lunedì 25 aprile 2016

L'Angolo di Matesi: "FRA TRADIZIONE E INNOVAZIONE"



L'educazione passa anche dai libri? Quali sono i modelli educativi da seguire?
Sul blog la riflessione di Teresa Siciliano nel nuovo articolo "Fra tradizione e innovazione".

Nella mia vita di donna, insegnante e mamma un ruolo importante ha avuto uno studioso in cui mi imbattei, più o meno per caso, nel corso degli anni settanta e ottanta: Bruno Bettelheim con i suoi libri più noti, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe e Un genitore quasi perfetto, ovvero, secondo il titolo originale, molto più significativo di quello italiano, Un genitore passabile.
Sono passati vari decenni e la autorevolezza di Bettelheim, all’epoca grande, è stata messa gravemente in discussione, soprattutto per quanto riguarda i suoi metodi terapeutici. Alcune sue idee, però, mi sembrano ancora valide. O forse fanno ormai parte di me.
Me ne sono ricordata di recente a proposito di un terribile fatto di cronaca nera, avvenuto a Roma: un omicidio commesso senza un motivo razionale, cioè “per vedere l’effetto che fa”. A Otto e mezzo, mi pare, si è discusso sul fatto e ci si è chiesti se esista ancora nei giovani di oggi la distinzione fra il bene e il male (cosa che mi richiama alla mente il clamore che suscitò a suo tempo il film Arancia meccanica).
Ognuno di noi si pone questo problema quando decide di mettere al mondo dei figli. Fu un’esigenza particolarmente sentita per la mia generazione, che è quella del Sessantotto: volevamo cambiare il mondo e cominciare abbattendo innanzitutto l’autoritarismo. Ovviamente si arrivò, invece, ad inneggiare alcuni al permissivismo oppure altri (e fu il mio caso) a cercare un metodo educativo che conciliasse libertà e morale in senso lato.
Rammento che, quando aspettavo il mio primo figlio, mi svegliavo la notte terrorizzata all’idea di causare la morte del mio bambino per la mia ignoranza e incapacità di riconoscere qualche grave malattia. Ancora più pesante la responsabilità di educarlo. Quindi il libro di pedagogia di Bettelheim mi fu di grande aiuto. Lui sosteneva che i genitori capiscono di educazione molto più degli psicologi e sono i veri esperti del settore. La cosa più importante è amare il proprio figlio e cercare di capire le sue esigenze, tenendo presente che ogni figlio è diverso dall’altro e da noi genitori. Se si ama e si cerca di capire, tutti gli errori che inevitabilmente si commettono passeranno in secondo piano e non lasceranno traumi duraturi nella personalità del giovane, perché la cosa di gran lunga più importante per lui è sentirsi accettato e amato dai propri genitori. Addirittura, era la convinzione di Bettelheim, l’errore da evitare maggiormente sarebbe porsi l’obiettivo della perfezione. Se davvero potesse esistere il genitore perfetto, sarebbe un modello impossibile a sostenersi per un giovane: lo schiaccerebbe. Non si devono imporre gli obiettivi che sembrano giusti a noi o, peggio, che noi non siamo riusciti a raggiungere. Ogni figlio deve scoprire chi è e cosa vuole diventare ed essere preparato al fatto che il fallimento è una possibilità ricorrente e a volte utile, perché aiuta a rimanere ancorati alla realtà.
In questo contesto, nell’educazione dei bambini, grande importanza hanno le favole. Oggi per esempio Crepet sostiene che sarebbe diseducativa Peppa Pig, amatissima dalle mie nipotine, perché vive in un mondo troppo edulcorato dove è totalmente assente il male. Invece le fiabe della tradizione presentano orchi e streghe e matrigne cattive e numerose crudeltà che a noi adulti appaiono insostenibili. Eppure ai bambini piacciono perché il protagonista, indipendentemente dal sesso, riesce sempre a farcela: può essere il più piccolo o quello ritenuto il più stupido, ma dimostra iniziativa e intelligenza (pensate a Pollicino) e riesce a superare prove apparentemente insuperabili. Come sosteneva Propp, con approccio di tipo antropologico, ciò affonda le radici nell’epoca primitiva con le sue prove di iniziazione e quindi avviene sempre abbandonando la propria casa, andando in giro per il mondo e facendo del proprio meglio per cavarsela nelle situazioni in cui ci si imbatte. Premio finale, di solito, un regno, cioè l’autonomia e il successo, qualunque cosa si intenda per successo.
Da questo punto di vista, quindi,  sarebbero poco efficaci le fiabe moderne: ad esempio, una delle più note (e delle più belle), Il brutto anatroccolo di Andersen, dove il cambiamento positivo si verifica senza alcun merito e senza alcuno sforzo da parte del protagonista.

