sabato 16 luglio 2016

Blogtour Recensione + Intervista: "LE CESOIE DI BUSAN" di Karen Waves.


 
Può amore far rima con potatore?



Genere: Romance – New Adult
Serie: La studentessa e il potatore. Vol 1
Editore: Self
Pagine: 192
Prezzo: 0,99 € per l’eBook; 9,90 € per il cartaceo
Uscita: 16 Maggio 2016






Sinossi:
Quando Valentina conosce Won-ho capisce subito tre cose: la prima, che è la persona più antipatica che abbia incontrato in Corea; la seconda, che le sue labbra bellissime non possono cambiare questo fatto; e la terza, che se le chiederà di uscire gli dirà sicuramente di no.
Dopotutto, non hanno niente in comune: solo un pessimo carattere, un umorismo tagliente, la profonda insofferenza per tutto ciò che non si possa fare in tuta e la passione che li consuma ogni volta che si incontrano.
Ma Won-ho è tanto abile nel convincere Valentina quanto lo è a potare gli alberi di Busan e così, tra picnic al chiaro di lampione e caldi pomeriggi nei frutteti, la loro relazione cresce e l’attrazione si fa sempre più intensa.
Anche se la coinquilina di Valentina insiste che si stanno innamorando e che sono fatti l’uno per l’altra, la famiglia di Won-ho si oppone e Valentina si trova di fronte a una scelta difficile.
La storia d’amore con Won-ho sopravviverà, o lei e il suo appassionato potatore hanno i baci contati?

Estratto
«American girl
Gli occhi di Valentina si aprirono veloci, mentre la sua mente passava dal piacevole torpore del quasi sonnellino alla lucida ma dolorosa chiarezza del doposbornia.
«Non tu» disse, guardando in su.
Il potatore, bloccandole il sole, le sorrise. «Vedo che non hai ancora finito il tuo libro.»
Valentina si tirò a sedere, punta sul vivo. Su una cosa veneti e coreani si sarebbero trovati sempre d’accordo: la pigrizia come peccato mortale e vergognosissimo.
«Dovevo finire un saggio.»
«Non ti devi giustificare con me.»
«Allora non chiedere.»
«Sei sempre così gentile.»
«Mi stai gocciolando addosso.»
Il potatore fece un passo indietro e piantò nella sabbia la tavola da surf che portava sotto il braccio. «Adesso no.»
«Mi fa male il collo a guardare in alto.»
Senza battere ciglio, il potatore si lasciò cadere accanto a lei.
Valentina incrociò le gambe, tirandosi indietro. «Sei bagnato» disse, avendo esaurito ogni altra obiezione.
«Ero in acqua. Dovresti saperlo, ci stavi guardando.»
«Non penso che ti avrei riconosciuto se non fossi stato irritante come l’ultima volta.»
«Sono sicuro che dopo oggi ti ricorderai.»
«Sei molto sicuro di te.»
Il potatore sorrise. «Spostati, American girl
«Mi dici sempre di spostarmi.»
«Devo sfilarmi la muta.»
«O prenderai freddo? Pensavo fossi un forte uomo di Busan.»
«Pensavo non volessi bagnarti.»
«Non ti ho chiesto io di sederti qui.»
«Troppo tardi» disse lui, e allungando la mano dietro il collo abbassò la zip, allentando la muta sulle spalle. Gocce d’acqua spruzzarono Valentina, che stava per ribattere, quando il ragazzo si sfilò le maniche. Nei raggi obliqui dell’ultimo sole la sua pelle era lo stesso, perfetto colore del caramello appena tolto dal fuoco e lo stomaco di Valentina si strinse.
«American girl», disse il ragazzo, «ormai sono qui, parlami.»

L’autrice. Karen Waves è nata a Vicenza, ma vive a Padova dove studia lingue moderne all’Università. Scrivere è sempre stata la sua passione, ma Le cesoie di Busan è il primo romanzo che si è decisa a pubblicare. Come ispirazione ha avuto i suoi grandi amori: la Corea, le storie romantiche e gli alberi.

