoi», le disse Phil, mentre si stava rivestendo. Prese lo smartphone e digitò sul display per sbloccarlo. «Dammi il tuo numero. Vorrei evitare di cercarti tramite agenzia». Sorrise.
Jenny scandì le cifre e qualche istante dopo, da lontano, udì il trillo della sua suoneria.
«Ok, ora hai il mio numero. Te l’ho scritto anche sulla busta».
«Che busta?»
«Ti ho messo una busta dentro il trolley, con dei documenti, leggili con attenzione, poi chiamami. Io potrei ritagliarmi un po’ di tempo... direi… domani».
«Io, domani dovrò lavorare tutto il giorno. E anche sabato. Domenica, invece dovrei essere libera».
«Domenica, per me, è impossibile. Te l’ho detto, abbiamo festeggiato San Valentino in anticipo apposta», le sussurrò sulle labbra, si era seduto sul letto accanto a lei per baciarla ancora.
«Lunedì?», propose Jenny.
«Assolutamente sì», e spense la sua risposta tra le labbra di Jennifer in attesa.


4.

Phil era uscito dicendole di fare con comodo, come fosse a casa sua, e che le sarebbe bastato tirarsi dietro la porta.
Jennifer si alzò, fece la doccia, si rivestì, si concesse un’esplorazione di quel bell’appartamento.
Poi sparecchiò, mentre il caffè filtrava, e mise i piatti nella lavastoviglie. Dentro, sciacquate, giacevano alcune stoviglie in attesa del lavaggio. “Non è possibile che abbia cucinato lui”, si disse. “Impossibile! A meno che…”.
Il telefono squillò, distraendola dalle sue riflessioni.
Sul display era comparso un numero non registrato in rubrica.
“Phil!”, pensò e rispose alla chiamata.
«Ciao, tesoro».
“Malcom?!”. Lo riconobbe immediatamente. Aveva cancellato il suo numero dalla rubrica, per cui il nome non era comparso. “Che cosa vuole?”, si chiese, vincendo la tentazione di lanciare il telefono. «Malcom», rispose invece.
«Come stai?»
«Alla grande», ribatté secca. «Perché mi hai chiamato?»
«Volevo sentirti. Ti ho cercata spesso, non mi hai mai risposto».
«Oggi è stato un caso». Era vero, se non avesse pensato che la chiamata era di Phil, avrebbe controllato con più attenzione il numero. E non avrebbe risposto.
«Sei ancora arrabbiata con me?».
Jenny tacque. Non avrebbe saputo che dire. Era ancora arrabbiata?
Sì.
Ma il punto era che adesso non gliene importava più nulla. Nulla.
Perché amava un altro.
Era innamorata di un altro.
E con Malcom era finita davvero.
Però era ancora arrabbiata perché lui l’aveva lasciata sola, umiliata e in difficoltà.
Sì, era molto arrabbiata con lui.
«No», rispose invece.
«Bene, ne sono felice. Sai», iniziò, «ieri mi ha chiamato la direttrice del Taste».
«Chi?», lo interruppe.
«Quella del ristorante».
«Ah! E perché lo dici a me?»
«Ti ricordi l’anno scorso?»
«Uhm, no», mentì. Ricordava, ricordava bene. Malcom per San Valentino le aveva fatto un regalo “posticipato”: non avendo trovato posto per quell’anno, aveva prenotato per l’anno successivo. In anticipo. Jenny l’aveva trovata una cosa davvero carina. Lui l’aveva portata in un altro ristorante stellato, conoscendo la sua passione per l’alta cucina, ma lei voleva provare il Taste.
«Avevo prenotato per San Valentino con molto anticipo, mi hanno chiamato per la riconferma: è la loro procedura».
«E allora?»
«Niente, ti chiedevo se per caso ti andasse di cenare con me. Sai, prima di disdire…».
«E Sonja?»
«Sonja è a Los Angeles per un servizio fotografico. Poi sai come sono le modelle, non c’è soddisfazione a cenare con loro».
Voleva essere una battuta, quella di Malcom, ma a Jenny fece salire il sangue alla testa dalla rabbia, sapeva di avere gli occhi iniettati di sangue.
«Allora? Che mi dici? Andiamo?».
Jennifer fu tentata di mordere il cellulare, urlargli di fottersi e poi scagliarlo contro la vetrata, poi però pensò al Taste. Lo chef aveva appena preso la seconda stella…
La prima stella era abbastanza facile da ottenere, al di là della bravura: giri di conoscenze, fornitori, amici nell’ambiente editoriale, a volte qualche bustarella…
Ma la seconda… La seconda, no. La seconda stella era eccellenza vera.
“Un’occasione così non mi ricapita più. Una cena al Taste me la potrò permettere tra cinque o sei anni, con quello che guadagno adesso. E poi che paghi lui! Mi sembra il minimo”, si disse e rispose di sì, che ci sarebbe andata.
«Ti vengo a prendere. Domenica alle sette».
«No, no. Ci vediamo lì. Alle otto e mezzo davanti al Taste».
Finì di sistemare e si tirò dietro la porta, distratta dai ricordi e dal dolore che aveva provato quando era stata lasciata in quel modo.
La sera era ancora talmente distratta da Phil e da Malcom che dimenticò di togliere dal portabagagli dell’auto il trolley con l’attrezzatura, lo lasciò nel garage dove parcheggiava.
La mattina dopo ricevette una sorpresa: qualcuno aveva forzato l’auto e si era portato via la sua valigia.
“Bene! Stramaledettissima città! Addio padelle, pentole di rame e Kitchenaid! Addio anche ai coltelli, che se li usano per commettere un omicidio ci sono pure le mie impronte!”, si disse, arrabbiatissima. E come sempre visualizzò nella sua testa titoloni catastrofici sulla prima pagina del New York Post.


