domenica 10 aprile 2016

L'Angolo di Matesi: "RENZO E LUCIA".



Ci sono alcuni romanzi che rappresentano l'identità di un popolo, la sua cultura. Ci sono coppie che racchiudono nel loro amore l'evoluzione della società e il compimento di un disegno divino. Teresa Siciliano ci parla oggi di Renzo e Lucia in un articolo COMMOVENTE, una pagina da leggere col cuore.


Si figurava allora di prendere il suo schioppo, d'appiattarsi dietro una siepe, aspettando se mai, se mai colui venisse a passar solo; e, internandosi, con feroce compiacenza, in quell'immaginazione, si figurava di sentire una pedata, quella pedata, d'alzar chetamente la testa; riconosceva lo scellerato, spianava lo schioppo, prendeva la mira, sparava, lo vedeva cadere e dare i tratti, gli lanciava una maledizione, e correva sulla strada del confine a mettersi in salvo. «E Lucia?» Appena questa parola si fu gettata a traverso di quelle bieche fantasie, i migliori pensieri a cui era avvezza la mente di Renzo, v'entrarono in folla. Si rammentò degli ultimi ricordi de' suoi parenti, si rammentò di Dio, della Madonna e de' santi, pensò alla consolazione che aveva tante volte provata di trovarsi senza delitti, all'orrore che aveva tante volte provato al racconto d'un omicidio; e si risvegliò da quel sogno di sangue, con ispavento, con rimorso, e insieme con una specie di gioia di non aver fatto altro che immaginare.
È la prima, indiretta presentazione della figura di Lucia nei Promessi sposi e spiega perché il nome della protagonista non è mai cambiato durante la lunga gestazione del romanzo. Lucia rappresenta nella vicenda la luce divina che illumina tutti quelli che l’avvicinano, a parte ovviamente don Rodrigo: quando si è tirannelli mediocri, non si è capaci neppure di intravedere la grandezza, quando ti passa davanti. Le cose saranno diverse per l’innominato, il grande criminale. Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia: tutti ricordano le parole che lo spingono sulla via del pentimento e della redenzione. Intendiamoci, Lucia non dice niente di speciale, anzi si esprime da quella popolana semplice che è. Lo esige lo spirito di realismo cui si ispirava Manzoni. E, se le sue parole fanno effetto, naturalmente avviene perché già da tempo l’innominato ha cominciato a provare “uggia” per le sue scelleratezze e insoddisfazione per la sua vita. Però non sappiamo cosa sarebbe successo se Lucia non fosse arrivata al castello: per Manzoni l’incontro fra una persona buona e una cattiva ha sempre risultati positivi. Nelle lunghe terribili ore della notte in cui l’innominato sfiorerà il suicidio, il pensiero di liberare Lucia all’alba lo sosterrà. E poi? che farò domani, il resto della giornata? che farò doman l’altro? che farò dopo doman l’altro? e la notte? e la notte, che tornerà tra dodici ore? E allora per salvarlo occorrerà l’incontro con una persona del suo stesso livello intellettuale e sociale. Il suono provvidenziale delle campane lo spingerà così a piedi, da solo, verso il paese, verso il cardinal Borromeo e un capovolgimento totale della sua esistenza.
Che cosa lega una come Lucia ad un uomo come Renzo? Lei è una donna del Seicento e quindi vive dentro casa, passa da un luogo chiuso ad un altro chiuso e la strada è il luogo dei pericoli: lì incontra don Rodrigo, lì viene rapita dai bravi dell’innominato. Renzo, invece, è sempre per strada: per strada incontrerà pericoli, ma anche salvezza. Li avvicina la fede appresa grazie all’insegnamento di fra Cristoforo e poi, è banale dirlo, l’amore. Certo l’amore come lo concepiva Manzoni, persona aliena dalle passioni romantiche, e come era verosimile in persone di ceto contadino dell’epoca (e non solo). Ha sempre stupito un po’ che in un romanzo d’amore del primo ottocento non ci siano manifestazioni fisiche, neanche un bacetto sottinteso in tutto il libro. 
Ma a questo riguardo ricordatevi dell’Albero degli zoccoli di Olmi: siamo molto più avanti, nel 1898, e assistiamo al modo come era concepito normalmente l’eros nelle classi popolari: la sera a veglia arrivavano i lumaconi del circondario che puntavano le ragazze della cascina (tutti sulla porta in piedi, mentre le donne nubili sono sedute al centro del cerchio delle madri). Magari uno di loro seguiva la sua ragazza per strada, al ritorno dalla filanda, e le domandava se poteva salutarla oppure, molto dopo, addirittura le chiedeva un bacio. Che, manco a dirlo, non otteneva perché non era ancora il momento giusto. Momento che sarebbe arrivato solo dopo il matrimonio. Non molto diverse erano le cose in alcuni ambienti italiani, soprattutto del sud, ancora dopo la seconda guerra mondiale.
Manzoni non avrebbe potuto narrare una grande passione in quell’epoca e in quell’ambiente neanche se l’avesse voluto. E certo non lo voleva.
È uno degli aspetti più controversi del romanzo. Credo che Manzoni lo immaginasse già mentre scriveva il finale. Rammenterete il momento in cui i fidanzati si ritrovano finalmente quando tutti i problemi sono superati. Lucia Vi saluto: come state?” disse, a occhi bassi e senza scomporsi. E non crediate che Renzo trovasse quel fare troppo asciutto, e se ne avesse per male. (…) lui intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava nel cuore di Lucia.
Quello che si chiama uno schiaffo morale in faccia ai criticoni.
Ma il meglio per me viene nel brano definito il sugo della storia. Il pudore di Lucia è ricorrente lungo tutto il romanzo: lei è quella che arrossisce solo a passare davanti alla casa del fidanzato, è quella che, dopo il fallimento del matrimonio di sorpresa, si sente a disagio al pensiero di essere stata sola con lui, al buio, fuori dello studio di don Abbondio. Eppure molti anni più tardi, dopo le nozze e non so quanti figli:
– E io – disse un giorno al suo moralista – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercare me. Quando non voleste dire – aggiunse, soavemente sospirando, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.
Questa è la sua dichiarazione d’amore più esplicita e stavolta non esita ad usare l’espressione voler bene, né arrossisce, nonostante che il colloquio avvenga in pubblico.
Qualunque cosa pensasse Zeno, per una ragazza cattolica di una volta aver pronunciato poche parole davanti ad un prete, fosse pure don Abbondio, faceva tutta la differenza del mondo. Perché in chiesa il sospiro segreto del cuore veniva solennemente benedetto e l’amore veniva comandato e si chiamava santo.