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Recensire un libro autopubblicato è sempre un’incognita, specialmente oggi perché sono in tanti gli autori esordienti che si autopubblicano sulle piattaforme digitali.
“Le cesoie di Busan” è stato una sorpresa, non solo per l’ambientazione e per la conoscenza delle usanze del paese di ambientazione, ma per la storia in sé.
Il fatto che sia il primo libro di una serie non fa che accendere la curiosità, considerando anche come questo primo volume si conclude.
Valentina, studentessa italiana trapiantata per nove mesi a Busan, in Corea, si imbatte in un potatore bellissimo che le impedisce di fare pausa pranzo sotto il suo albero preferito. Da lì i due si inseguono, si scontrano e si innamorano, ma Valentina deve tornare in Italia in anticipo e la fine sembra inevitabile. Lo sarà davvero? Non lo sapremo fino all’uscita del prossimo volume, purtroppo!
Intanto, care lettrici e cari lettori, leggere questa storia vi appassionerà.
I protagonisti sono tre. No, non c’è il terzo incomodo: c’è la migliore amica coreana, nonché coinquilina di Valentina, che fa da grillo parlante culturale della storia.
La sua coreana eleganza è lo strumento che l’autrice usa per farci immergere in questo molto così diverso da quello occidentale. Con le sue battute sulla barbarie di Valentina, mette in luce le differenze tra i rapporti umani che intercorrono tra la nostra cultura e la loro. Grazie a questo “strumento”, le spiegazioni e i termini stranieri non appesantiscono la storia.
Parliamo ora dei nostri piccioncini. Figlia di una famiglia benestante e snob, Valentina scappa dall’Italia e dai parenti perché si sente un po’ disadattata nella sua vita. Non vuole innamorarsi perché sa che il soggiorno in corea sarà temporaneo, ma al cuore non si comanda e così, attraverso quest’amore e tutti i dubbi che ne derivano, conosciamo la protagonista.
Insicura da un lato, forte e caparbia dall’altro: Valentina ha tutte le caratteristiche delle donne italiane. Simpatia, coraggio, milioni di dubbi e tanta forza d’animo.
Sono queste le cose che conquistano Won-ho, un coreano atipico che studia italiano e non sembra sia molto legato ad alcune tradizioni e formalità del suo paese.
I due si incontrano e lui capisce subito che la ragazza è perfetta per lui. Sa che deve andar via ma non gli importa. Won-ho è un uomo speranzoso che ama la vita, nonostante le costrizioni genitoriali sugli studi e alcune delle scelte importanti per il suo futuro.
Non parla della famiglia, se non di sfuggita, ma spero che il secondo volume sia dal suo punto di vista.
Il sesso è raccontato con tenerezza e passione, è veramente frutto dell’amore tra i protagonisti, non sembra scritto tanto per aggiungere qualcosa alla storia.
Non ci sono scene forti ma tanti piccoli momenti d’amore.
Per quanto riguarda stile e lessico il libro è molto interessante da analizzare.
L’uso di termini in lingua straniera, come precedentemente accennato, non è pesante né noioso. Ogni termine ha una funzionalità ed è perfettamente inserito nel contesto.
Lo stile è scorrevole e discorsivo e non ci sono momenti di noia o che non conquistino.
La pecca che ho riscontrato sta nell’editing. Fino a tre quarti di libro è stato fatto un ottimo lavoro, senza grosse defaillance. L’ultimo quarto invece, sembra editato frettolosamente e ne risente sia il lessico in alcuni punti, con frasi poco chiare, che la.
Se non si è troppo fiscali, però, il libro si legge velocemente e con immenso piacere. Io aspetto già il seguito!







Karen, grazie per averci concesso questa intervista!
Iniziamo subito con la prima domanda: perché la Corea? Converrai con noi che è una ambientazione insolita per un romance, o almeno per noi lettrici italiane.
Da anni guardo serie televisive coreane, che ho scoperto da adulta dopo aver passato infanzia e adolescenza a coccolare il mio amore per il Giappone. È stato semplice appassionarsi alla loro cultura, voler scoprire di più sulla loro storia, sugli usi e costumi di questo paese quasi completamente sconosciuto, e così diverso dall’Asia che già conoscevo.
L’amore per la Corea è arrivato all’improvviso, come un regalo di compleanno in anticipo, ma ho finito per sentirla vicina e familiare nel giro di pochissimo. C’è una differenza culturale grandissima tra i nostri paesi, ma forse è per questo – e non per un “fascino dell’esotico” generico – che la Corea risulta così affascinante.

