martedì 14 giugno 2016

L'Angolo di Matesi: "MICHELE E HERTHA".


La professoressa Teresa Siciliano oggi ci parla di uno dei romanzi rosa più importanti per la sua giovinezza: "SAN MICHELE" della tedesca Elizabeth Werner.
Venite a scoprire "MICHELE e HERTHA" o piuttosto "MICHELE e MICHELE"?


Uno dei romanzi rosa più importanti della mia giovinezza è stato negli anni Sessanta San Michele, in realtà pubblicato addirittura nel 1887 da una scrittrice tedesca, Elizabeth Werner. 
È la storia del generale conte Michele di Steinrück e dei suoi due nipoti: l’erede Raoul, più legato al paese di origine della madre, la Francia, che non al proprio, la Prussia, e Michele, risultato di una mésalliance più grave: sua madre Louise per amore è fuggita di casa e ha sposato il borghese Rodenberg, affascinante ma inaffidabile e violento, che ha maltrattato per anni la moglie e il figlio nato dal loro matrimonio.
Quando Michele è rimasto orfano, suo nonno si è rifiutato di riconoscerlo e lo ha affidato ad un guardaboschi, ignorante e manesco. Per sua fortuna il parroco di San Michele, dopo aver tentato vanamente di far cambiare idea al conte di Steinrück, non lo abbandonerà e lo affiderà a suo fratello, il celebre scienziato professor Wehlau, che lo alleverà ed istruirà insieme a suo figlio Hans.
Lo ritroviamo dieci anni più tardi, quando è diventato un ufficiale dell’esercito ed è molto cambiato: 

La sua maschia figura sembrava fatta apposta per indossare l’uniforme militare. I capelli biondi e ricciuti coronavano un volto che non poteva accampare pretese di bellezza… ma non ne aveva neppure bisogno! 
Anche gli occhi non erano più quelli del ‘sognatore’! Profondi e penetranti, avevano qualcosa di gelido, come del resto tutta la sua persona. 

Com’era prevedibile, nonno e nipote si misureranno presto e Michele, dopo tanti anni, potrà finalmente dirgli tutto quello che pensa di lui.

“Poteva mettere l’orfanello in un istituto se non voleva averlo sotto gli occhi… E invece l’ha consegnato a chi ha saputo solo ingiuriarlo e maltrattarlo… A chi avrebbe fatto di lui un uomo rozzo, buono solo a trascorrere la sua vita in mezzo ai boschi. La bontà di un estraneo lo tolse a tanta miseria… A un estraneo è debitore dell’educazione e della sua posizione sociale… Al nonno sarebbe stato debitore della morte civile!” 

La reazione di Steinrück sarà orgogliosa ed energica, ma non basterà a piegare il nipote:

“Col suo albero genealogico lei crede di esser molto al di sopra della massa comune degli uomini e non ha esitato a cancellare con un pugno di ferro chi ha osato sfidare l’orgoglio degli avi! Ma il suo blasone non è irraggiungibile come il sole nel cielo. Un giorno forse porterà una macchia che lei non potrà lavare. Allora capirà che cosa vuol dire dover espiare la colpa e l’onta di un altro con un sentimento di onore nel petto… Allora capirà che giudice spietato è stato verso mia madre!” 

E, quando rimane solo, Steinrück non può fare a meno di ammettere, almeno con se stesso, che Michele è sangue del suo sangue, l’erede del suo carattere e della sua personalità. 
E la protagonista femminile? vi chiederete. Si chiama Hertha, è l’ultima discendente di un altro ramo della famiglia, ricchissima e quindi destinata da sempre a sposare Raoul per riunire titolo e patrimonio. Ma Raoul ama un’altra donna, Héloise de Nerac, per giunta una spia francese, anche se lui non lo sa, e Hertha non riesce ad affezionarsi al fidanzato, bellissimo ma frivolo e debole. Anche lei incontra Michele e, ignorando i loro legami familiari, civetta con lui e vuole vederlo ai suoi piedi. 