Alle otto e mezzo della domenica, puntuale, Jennifer era davanti al ristorante. Malcom la stava aspettando con le mani nelle tasche del cappotto. Era bello, elegante, e lei ebbe, nel vederlo, una reazione inaspettata: le era completamente indifferente. Nemmeno la collera che pensava di provare. Zero attrazione, zero rimpianti, neppure la rabbia che l’aveva fatta tirare avanti fino alla sera in cui aveva incontrato Phil.
Nulla, e gli sorrise soddisfatta, perché quella rilassatezza le avrebbe permesso di gustarsi la cena, che poi era l’unico e vero motivo per cui era lì: soddisfare la passione di una vita.
Accettò persino il bacio sulla guancia.
Entrarono, furono fatti accomodare al tavolo dalla direttrice di sala, una bionda stupenda che avrebbe potuto benissimo essere un’attrice. Un tavolo intimo, nella parte rialzata del locale. Un tavolo perfetto per due innamorati a San Valentino.
Jennifer si era comprata un vestito apposta per l’occasione, un Michael Kors di qualche stagione prima, una gonna nera avvolgente e lunga sotto al ginocchio, con una camicia dagli inserti trasparenti, e poi le scarpe con il tacco alto. Era andata anche dal parrucchiere che le aveva lasciato i capelli sciolti, mossi e vaporosi.
Insomma, si era presentata al meglio.
«Ti sei fatta bella per me?», le aveva chiesto Malcom, ammirato, con un sorrisetto malizioso.
«No», aveva risposto lei di getto, con le braccia appoggiate sul tavolo, guardandolo negli occhi. «Io sono sempre bella».
«È vero, non me lo sono scordato. Mi manchi, sai. Mi sei mancata tanto», aveva cominciato lui.
“Eh no! Questa manfrina, no! Vuol portarmi a letto per tappare i buchi lasciati dalla russa. Ma ha sbagliato persona!”. Decise di non farsi guastare l’esperienza e iniziò a gustare l’antipasto.
Malcom parlava dei colleghi, di amici comuni, del suo lavoro. Jennifer invece si fece rapire i sensi dall’antipasto che aveva dentro al piatto. Non guardava lui, guardava la disposizione della pietanza, stava valutando l’impiattamento, la proporzione fra i cibi, il condimento. Ecco, quello di cui avrebbe voluto conversare! Avrebbe potuto farlo con Phil, non certo con Malcom.
A dire il vero, un po’, quel piatto, glielo ricordava, gli ricordava i discorsi che facevano il mercoledì sera. Le ricordava la cena a casa di Phil.
“Come mi piacerebbe che ci fosse lui, qui con me, e quanto mi piacerebbe che Malcom tacesse, giusto il tempo di mangiare”. E glielo disse. «Taci e mangia!», borbottò autoritaria e allungò la forchetta per assaggiare il contenuto del piatto del suo accompagnatore.
«Ti piace?», chiese Malcom, quando la vide gustare deliziata un boccone prelevato dal piatto della sua portata principale.
«Certo, sublime».
«Mi fa piacere farti felice».
«Per farmi felice veramente, potresti chiedere al maître di portarci la lista dei dolci».
«Ai tuoi ordini, tesoro», le rispose suadente e fece un cenno; il maître arrivò in un lampo. «La signora gradirebbe il dolce», spiegò Malcom.
L’uomo porse loro la lista dei dessert e propose anche un soufflé dolce che lo chef avrebbe presto incluso nel menù.
Jennifer scelse un tortino con gelato, mentre Malcom prese il soufflé.
«Ecco a voi», spiegò il maître, accompagnando il cameriere che aveva depositato i piatti davanti ai commensali. «Tortino morbido al cioccolato e gelato di vaniglia con composta alle prugne, mentre per il signore il Nuovo Batticuore, un souf…»