5 commenti:

  1. Le favole della mia infanzia erano diverse da quelle degli altri bambini. Come sai mio padre era appassionato di Epica e mi raccontava episodi dell'Odissea, le mie nonne si dividevano tra Esopo, storie dei santi e leggende del sud Italia.
    Credo che la "morale" nelle storie sia un aspetto molto importante e cercherò di tramandarlo, così come vorrei raccontare il "diverso da me" e il Cattivo contestualizzato, perchè non abbia le paure che ha avuto la generazione dell'Uomo nero.
    Pediatri e Psicologi non potranno mai evitarci tutti gli errori, ma credo sia anche una parte importante del diventare genitori no? Da figli che imparano e sbagliano, dobbiamo diventare per una creaturina appena nata prima il "dio benevolo" che nutre e soddisfa i bisogni, e poi maestro del tutto iniziale.

    Fatto è, che come fai sbagli, ma l'importante è interpretare le vocette nelle favole!

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  2. Articolo estremamente interessante: ho messo al mondo tre figli, due a quindici mesi di distanza l'uno dall'altro quando ero molto giovane e inesperta e una quando avevo già passato i quaranta. E siccome non si nasce genitori ma lo si diventa per tentativi e collezionando errori, il mio essere madre non è stato una passeggiata. Erano anche per me gli anni sessanta e anch'io, dopo aver letto vari manuali per neogenitori,mi sono sforzata di trovare il "mio" metodo educativo "che conciliasse libertà e morale", alla base del quale c'era comunque sempre l'amore infinito che provavo verso i miei pargoletti. Credo in qualche modo di esserci riuscita, sono bravi ragazzi, ma ho comunque fatto meno fatica con l'ultima nata, di certo per merito dell'esperienza precedente e dell'età più matura, che mi ha permesso di essere meno ansiosa e meno molesta con me stessa nel cercare una perfezione impossibile (e pure negativa, come ben dice l'articolo). La morale è che la figlia piccola si è dimostrata sin da subito più indipendente e sicura dei fratelli (ma forse perchè è femmina? e noi femmine abbiamo una marcia in più rispetto ai maschietti?)
    Ho sempre letto ai miei figli le favole (ma non solo, anche poesie e filastrocche, Rodari in testa), quelle della tradizione che a loro piacevano moltissimo, e nelle quali a volte si immedesimavano, integrando la lettura o il racconto con delle belle chiacchiere (soprattutto ascoltando i loro commenti) che li aiutassero a comprendere il significato della storia e a coglierne gli aspetti positivi o negativi. Le loro preferite erano proprio quelle dove il protagonista deve superare ostacoli vari (e a volte tremendi!) prima di raggiungere il proprio scopo. E mai, credo, hanno confuso la fantasia con la realtà, e difatti di notte poi dormivano benissimo e non si angosciavano, come il nipotino di una mia amica che ha pianto disperato al pensiero di poter essere abbandonato dai genitori dopo che la nonna gli aveva letto la favola di Hansel e Gretel. La piccola amava Cappuccetto Rosso, ma la modificava a suo piacimento: il lupo non si pappava la nonna ma le buone merendine contenute nel cestino, faceva amicizia con la bambina e pure con la nonna e col cacciatore e... vivevano tutti felici e contenti. Per lei non valeva la morale "attenti bambini che ci sono lupi travestiti che possono farvi del male", lei desiderava un cane che noi genitori non intendevamo concederle e cercava di farcelo capire anche così. Alla fine il cane è arrivato (per merito dei suoi fratelli) e per la gioia di tutti, madre e padre compresi. Uh, mi sa che col mio poema sono andata un po' fuori tema, e Matesi mi perdoni. Aggiungo solo che comunque le favole preferite da tutti e tre erano sempre quelle che io inventavo lì per lì prendendo spunto magari dalle marachelle che combinavano (e i maschi che erano due terremoti ne hanno fatte a volontà), o da qulache problema che nasceva nei rapporti con i coetanei: per far loro comprendere i loro errori senza stressarli con delle prediche inutili, per aiutarli a capire gli altri o per consolarli, per rassicurarli sulle loro capacità e per incitarli a guardare il mondo e il futuro con ottimismo. Mi fermo, credo di aver già esagerato.

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  3. Teresa Siciliano26 aprile 2016 17:22

    Bellissimi ricordi quelli di entrambe. Grazie.

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  4. Bellissima riflessione Terry.Ai miei figli raccontavo le favole tradizionali e si guardavano i film di Disney. Ricordo con tenerezza che quando ero incinta, raccontavo la fiaba al più grande e gli dicevo "Chiudi gli occhietti", e lui mi rispondeva "Mamma, ma Micaela li ha chiusi anche lei?". Miky era in pancia e faceva la centrifuga... Quando sono stati più grandini, ma neanche tanto,abbiamo fatto il tour delle favole: Il Pifferaio,il castello della Bella Addormentata, Odense...Lo rifarei anche oggi, racconterei loro le stesse fiabe perchè hanno in sè una morale, il Bene e il Male sono ben identificabili. E farei loro rivedere "La spada nella doccia", come mi chiedeva la più piccola. Ma abbiamo lasciato per strada anche quello. Hai letto "Morfologia della fiaba" di Freud? Ciao Terry e grazie per questi spunti.

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  5. Teresa Siciliano27 aprile 2016 21:07

    Morfologia della fiaba di Propp è stata uno dei testi base dello strutturalismo qualche decennio fa. Io ho sempre preferito Le radici storiche.

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