martedì 7 giugno 2016

L'Angolo di Matesi: "BIANCA E GESUALDO"





La professoressa Teresa Siciliano oggi ci parla dell'opera di un maestro della letteratura italiana: GIOVANNI VERGA.
Venite a leggere il suo articolo "BIANCA E GESUALDO".


Mastro-don Gesualdo fu pubblicato in volume nel 1889. Molti non lo sanno, ma una precedente stesura era uscita l’anno precedente: non mi è mai capitato di metterci gli occhi sopra, ma ne so qualcosa grazie ad un resoconto di Ghidetti. Il critico si è particolarmente interessato a quest’opera di Verga e sottolinea che nella redazione definitiva il mastro perderà molti di quei tratti di irresolutezza, timidezza, gelosia per la consorte da cui è affascinato “ per assumere decisamente il ruolo arduo dello spietato primo attore nella costruzione di una società nuova, alienata nel miraggio dell’accumulazione di ricchezza, condannato, nella sua solitudine, ad identificarsi con la ‘roba’, nella prospera come nell’avversa fortuna. Mentre Bianca dovrà rinunciare alla bellezza, al fascino sensuale e quindi alla sua protervia di nobile insoddisfatta”. 
http://cultura.biografieonline.it/wp-content/uploads/2013/11/Verga-Giovanni.jpgImmagino che tutti riconoscerete alcuni tratti di Claire e Philippe nel Padrone delle ferriere: personalmente sono convinta che Verga, in stretto contatto con la letteratura francese dell’epoca, avesse letto il romanzo di Ohnet e ne avesse tratto ispirazione, pur differenziandosene nettamente soprattutto  nell’edizione definitiva. Anche Gesualdo è un nuovo ricco, ma molto più rozzo e meno istruito di Philippe, e non si occupa di industria, ovviamente, bensì di terre, di ponti e di strade. Non è affatto innamorato di Bianca (anzi ha una relazione con Diodata, una serva orfana da cui ha avuto dei figli e che fa sposare con un altro in occasione delle sue nozze). Bianca da parte sua è perdutamente innamorata del cugino baronello Rubiera a cui si è concessa, ma che l’abbandona perché è povera. Pubblicamente disonorata, per sfuggire all’estrema miseria, accetta il matrimonio con Gesualdo, che la sposa per legarsi alla nobiltà del luogo e favorire i suoi affari. Ma la maggior parte degli invitati importanti diserteranno il rinfresco di nozze e la prima notte, se non provocherà una rottura totale (Bianca è molto diversa da Claire), certo bene non andrà.

Essa rannicchiò il capo nelle spalle, simile a una colomba trepidante che stia per esser ghermita.
― Ora ti voglio bene davvero, sai!... Ho paura di toccarti colle mani... Ho le mani grosse perché ho tanto lavorato...non mi vergogno a dirlo... Ho lavorato per arrivare a questo punto... Chi me l'avrebbe detto?... Non mi vergogno, no! Tu sei bella e buona... Voglio farti come una regina... Tutti sotto i tuoi piedi!... questi piedini piccoli! Hai voluto venirci tu stessa... con questi piedini piccoli... nella mia casa... La padrona!... la signora bella mia!... Guarda, mi fai dire delle sciocchezze!...
Ma essa aveva l'orecchio altrove. Pareva guardasse nello specchio, lontano, lontano.