«Come?!», lo interruppe Jennifer.
«Nuovo Batticuore è il nome del dolce del signore», e indicò il piatto davanti a Malcom. «Una nuova creazione dello chef».
«Dello chef…», ripeté Jennifer, basita. Non era possibile! Si sentì tremare, paura rabbia sorpresa… “Phil!”, si disse e il suo nome cominciò a rombarle dentro come un’eco. “Phil… Philip Taste! Lo chef del Taste!”. Che scema che era stata a non capirlo subito! E le aveva copiato pure il dolce! Doveva sapere. Subito! Prima che la rabbia diventasse ingestibile. Così domandò al maître: «Sarebbe possibile conoscere lo chef? Sa, per fargli i complimenti».
«Glielo riferisco immediatamente, madame. Ora, però, siamo nel pieno del servizio, spero riesca a liberarsi».
«Grazie, lo considererò un regalo».
Appena il maître si fu allontanato, rubò il piatto davanti a Malcom: doveva avere la conferma.
«Che fai?», chiese il suo ex, perplesso.
«Assaggio», rispose seccata. E infilò il cucchiaio dentro il dolce. Subito, una goccia liquorosa al caramello colò, spandendo i suoi effluvi di zucchero, vaniglia e… qualcosa di diverso.
Sì, quello era il suo dessert, non poteva sbagliare.
Lo assaggiò, con la fronte corrugata.
Se lo fece consumare sul palato, poi lo tastò con tutta la lingua, partendo dalla punta, per studiarlo e assaporarlo bene.
Oh sì, quella era la sua creazione! Ma era anche qualcos’altro: era molto meglio, più completo, più rotondo. C’era qualcosa di diverso… una punta di qualcosa… C’era, oltre alla vaniglia, un’ombra di cannella. Un tocco di zenzero e…
“È mai possibile?”, si chiese, stupita e folgorata. “Non posso sbagliare: qui c’è anche del sale, dentro il caramello! Non solo mi ha rubato la ricetta, il bastardo, l’ha pure migliorata, facendone un capolavoro”.
«Preferisci il mio, di dessert?», le chiese Malcom stupito. «O è cattivo? Hai fatto una faccia».
«No, fantastico», ruggì e gli restituì il piatto.
Mangiò in fretta il suo dolce, anzi, lo aggredì, un tentativo di colmare il vuoto enorme che la rabbia le aveva scavato nello stomaco.
Malcom continuava a parlarle ma lei non lo ascoltava, aveva capito vagamente le parole “Vieni su”, “Facciamo due chiacchiere”, “Beviamo qualcosa”, ma non aveva registrato, era troppo intenta a ricordare le parole di Phil, le sue osservazioni, i commenti, gli sguardi. Ora capiva i suoi orari, la sua comprensione quando gli aveva parlato dei ritmi sul lavoro. Le vennero in mente tutte le serate che aveva passato con lui, quello che si erano detti mentre lei preparava le cene del mercoledì.
Si sentì violata.
“Lui sapeva benissimo che io non avevo capito chi lui fosse!”, si disse, cercando di venire a capo di tutta la faccenda. “Bene, ho vinto un bel trofeo per la più stupida del mondo: due carogne in una sola sera!”.
«Andiamo», ordinò a Malcom, dopo aver trangugiato l’ultimo boccone. Non ce la faceva più a stare lì e non se la sentiva di incontrarlo, casomai fosse uscito a presentarsi, sollecitato dal maître.  
Malcom chiese il conto e pagò con la carta, ben felice di uscire presto con la prospettiva di finire la serata in modo più piacevole. 
La direttrice, sempre più bionda e sempre più bella, ordinò i loro cappotti all’addetto e proprio quando li stava salutando, lei si sentì chiamare.
«Jennifer?». Si voltò, Phil stava attraversando di corsa la sala, sotto l’occhio curioso dei clienti. Stava quasi per raggiungerla, ma lei, scappò fuori col soprabito in mano.