L’ambientazione ha richiesto sicuramente molta attenzione. La conoscenza degli usi e costumi coreani è frutto di un’esperienza diretta o di ricerche accurate?
Non ho ancora avuto la fortuna di andare in Corea del Sud, ma potrebbe diventare la meta del mio viaggio di laurea, forse? È sicuramente un sogno nel cassetto, uno dei più cari, dopo aver scritto di questo paese (e dato che ho intenzione di continuare a farlo). Non avendo esperienza diretta, quindi, ho letto tanto, fatto ricerca e chiesto informazioni e chiarimenti a persone originarie di lì o che ci avevano vissuto. Per esempio, un nodo fondamentale è stato il nome della protagonista, Valentina, e il modo in cui poteva essere pronunciato dai coreani.
Ho ambientato il romanzo a Busan perché già conoscevo la città e volevo scegliere una località turistica che non fosse Seoul. Inoltre Busan è molto caratteristica (il forte uomo di Busan, eh, nonché il loro dialetto, di cui parlo in Bad girl, e la geografia del luogo), e Won-ho non avrebbe potuto essere un ragazzo della capitale.
Infine, ho incluso nella storia anche la mia passione per il cibo: dopo aver fatto numerosi tour mangerecci, ho pensato che sarebbe stato un peccato sprecare tutta questa conoscenza accumulata. E così il piatto preferito di Valentina sono diventati i tteokbokki, che piacciono molto anche a me.

Quanto di Karen c'è in “Ballentina”? Sei solita identificarti nei tuoi personaggi?
Valentina mi assomiglia davvero poco – a volte le presto un vestito o un’abitudine che mi appartiene (la dipendenza dalla caffeina!), ma siamo persone molto diverse. È quello che la rende così interessante da scrivere: seguo la sua evoluzione attraverso scelte che io non farei mai.
Però, lo confesso, inevitabilmente c’è un po’ di me in tutti i personaggi che scrivo: posso generosamente donare qualcosa di me a loro, ma scrivendoli, come ho fatto con Won-ho in Bad girl, finiscono per insegnarmi qualcosa che non sapevo di me stessa e di loro.

Sappiamo che “Le cesoie di Busan” è il primo volume di una trilogia. Conosceremo di più sulla misteriosa vita dei nostri protagonisti?
Assolutamente sì! Le cesoie di Busan è stato un esperimento, che ha avuto un riscontro positivissimo. Non sapevo cosa aspettarmi, non sapevo se i lettori avrebbero apprezzato l’ambientazione ma ancora di più una protagonista “cattiva”, con un carattere molto particolare, e un eroe romantico basso e coreano.
Il secondo libro è molto più lungo (più di 300 pagine), e potrete vedere Valentina nel suo habitat naturale, tra Padova e Bassano, e conoscere di più la storia della sua famiglia.
A Won-ho, invece, ho dedicato Bad girl proprio per raccontare più da vicino la sua vita prima di Valentina, i problemi familiari che deve affrontare con padre e fratello, i desideri e le aspettative di un ragazzo coreano della sua età, il suo modo di pensare, le sue passioni come la letteratura e la potatura e la cultura che, alla fine, lo condiziona.

In questo primo romanzo hai presentato una serie di personaggi secondari molti interessanti. È nei tuoi progetti indagare le loro storie?
Al momento mi sto concentrando su Valentina e Won-ho, che minacciano di levarmi tutte le energie, però dopo il successo unanime di Kim Yae-rim, una storia dove è la protagonista indiscussa sembra quasi doverosa. Ci penserò.