Gesualdo ha un grande senso della famiglia, nonostante suo padre e i suoi fratelli siano persone stupide, avide e davvero ingrate, ed è molto generoso con tutti loro, ma senza essere minimamente ricambiato. Dalla moglie e dalla figlia, invece, lo divide irreparabilmente la differenza di classe sociale. Bianca col tempo gli si affezionerà, gli sarà grata e sottomessa, rispetterà tutti i suoi doveri, ma ci sarà sempre a dividerli una specie di ripugnanza fisica. Gesualdo ovviamente lo capirà e lo ammetterà almeno con se stesso:

– Nulla, nulla gli aveva fruttato quel matrimonio; né la dote, né il figlio maschio, né l'aiuto del parentado, e neppure ciò che gli dava prima Diodata, un momento di svago, un'ora di buonumore, come il bicchiere di vino a un pover'uomo che ha lavorato tutto il giorno, là! Neppur quello!
– Una moglie che vi squagliava fra le mani, che vi faceva gelare le carezze, con quel viso, con quegli occhi, con quel fare spaventato, come se volessero farla cascare in peccato mortale ogni volta e il prete non ci avesse messo su tanto di croce prima quand'ella aveva detto di sì... Bianca non ci aveva colpa. Era il sangue della razza che si rifiutava. Le pesche non si innestano sull'olivo. Ella, poveretta, chinava il viso, arrivava ad offrirlo anzi, tutto rosso, per ubbidire al comandamento di Dio, come fosse pagata per farlo... Ma egli non si lasciava illudere, no. Era villano, ma aveva il naso fino di villano pure! E aveva il suo orgoglio anche lui. L'orgoglio di quello che aveva saputo guadagnarsi, colle sue mani, tutto opera sua, quei lenzuoli di tela fine in cui dormivano voltandosi le spalle, e quei bocconi buoni che doveva mangiare in punta di forchetta, sotto gli occhi della Trao...

Così sarà per tutto il resto del loro matrimonio. In tanti anni un unico momento di vicinanza fra marito e moglie, quando Bianca sta morendo di tisi e si ingelosisce perché per casa girano non solo Diodata, che l’accudisce, ma anche la famiglia del barone Zacco, che trama per far sposare a Gesualdo la figlia zitella, non appena la moglie chiuderà gli occhi.

― Sentite!... sentite!... Non le voglio più!... Non le fate venir più quelle donne... Si son messe in testa di darvi moglie... come se fossi già morta.
E col capo seguitava a far segno di sì, di sì, che non s'ingannava, col mento aguzzo nell'ombra della gola infossata, mentr'egli, chino su di lei, le parlava come a una bimba sorridendo, con gli occhi gonfi però.
― Vi portano in casa la Lavinia... Non vedono l'ora che io chiuda gli occhi... ― Lui protestava di no, che non gliene importava nulla della Lavinia, che non voleva più rimaritarsi, che ne aveva visti abbastanza dei guai. E la poveretta stava ad ascoltarlo tutta contenta, cogli occhi lustri che   penetravano fin dentro, per vedere se dicesse la verità.

È amore per il marito, oppure è il segno dell’ultimo, estremo attaccamento alla vita? Lo scrittore lascia la scena ambigua,  aperta ad ogni interpretazione.
In conclusione Verga si rifà ad Ohnet perché anche lui è partito, anzi ha avuto i suoi più grandi successi commerciali, con il romanzo sentimentale, ma in tutti gli anni Ottanta ha svoltato decisamente e raggiunto il suo vertice letterario nelle opere veriste, creando dei veri capolavori: asciutti ed espressivi.
Ogni volta che rileggo l’ultima parte di Mastro-don Gesualdo, non posso fare a meno di piangere di commozione. Ecco due persone, Bianca e anche Gesualdo, senza dubbio fra quelle migliori del romanzo da un punto di vista morale, che, nonostante la buona volontà, non riescono a trovare un’intesa e si rendono, reciprocamente e ognuno per conto suo, infelici per tutta la vita.
Perché la vita non è un romanzo rosa. Non è vero che tutto si può risolvere e a tutto si può porre rimedio. E, come sancisce il vangelo, non è possibile amare Dio e mammona. Del resto Verga sapeva bene che l’attaccamento alla “roba” rende infelici. Perché nella grande figura di Gesualdo l’autore rappresenta, almeno in parte, anche se stesso.


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1 commento:

  1. Bellissimo commento! Ora mi è venuta voglia di rileggere il romanzo, Verga è stato una dei miei primi amori.

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