«Jennifer!»
«Jenny!»
I due uomini l’avevano inseguita fuori. Fu costretta a fermarsi, per infilarsi il cappotto.
«Chi è lui?», le chiese Phil, arrabbiato.
«No, chi è lui!», sbraitò Malcom.
«Perché sei venuta qua, con questo?». Phil ruggì, avvicinandosi, ignorando l’altro uomo; la faccia era più nera dell’asfalto, in contrasto perfetto con il bianco della casacca candida, che probabilmente si era appena cambiato per entrare in sala.
«Senti, piantala e smamma», provò a intromettersi Malcom. «Andiamo, Jenny», e fece per afferrarla per un braccio, ma lei si scrollò.
«Non mi toccare! Davvero hai pensato che dopo quello che mi hai fatto, ti sarebbe bastato portarmi a cena fuori, perché cancellassi con un colpo di spugna tutto quanto?!». Le uscì la voce strozzata. «Io con te non vengo da nessuna parte. Mai più!».
«Allora perché hai accettato l’invito a cena?»
«Lo sai benissimo: volevo venire al Taste, ecco il perché!».
«Quindi lo hai fatto solo per scroccarmi una cena, brutta stronza?!»
«Brutta stronza?! Tu?! A me! Ti è andata bene che mi hanno rubato le padelle, altrimenti sarei arrivata armata e te l’avrei sbattuta sulla faccia!».
«Io ho tutte le padelle che vuoi», intervenne Phil, che ormai stava ridendo.
«Taci, tu!», abbaiò a Philip Taste, proprio davanti al suo ristorante, con i suoi clienti che stavano uscendo e stavano assistendo alla scena. Ma Phil continuò a ridere e si godette la fine della litigata.
«È meglio che tu te ne vada, e ringrazia che mi accontento della cena, perché se mi gira aspetto Sonja sotto casa e le racconto tutto, tutto quanto!».
«Vaffanculo, stronza! Ho fatto bene a mollarti», strepitò congedandosi e chiamò un taxi di passaggio alzando il braccio.
«Concordo: hai fatto benissimo, è stata una fortuna!», gli rispose Jennifer furiosa. «E tu, la finisci di ridere?». Si era voltata per fronteggiare l’altro concorrente.
Doveva sistemare pure lui, perché questa volta non se ne sarebbe andata con la coda fra le gambe, gli avrebbe almeno detto tutto quello che gli veniva: «Tu! Tu… tu hai messo in menù il Nuovo Batticuore!».
«Sì, te l’ho scritto nel contratto», rispose lui serafico.
«Ma quale contratto?»
«Quello che era nella busta, te l’ho messa dentro il trolley».
«Te l’ho detto venerdì, al telefono, che me l’hanno rubato! Un contratto? Che contratto?»
«Di assunzione».
«Vuoi assumere me?»
«Sì. E c’è scritto che vorrei usare le tue creazioni, ovviamente lasciando a te il merito, ma vorrei avere la possibilità di inserirle nei menù».
«Il tuo era molto più buono», ammise borbottando.
«Un piccolo ritocco a una ricetta perfetta, Jenny». Si avvicinò per prenderla tra le braccia.
Jennifer indietreggiò di un passo. «Perché non mi hai detto chi eri?», chiese, addolorata. «Sapevi perfettamente che non avevo capito chi fossi. Hai continuato a parlarmi per giorni, che cosa volevi da me?»
Jennifer aveva letto molti articoli su di lui, lo aveva visto anche in foto, ma prima aveva la barba, e poi, lei era più interessata a ciò che Philip Taste faceva, a che cosa aveva da dire piuttosto che al suo aspetto; insomma, non lo aveva riconosciuto.
Phil non le aveva detto di essere un ristoratore: tutti quanti, lui compreso, le avevano detto solo che era un imprenditore. Come avrebbe potuto capire?
«Sì, lo sapevo e non ti ho detto niente perché non volevo che mi guardassi con occhi diversi, non volevo che ti sentissi in imbarazzo. Che cucinassi sotto osservazione».