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3 commenti:

  1. Ho letto con grande piacere l'articolo. Come sempre Teresa Siciliano sa esprime le proprie opinioni in modo chiaro e interessante. Forse perchè io sono ormai di "un'altra epoca" e ho amato, e amo immensamente il romanzo del Manzoni, non mi stupiscono il comportamento di Lucia e quello di Renzo, e nemmeno la loro mentalità. Nel mio romanzo Un nome inventato ho narrato la storia d'amore dei miei nonni (una specie di Albero degli zoccoli in tono ben minore, ogni confronto è improponibile), come mi era arrivata attraverso i discorsi di chi l'aveva vista di persona, e il modo di fare, di approcciarsi al sentimento amoroso di Pinin e Giuseppe non era poi tanto diverso da quello di Lucia e Renzo. Poi il mondo si è messo a correre e tutto è cambiato...

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    1. Riflettevo, Silvana, che forse era così in campagna, ma in città le cose erano comunque un po' diverse. Mia nonna, nata nel 1886, si era sposata incinta a 17 anni. E, a quanto pareva, non è stata la sola. Quando ero bambina, negli anni '50, e con mia madre andavo a visitare dei parenti in una grande cascina a pochi chilometri a Brescia, vedevo realtà diverse. Donne vestite ancora di nero, mentre mia madre a mia zia indossavano allegri vesti a fiori e scarpe con i tacchi. :)
      Miriam

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  2. Articoli e analisi sempre interessanti, Matesi. Io non ho mai amato Renzo, lo ammetto. Da ragazzina subivo di più il fascino di Don Rodrigo, se pur crudele e anche un po' meschino.
    Miriam Formenti

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