“Tenente Rodenberg, non capisco… Che cosa significa questo strano linguaggio che ha tanta affinità con l’odio?” 
“Con l’odio?” proruppe Michele con impeto selvaggio. “Non basta la commedia… ci vuole la beffa? Non ha mai ignorato che io l’amo!” 
“Ed è così che chiede l’amore di una donna?” chiese Hertha stizzita, mentre un’angoscia segreta le stringeva il cuore. 
“Chiedo? Oh, no! Del resto, a un ufficiale sconosciuto, che porta un nome borghese, non sarebbe concesso di aspirare alla mano della contessa Steinrück… a quella mano già da tempo promessa a un uomo che porta, come lei, la corona di Conte!” 

Il fatto è che, rimasta orfana di padre da bambina, Hertha ha trovato, come diremmo oggi, una figura paterna sostitutiva nello zio e cerca qualcosa di simile nell’uomo da amare. Glielo dice perfino: 

“Dovrebbe rassomigliare a te! A te, Zio Michele… avere la tua forza ferrea, la tua volontà inflessibile e perfino la tua durezza!” 

Al generale non ci vuole molto per capire cosa sta succedendo: 

Sì, c’era un uomo che gli assomigliava tratto per tratto. Lui, forse, se avesse avuto mano libera, avrebbe saputo domare la fanciulla bella e superba. 

Per sbloccare la situazione ci vorrà qualcosa di fuori del comune: in mezzo ad una terribile tempesta, Michele andrà a cercare la sua Hertha, sperduta nelle forre dell’Adlerwand, e la porterà in salvo, conquistando definitivamente il suo cuore e la sua mano. 
Molto più difficili le prove che attendono il generale: ci sarà il tradimento e il suicidio di Raoul durante la guerra franco-prussiana e soltanto l’intervento di Michele riuscirà ad evitare il disonore della famiglia, recuperando in tempo i documenti trafugati, per una leggerezza del cugino. In tal modo dopo Sedan e Versailles Michele potrà arrivare al castello di Steinrück, accolto dal nonno come un eroe. 

“Tu conosci le mie disposizioni testamentarie. Il maggiorascato, dopo la mia morte, passa in altre mani, cioè alla linea maschile della nostra famiglia… Lascio a te, come unico erede, il castello di Steinrück; con la mano di Hertha sarà tuo anche il vistoso patrimonio che volevo a tutti i costi assicurare a mio nipote. Il mio desiderio si è avverato… per quanto in modo diverso da quello che pensavo! Meglio così. Tu lo conserverai e lo difenderai come conserverai e difenderai la tua Hertha, lo so… e che Dio vi benedica tutti e due!” 

Nel romanzo, come si vede, la storia d’amore, per quanto molto importante, diventa secondaria rispetto al rapporto fra nonno e nipote. Mi chiedo oggi perché già allora amassi tanto Michele, così diverso da Lotario di Waldenstein e da tutti gli altri protagonisti di Delly.
Probabilmente mi commuoveva il fatto che fosse stato un bambino affamato e maltrattato e che, sotto la spinta dell’orgoglio, fosse riuscito a forgiarsi il suo avvenire, sollevandosi molto al di sopra della sua condizione di partenza, a forza di intelligenza e di duro lavoro. Forse in modo confuso apprezzavo l’assenza in lui di ogni vena di sadismo e di estetismo, frequenti invece negli eroi di Delly (tutte cose che ho odiato e continuo ad odiare). Può essere inoltre che sentissi un’altra affinità particolare con il personaggio: in anni in cui la maggior parte delle ragazze non continuava gli studi dopo la V elementare, la via dell’acculturazione mi appariva l’unica possibilità per me di affrancarmi dalla condizione di donna di casa, economicamente dipendente dal marito… Senza parlare del fatto che la conoscenza mi è sempre sembrata la cosa più desiderabile del mondo, molto più di qualunque vestito o gioiello potessi immaginare.
In fondo il motto latino per cui ciascuno è artefice del proprio destino è stato sempre quello più propriamente mio.


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1 commento:

  1. Bello. Io non ho mai letto questo libro. Certamente recupererò.
    Miriam Formenti

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