Jenny fece un lieve cenno di ammissione col capo: era vero, non si sarebbe sentita libera, sarebbe stata molto in imbarazzo. Sicuramente non gli avrebbe parlato così liberamente.
Lui probabilmente non le aveva detto niente per paura di essere preso d’assalto, invece lei lo avrebbe tenuto a distanza, non lo avrebbe mai guardato come un uomo, ma solo come uno chef. E mai e poi mai si sarebbe confidata.
«La prima sera, quando ti ho visto cucinare sono rimasto stupito per la tua reazione sotto pressione. Hai corretto il tiro senza scomporti, sapevo che eri in imbarazzo, probabilmente all’inizio avevi anche paura. Quella sera ho deciso che ti volevo con me, ti avrei assunta».
«Phil?». La bionda era uscita dal locale per cercarlo. «Si gela, sei senza giacca. Dentro chiedono di te».
«Vai», lo esortò Jennifer.
«Arrivo!», rispose alla ragazza. «Cazzo, si gela, vieni dentro».
«No, me ne vado a casa. Per stasera ne ho avuto abbastanza. Guarda, meglio lavorare che passare una serata così».
«Se vuoi, ti accontento». Phil rise. «Abbiamo quasi finito, ma qualcosa da fare lo troviamo, se hai tanta voglia di lavorare».
«No, io vado».
«Guarda che non te l’ho chiesto, te lo ordino: vieni dentro!».
Si lasciò trascinare nel ristorante. Phil l’aveva presa per mano, mentre la bionda teneva aperta la porta.
«Lei è Jennifer, Jenny», la presentò alla direttrice del locale. «Lei, invece, è Sarah. Mia sorella», aggiunse.
Jenny riuscì a stento a trattenere un sospiro di sollievo. “Sua sorella! La bionda magnifica è sua sorella”, pensò rincuorata.
«Sei tu Jenny? Quella Jenny», chiese la bionda, stupita.
«Sì, è lei», rispose il fratello.
«Il tuo accompagnatore se n’è andato?», domandò Sarah, sorridendo.
«Già. Mi doveva una cena». Jennifer cercò di giustificarsi.
«Lo so. Era in prenotazione da un anno e…»
«Se proprio mi cercano, sono in ufficio», Phil interruppe la sorella e trascinò Jennifer con sé. Si fermò solo un minuto a salutare dei clienti a un tavolo, senza abbandonare la sua mano.
«Ecco, puoi aspettarmi qui. Sistemo un po’ di cose, poi ce ne andiamo a casa», le disse, richiudendo la porta di un piccolo ufficio dove era riuscito a portarla, gimcanando fra i tavoli.
«No, scusa, ora tu mi spieghi», iniziò subito, Jennifer. Doveva togliersi parecchi dubbi: «Hai
telefonato tu all’agenzia per riferire di Brooke?». In quell’istante le era venuto il sospetto perché solo lui, conoscendolo un po’, avrebbe potuto fare una cosa del genere, solo lui avrebbe potuto capire la difficoltà che avrebbe arrecato una condotta così equivoca per chi lavorava nel settore.
«Sì. La mattina dopo», ammise Phil. «Io, se fossi stato in loro, avrei voluto essere informato immediatamente di un simile comportamento di un mio dipendente: quella ragazza danneggiava l’azienda e i colleghi», rispose fermo. «Ti sei ritrovata in grave imbarazzo, a causa sua, e avrebbe anche potuto metterti in pericolo».
«Capisco. Capisco perfettamente. La cosa che non capisco è come mai non cucini tu, il mercoledì, per i tuoi amici», chiese, dubbiosa.
«È il mio unico giorno libero e non tocco i fornelli, loro lo sanno: ho fatto un’eccezione solo per te». Lei sorrise e abbassò gli occhi. «Così ci siamo rivolti a un’agenzia», spiegò Phil.
«Quindi cercavate davvero uno chef a domicilio».
«Sì, all’inizio sì».
«All’inizio?! Ma allora lei che ha fatto?», domandò scioccata.
