martedì 23 febbraio 2016

L'Angolo di Matesi: "IL NOME DELLA ROSA - UMBERTO ECO"






IL NOME DELLA ROSA
Umberto Eco




Ogni tanto su Amazon vado a cercare le recensioni dei grandi classici. Naturalmente non quelle a cinque o quattro stelle, ma quelle da una o due. Nei giorni scorsi casualmente ho curiosato nella pagina del Nome della rosa e ho trovato due perle da una stella.
Tal Andrea definisce il libro “noioso” e commenta: “Non è assolutamente un libro che consigliere (sic!) ai miei amici e tanto meno al mio acerrimo nemico... Forse se lo rileggerò quando sarò più anziano cambierò idea”. Tutto sommato, candido e perfino riflessivo.
Ma un tal Janpy fa molto meglio: “Il nome della rosa rispecchia esattamente cosa penso di Umberto Eco: noioso e borioso. Altro che thriller. Pagine su pagine di tediose descrizioni, tediosi elenchi, tediose disserzioni (sic!) religiose. Ogni tanto, un cadavere, un po' di sangue, un sospetto. E poi ancora tediosi riferimenti, tediosi particolari, tediose citazioni in latino. Il tutto mentre il Professor Eco starà godendo sulla sua poltrona, tronfio e superbo. Dimenticavo: provate a leggere un rigo sì, un rigo no. O un paragrafo sì, un paragrafo no. È uguale. Non cambia niente. Prolisso allo sfinimento e poco interessante.” Evidentemente qualcuno credeva di leggere un thriller e, guarda caso, le cose non gli tornavano! Comunque, adesso vediamo se qualcuna di voi ha il coraggio di lamentarsi dei propri recensori!
Quanto a me, quando uscì Il nome della rosa, mi pare che neppure me ne accorsi. In verità mio suocero, che era un lettore forte molto curioso, me ne parlò, ma per dire, mi pare, che non l’avrebbe comprato proprio perché tutti ne parlavano. Per giunta il titolo, che ovviamente non avevo capito, non attirò la mia attenzione se non in senso negativo: probabilmente nel mio inconscio lo associavo al famigerato elogio della rosa di Marino. E può essere che in quel momento fossi sviata da altre cose, dal momento che aspettavo il mio primo figlio.
Ci ripensai solo qualche anno dopo, quando frequentai un corso di aggiornamento sul Medioevo: ci fu una conferenza, umoristica a ripensarci, sulla cucina dell’epoca, esemplificata solo con certe particolari scene del romanzo, connesse in qualche modo con il cibo. Scoprii così che si trattava di un giallo di genere concentrazionario con numerosi cadaveri, cosa che, forse sotto l’influenza di Agatha Christie, sollecitò la mia curiosità. Ne parlai a scuola in sala dei professori e una collega di filosofia mi prestò il libro.
Non credo di riuscire a esprimere appieno l’impressione che mi fece: una delle più profonde della mia vita di lettrice adulta. Lo lessi al ritmo di un centinaio di pagine al giorno e, dato che avevo il lavoro a scuola, la preparazione delle lezioni (niente compiti corretti in quel periodo), più un marito ed un figlio piccolo a cui badare, si trattò proprio di un tour de force. Ma, se non avessi avuto tutti quei doveri, penso che l’avrei letto ininterrottamente dall’inizio alla fine, senza neanche una pausa per mangiare, bere e dormire.
La mia prima valutazione fu che si trattasse di un divertissement colto, di un gioco molto avvincente. Solo qualche tempo dopo, quando uscirono le Postille, capii che un intellettuale come Eco non si divertiva come noi persone comuni. Ed ecco le prime cento pagine volutamente lente, per scremare i lettori (facendo scappare quelli di cui sopra) e ritagliarsi il pubblico adatto, ed ecco decine e decine di pagine di discussioni religiose e filosofiche, e innanzitutto ecco la prefazione Naturalmente un manoscritto, dove Eco borgesianamente fa riferimento a Manzoni, raccontando di aver letto il libro dell’Abate Vallet, presto da lui perduto, che riportava l’opera autobiografica dello stesso Adso da Melk, con la narrazione dei terribili eventi avvenuti nel 1327 in un’abbazia del Nord Italia.