La Corea è molto affascinante, conti di dedicare la stessa attenzione anche alla nostra Italia? Quali sono i limiti dell’una e dell’altra ambientazione?
Il secondo libro della trilogia è interamente ambientato in Italia, in Veneto, soprattutto tra Bassano del Grappa (dove ho vissuto) e Padova (dove vivo). Siccome stavolta gioco in casa, ho parlato di luoghi che conosco bene e spero di aver reso un buon servizio alle città che mi hanno ospitato.
Scrivere di luoghi familiari è più semplice e immediato, si può giocare con le sensazioni e le sfumature di quello che già si conosce, ma l’ambientazione lontana consente un libero sfogo della fantasia che altrimenti sarebbe difficile permettersi. Il luogo sconosciuto crea in noi e nei personaggi (come Valentina, italiana all’estero) uno spaesamento e una sensazione straniante davvero interessanti, soprattutto per la resa nella scrittura.
Valentina stessa, in Corea, è una persona diversa: parla un’altra lingua, si esprime con un idioma che descrive il mondo con espressioni e parole radicalmente diverse dalle nostre. E poi deve seguire le regole e le consuetudini del paese che la ospita, quindi anche il suo comportamento ne è influenzato.
I due volumi riflettono questa radicale differenza. Scrivere di Valentina e Won-ho in Italia, però, è stato un esercizio di scrittura più doloroso: a questo punto della loro relazione, ho sentito più da vicino i problemi del loro rapporto interculturale, anche se entrambi conoscono benissimo l’uno la cultura dell’altro.

Il potatore esiste davvero? Se sì, quanto dell’uomo reale c’è nel personaggio?
Vorrei poter orgogliosamente dire che il potatore coreano è modellato sul mio fidanzato, ma purtroppo devo dare una delusione a chi ci sta leggendo, perché non è andata esattamente così. Per l’aspetto fisico di Won-ho mi sono ispirata a Hoya, attore e membro della boyband coreana Infinite. È un ottimo ballerino con viso e occhi dolci, a volte, ma che si muove in modo molto sensuale. Ho trovato questa combinazione inusuale e interessante. Mi ha colpita e ho cominciato a immaginare un protagonista con queste caratteristiche, che ho poi arricchito con un background e un carattere particolari. Da un lato Won-ho doveva assomigliare per il suo – pessimo, anche se le lettrici lo amano – carattere a Valentina e dall’altro volevo una persona decisamente poco comune, potatore (quella la sua occupazione principale, anche nel non-cuore di Vale), surfista e letterato.

Comè nata l’idea del libro? Cosa ti ispira solitamente nella scrittura?
Il libro è nato come una sfida: volevo dimostrare a un’amica recalcitrante che anche un uomo coreano poteva essere attraente. Però quando ho cominciato a scrivere mi sono fatta prendere dall’entusiasmo e le idee sulla storia sono aumentate con il passare del tempo. Scrivere di Valentina e Won-ho è davvero bellissimo e molto molto divertente, a parte nelle scene drammatiche.
La mia ispirazione, invece, varia a seconda dei giorni: ci sono scene che non vedo l’ora di scrivere e appena mi siedo alla scrivania comincio e riesco a finire un capitolo in maniera soddisfacente. Altre volte mi serve un’immagine o una canzone per convincermi. Penso spesso ai miei libri ascoltando musica, per questo inserisco sempre una playlist alla fine. Voglio condividere con i lettori anche questo aspetto della scrittura.

Da quanto tempo scrivi? I tuoi romanzi prevedono uno studio accurato o ti lasci trasportare dai personaggi?
Scrivo da quando ero bambina, ma Le cesoie di Busan è il primo libro che ho deciso di pubblicare. Penso che cominciare a relazionarmi alla scrittura in modo professionale (con una persona che mi segue e mi edita costantemente) mi abbia aiutato a canalizzare la mia fantasia e il mio entusiasmo, e non meno importante a trovare una voce che mi rispecchia e soddisfa. Questa voce non è sempre uguale, ma si adatta a scene, circostanze, personaggi. Il mio desiderio è essere riconoscibile come scrittrice, ma senza dovermi fossilizzare su uno stile o un genere in particolare. Per questo ho cercato di adattare la lingua al punto di vista di Won-ho, quando lavoravo a Bad girl. È stato naturale, quindi, scrivere diversamente, lasciando più spazio alla riflessività e all’introspezione. Insomma, un esperimento più “letterario” delle Cesoie.

Cosa ci riserva il futuro? Puoi raccontarci qualcosa in esclusiva?
Il mese scorso ho concluso la stesura del sequel delle Cesoie, che uscirà questo autunno, e ho cominciato una nuova revisione proprio ieri.
In queste settimane, poi, sto lavorando al plot del terzo libro e di altre due novelle. Una dedicata a Valentina e Won-ho (con una storia nuova) e l’altra storica, ma è una sorpresa.

Grazie per essere stata con noi. Attendiamo con ansia i tuoi prossimi lavori!
Grazie a voi! È stato un piacere.




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