«Davvero vuoi saperlo?». A Phil uscì un ghigno e Jennifer scosse il capo.
«Abbiamo capito che era lei e non l’agenzia solo quando sei arrivata tu. Comunque tu sei sprecata a lavorare per loro», le disse. «Per non parlare del Mumbai».
«Phil, io non posso lavorare per te».
«Perché? Ammetto che sono dittatore in cucina, e con te non mi comporterò diversamente solo perché stiamo insieme. Il lavoro è lavoro, questo è chiaro».
«Ho lavorato due anni con Dan Petersen, a Los Angeles, so come funziona, conosco ritmi e gerarchie, non è questo che mi preoccupa. Il problema è un altro: se non dovesse funzionare fra noi…»
«Funzionerà. E andrà benissimo».
«Come fai a dirlo? Io non sono un tipo facile».
«Lo so, me ne sono accorto». Rise. «Io nemmeno».
«Non credo sia una buona idea mescolare lavoro e vita privata», disse, scettica.
«È un’ottima idea, invece! Credi che non ci abbia pensato? Se tu fossi stata un’altra, ti avrei offerto il lavoro la prima sera, solo per come hai ripiegato sulla bernese, e per come l’hai montata», disse e si avvicinò. «Ma ti volevo. Volevo portarti a letto molto, molto di più che averti come sous-chef: mi piacevi troppo, così non ti ho offerto il lavoro. Io volevo la donna!». La prese tra le braccia e posò le labbra sulla bocca di Jennifer. «Quindi, come vedi, ci ho pensato, eccome! Solo che adesso ti voglio ancora di più», le disse fra un bacio e l’altro. «Voglio tutto, Jenny: voglio lo chef, voglio la donna… Tutto quanto», ripeté, stringendola a sé.
«Io, se mi baci, non riesco a ragionare», obiettò, scrollando il capo, confusa.
«Non c’è niente da pensare. Voglio stare con te sempre, è l’unico modo per non averti a mezzo servizio. Andrà alla grande, fidati. Dimmi di sì, devi solo dirmi di sì», continuò a pressarla, insistente.
Lei lo allontanò, spingendolo con i palmi premuti sul suo petto.
Phil la riafferrò subito, prendendola per un braccio per attirarla di nuovo nelle sue braccia e tirando le sfilò il cappotto che cadde a terra. «Sei uno schianto, Jenny», sussurrò ammirato. «Vestita così poi, mozzi il fiato, sei anche più sexy che con la casacca». L’aveva riafferrata e la stava di nuovo stringendo, la bocca posata sul suo collo. «Il mio maître è venuto a dirmi che una signora voleva conoscermi e di sbrigarmi perché meritava veramente. Esco e chi ti vedo? Tu con quello stronzo. Non sai che incazzatura!». La strinse forte, per farle sentire il suo possesso.
«Gli ho detto di sì solo perché volevo assaggiare la tua cucina, solo per quello», si scusò. «E poi perché gli dovevo dire tutto quello che gli veniva». Lo sentì ridere vicino al suo orecchio.
«L’avessi saputo, gli avrei maggiorato il conto», le bisbigliò Phil contro il collo.
Questa volta fu Jennifer a ridere. «Io non potevo saperlo, invece avevo già gustato i piatti dello chef. Solo per me, in esclusiva», disse e si strinse a lui, cercando di allentare la tensione che l’aveva attanagliata nell’istante in cui aveva infilato il cucchiaio dentro al Batticuore.
«E… ti sono piaciuti?»
«Più di qualsiasi altra cosa abbia mai assaggiato», confessò.
«Uhm… ecco, vedi? Anche tu mi piaci più di qualsiasi altra cosa io abbia mai assaggiato, quindi, per favore, dimmi di sì».
«Ho paura, Phil. Non possiamo procedere per gradi?»
«No», rispose categorico. «Lasciati andare», le bisbigliò poi, suadente, sulle labbra.
«Perché dovrei?»
«Perché io, amore, sono il tuo nuovo batticuore».