Capii subito che in qualche modo lo scrittore voleva riallacciarsi a Sherlock Holmes: ne era spia linguistica il nome del protagonista Guglielmo da Baskerville, che per un verso richiamava il Mastino di Conan Doyle, ma per un altro faceva pensare (sia pure non alla sottoscritta) a Guglielmo di Ockham, autore allora quasi del tutto sconosciuto ad una persona di media cultura come me. E ciò perché Eco individuava proprio in quel filosofo l’inizio del razionalismo moderno, che col tempo avrebbe portato al positivismo e quindi a Sherlock Holmes. Episodio di riferimento quello in cui Guglielmo individua l’oggetto della ricerca dei monaci incontrati per strada: il cavallo Brunello. Sì, quello che il film successivo avrebbe beceramente sostituito con un gabinetto.
Sfondo del romanzo è la “guerra civile” fra spirituali e conventuali in corso nell’ordine francescano. Ma Eco affronta in modo più o meno approfondito diverse tematiche importanti, al punto che è impossibile menzionarle e soprattutto approfondirle tutte. Centrale è il ripudio di ogni fanatismo e la tematica del riso: il male non è la mancanza di fede, o la lussuria, o qualcuno degli altri peccati capitali. È invece l’intolleranza e la demonizzazione dello spirito critico.
Indimenticabile la scena in cui assassino ed investigatore si confrontano: “Il diavolo non è il principe della materia, il diavolo è l’arroganza dello spirito, la fede senza sorriso, la verità che non viene mai presa dal dubbio.”
Un romanzo volutamente anomalo Il nome della rosa: per un verso riprende tutte le caratteristiche del giallo all’inglese, ma si conclude con il fallimento dell’investigatore, che scopre sì l’assassino, ma, diciamo, per sbaglio, seguendo una pista del tutto errata e soprattutto senza riuscire a difendere quello che gli sta più a cuore. È tecnicamente un romanzo storico manzoniano con la grande ambizione di riassumere i tratti dell’intera cultura occidentale, eppure è immerso profondamente nell’epoca degli anni di piombo, dove i benedettini rappresentano i democristiani, i francescani i comunisti e i fraticelli… i fraticelli sono i brigatisti rossi.
All’epoca non capii perché Eco raccontasse due volte, per giunta in modo molto diverso, la morte di fra Dolcino. Ora lo so. La morte eroica è quella della mitizzazione e della leggenda, l’altra è la morte reale. E stranamente Dolcino è davvero un eroe nella seconda, in cui urla per il dolore. Come è un eroe Sordi nel finale della Grande guerra, quando protesta di non sapere niente e strilla che, se sapesse, parlerebbe, perché è un vigliacco. Ma intanto non parla. E non parlerà fino alla fine.


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4 commenti:

  1. Grazie Matesi.Oggi ho seguito il funerale laico di Eco e, oltre alle parole del nipote, destinatario della famosa lettera sulla memoria, mi hanno colpito quelle di Moni Ovadia, imperniate sull'importanza dell'ironia, che lui ed Eco condividevano raccontandosi "storielle", come quella che Ovadia ha riportato a conclusione delle testimonianze. Il tuo commento mi sembra una chiosa perfetta.

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  2. Riflessioni molto profonde, Matesi. Ma, del resto, si parla di Eco.

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  3. Io ricordo che quando lo lessi, rimasi per ore affascinata dalla descrizione della colonna finemente cesellata di un'abbazia. Quello che mi dispiaceva era che a volte, nella foga di descrivere il periodo storico e l'ambiente che circondava la storia, perdevo un po' della suspence provata. Nonostante questo, sicuramente un bel romanzo da cui è stato tratto un film degno del suo "ispiratore" letterario.

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  4. Commento bellissimo e molto interessante, grazie Matesi! Anche a me è piaciuto in modo particolare l'intervento di Moni Ovadia, arguto e autoironico.

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