Epilogo


«Jenny, che stai combinando con quel forno acceso?»
«Tranquillo, ho già finito la linea». Jennifer spiò attraverso il vetro opaco nel grande forno della cucina del Taste, per verificare la cottura dei soufflé.
«Che cosa stai facendo?»
«Sperimento».
«Un nuovo dolce?», domandò Phil, incuriosito, spiando sopra la spalla della moglie.
«Sì».
«Sono cotti. Tirali fuori».
«Lo so.».
«Come li hai fatti?».
«Semplici, ma ho aggiunto un po’ di farina di mandorle».
«Farina di mandorle?»
«Sì. E dentro ho messo dei marron glacé, con una goccia di rum».
«Che ti è saltato in testa? Non funziona».
«Per me, funziona», spiegò Jennifer estraendo la teglia dal forno e posandola sul ripiano.
«Il soufflé non ce la fa a reggere la pasta di marroni».
«Li ho ridotti in crema, e ho raffreddato il cuore per fare in modo che si sciolga a fine cottura», spiegò e infilò un cucchiaio dentro al dolce bollente.
«Aspetta che si raffreddi un po’, prima di mangiarlo».
«No, non posso, ne ho troppa voglia», e infilò tra le labbra la grossa goccia marrone, soffiando delicatamente sul cucchiaio.
Phil la guardò, le guardò la bocca e fu preso dal desiderio.
«Uhm», mormorò, Jenny, deliziata. «Era proprio quello che volevo», e si leccò le labbra lucide e gonfie. «Una voglia indescrivibile».
«Sapessi che voglia indescrivibile hai fatto venire a me!», le confidò, sornione.
«Tieni, assaggia», e gli infilò in bocca una cucchiaiata piena.
«Non era quello che intendevo», biascicò, assaporando. «Però! Buonissimo. Con i soufflé bisogna lasciarti stare, signora Taste. È quasi meglio del Nuovo Batticuore. Potremmo chiamarlo l’Ultimo Batticuore», propose.
«Potremmo chiamarlo Philip, invece, come suo padre». Gli fece il verso, affondando un’altra cucchiaiata.
«Come?!»
«Oppure Julia, se è una femmina: mi piace tanto, Julia, che ne dici?».
«Dico che il batticuore, ora, ho lo hai fatto venire a me!».


Copyright - VeloNero 2016




Personaggi

Philip (Phil) Taste – Imprenditore
Jennifer (Jenny) Caron ˗ Cuoca
Tom Harding – Avvocato
Jerry Brown ˗ Procuratore dei Nix
William (Bill) Thornton ˗ Avvocato
Angus Rogers (Shaggy) ˗ Investigatore privato
Brooke Evans ˗ Cuoca
Sarah Taste ˗ Imprenditrice
Jacinda Diaz e Berty Simmons ˗ Proprietari e coordinatori della Cooky Home Agency – Agenzia di kitchensurfing.

Sommario
Un nuovo batticuore. 1
1. 2
2. 10
3. 12
4. 19
Epilogo. 28
Personaggi 30


L’autrice: 
Raffaella V. Poggi vive in  Liguria, in un appartamento sui tetti davanti al mare, con il marito, due figlie, cinque computer e due gatte part-time della vicina. Studi classici, molti lavori e molte storie da raccontare.
Conociuta al grande pubblico con lo pseudonimo di VELONERO, ha pubblicato con Newton Compton un romance storico dal titolo Un lungo fatale ultimo addio.
Il 29 Febbraio uscirà il primo volume della serie erotica/contemporanea Taste of NY, Uptown Girl, che pubblicherà con il suo vero nome, Raffaella.
Un nuovo batticuore è un racconto di questa nuova serie, indipendente e autoconclusivo.
  
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31 commenti:

  1. Bellissimo, ti stimo ed ammiro da sempre eppure riesci ogni volta a stupirmi scrivendo storie sempre originali, divertenti, nuove e che trovo sempre piacevolissimo leggere, grazie :)

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  2. Che dire? Ho già pranzato ma ho di nuovo fameeeeee!

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    1. Si vede che avevo iniziato la dieta quando l'ho scritto? :D

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  3. Sempre fantastiche le tue storie

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  4. Sei peggio di una droga VeloNero!!!
    Crei più assuefazione del cioccolato ♡.♡
    Sei assolutamente brillante!
    Quanto vorrei questa meravigliosa storia nella mia libreria... A costo di stamparli io stessa, questa e Uptown Girl saranno accanto a Un lungo fatale ultimo addio ♡
    Grazie!

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  5. Sei peggio di una droga VeloNero!!!
    Crei più assuefazione del cioccolato ♡.♡
    Sei assolutamente brillante!
    Quanto vorrei questa meravigliosa storia nella mia libreria... A costo di stamparli io stessa, questa e Uptown Girl saranno accanto a Un lungo fatale ultimo addio ♡
    Grazie!

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    1. Che cara che sei Rosy, son felice che ti sia piaciuta

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  6. Sempre bravissima, Raffaella. Le tue storie arrivano dritte al cuore.

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    1. Grazie!!! Tanta roba le parole di The Queen! Io prendo e custodisco. GArzie ancora di vero cuore

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  7. Raffyyyyyyy !!!!!!! Questa storia è ..... wow!!!!! Come sempre riesci a rapirmi il cuore con i tuoi personaggi, non vedo l'ora di avere Uptown girl nel mio Kindle ♥♥♥♥♥♥♥♥

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    1. Felice che ti sia piaciuta, grazie Rosy <3 <3 <3

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  8. bellissimo racconto!adoro i romanzi e racconti che trattano di cucina!io adoro fare dolci e solo con la descrizione del dolce al caramello salto stavo già immaginando il sapore!
    bravissima VELONERO!!

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    1. Io sono negata per i dolci... :( Sono un tipo piccante e salato. Michela, se riesci a fare il dolce al caramello passaci la ricetta.

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  9. Eh brava... Non sbagli un colpo. Come al solito sei la più forte.

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  10. Stupendo !!!! Mi hai fatto venire l' acquolina un bacca ...Bravissima bellissimo racconto con un atmosfera afrodisiaca ...vai alla grande Velonero <3

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  11. Bellissimo!! Il connubio sesso(e amore) e cibo funziona sempre! Entrambi esaltano ogni senso, ci coinvolgono nel profondo perchè rispondono a bisogni ancestrali. Il racconto è articolato benissimo e lo stile è inconfondibile! Wow!!

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    1. Grazie KAti,bellissimo il tuo racconto!!!

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  12. Wow Raffaella! Fantastico racconto, scritto in maniera magistrale, bella storia, ben sviluppata e poi, dopo la lettura, una delle mie più grandi passioni è la cucina! Mi hai fatto venire voglia di mettermi ai fornelli!
    Complimenti!

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    1. GRAZIE Infinite VAlentina!!!! Se la trovi tu, la ricetta del soufflè, postale :*

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  13. Per fortuna esiste il fine settimana! Oggi finalmente riesco a leggere tutti i racconti che Insaziabili Letture ci ha regalto in questi giorni! Sono appassionata di cucina e quindi ho molto apprezzato questa storia ovviamente ora non vedo l'ora di leggere la nuova serie!

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    1. Spero di non deluderti, questo nuovo racconto inizierà in maniera forte, ma avrà un cuore morbido proprio come il soufflè Grazie :*

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  14. Eccomi, arrivo adesso a ringraziarvi perchè i miei potenti mezzi fanno fatica con blogspot e wordpress (così appena posso rubo il pc a mia figlia). Grazie Angela e Insaziabili, è bellissimo vedere il mio racconto nel vostro blog, e poi grazie Sarah per i banner, io sbavo. Un abbraccio a tutte e ancora grazie.

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  15. Velo!!! Come sempre la tua Penna Magica colpisce!!!!! 6 fantastica!
    Aspetto con ansia il 29 febbraio e....manca poco!!!!
    vania

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  16. Velo! fantastica come sempre!!! La tua PennaMagica è una garanzia, attendo con ansia il 29 febbraio....per fortuna è vicino!!!

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  17. Confermo il mio pieno apprezzamento per questo genere di racconto, dove la nota di mistero si coniuga con il fascino. Bellissimo. Milena

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  18. Siiiiii...mi è piaciuto tantissimo ooooooo!!!!....nn vedo l ora di leggere ancora qualcosa di tuo. ...Smack!

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  19. Bellissimo racconto! Grazie ❤
    Elena

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