martedì 13 settembre 2016

L'Angolo di Matesi: "L’EDUCAZIONE SESSUALE PRIMA DEL SESSANTOTTO"





Com'era l'educazione sessuale prima del Sessantotto? Ce lo spiega Teresa Siciliano e ci segnala qualcosa che nei romanzi non quadra. Cosa? Scopritelo!


Avevo 18 anni nel 1968 e, dal momento che ero nata in una famiglia di origini meridionali, non occorre dire che non ricevetti nessuna educazione sessuale, a parte l’ordine generico di tenermi lontana dai maschi. Non rammento quando si aggiunse l’informazione che da tali contatti poteva nascere un bambino illegittimo, prospettiva allora terrificante. Del resto solo con la riforma del diritto di famiglia del 1975, se ricordo bene, i figli naturali furono sostanzialmente equiparati dalla legge a quelli nati nel matrimonio.
Non mi fu detto altro, ma questo non mi toglieva la curiosità di sapere qualcosa di più. Per l’esattezza tutte noi ragazzine tenevamo sempre le orecchie ritte per cogliere al volo ogni parola sul tema che sfuggisse a madri e zie. Nessuna mi avvertì che lo sviluppo fisico per una donna coincideva con l’arrivo della prima mestruazione, ma, quando successe anche a me (e avevo 12 anni), non mi spaventai affatto, come altre mie coetanee, che pensarono di essere in punto di morte. In un’epoca in cui non esistevano gli assorbenti usa-e-getta, non avevo tardato ad accorgermi che ogni mese mia madre metteva a bagno in acqua saponata (non c’erano ancora i detersivi) dei pannolini insanguinati. Non mi ricordo di aver mai chiesto informazioni in merito perché certe domande provocavano sgridate. Mi limitai a fare due più due. Perciò, quando mi arrivarono le mie cose, come si diceva allora, chiamai mia madre in bagno riservatamente (perché avevo una sorella di quasi cinque anni più piccola) e a lei, che mi rassicurava dicendo che era una cosa naturale e che ero diventata donna, risposi con un’aria di superiorità: “Lo so, lo so!”. Sempre stata supponente anche a 12 anni! A mio padre la notizia fu data separatamente e da quel momento, senza bisogno di parlarne insieme, tutti demmo la situazione per assodata.
Ma mia madre mi espresse tutta la sua contentezza e per festeggiare di lì a breve mi comprò il primo servizio da tavola ricamato per il mio corredo, come usava all’epoca. E manco a dirlo, lo conservo ancora. Se paragono la mia esperienza a quella di tante altre ragazze del tempo, posso dire di essere stata fortunata: niente maledizione della donna, niente “poverina, hai cominciato a soffrire!”. Forse è per questo che, quando tanti decenni dopo andai in menopausa, la cosa non mi causò nessuna depressione: faceva parte dei normali cicli della vita.
Mi ricordo un episodio curioso: una volta in cucina, mentre asciugavo i piatti, chiesi a mia madre come mai noi figlie assomigliavamo ai nostri genitori. Mia madre arrossì imbarazzata e mi sgridò dicendo che lei non si sarebbe mai azzardata a fare una domanda simile a sua madre. Mi si accese in testa la disneyana lampadina e, guardandomi bene dal dire altro, pensai: “Ah! Riguarda quella roba là!”. Cosa che fino ad allora non avevo neanche sospettato: avevo parlato con la maggiore innocenza del mondo, sotto la spinta di una curiosità puramente scientifica.
Insomma la nostra istruzione in merito avveniva tutta così: non c’era nessun libro di fisiologia in casa e neanche a scuola e ancora alle medie, nel III volume di economia domestica, si parlava diffusamente di come allevare un neonato, ma manco un accenno a come veniva concepito e partorito. Immagino lo portasse la cicogna.
Informazioni più precise e dirette (tenetevi forte!) le ebbi molto più tardi, quando avevo QUINDICI anni e la mia compagna di banco mi riferì quello che aveva saputo, naturalmente non da sua madre, ma da una cugina più grande, appena tornata dalla luna di miele. E a quel punto mi fu finalmente chiara, almeno in linea generale, la meccanica del rapporto sessuale.
Oggi sembra impossibile, ma c’è stata un’epoca in cui c’era molta più ignoranza di oggi e soprattutto si riteneva che una ragazza perbene non solo non doveva fare certe cose, ma neanche saperle: altrimenti cosa avrebbe pensato suo marito? Era lui che doveva spiegarle tutto! E il sistema funzionava quasi sempre: bisognava incontrare un gran seduttore (non so dove, non so quando) ed essere molto innamorate e determinate per tralignare. Perché eravamo sorvegliate con grande attenzione e quindi le circostanze erano piuttosto difficili. Nel mio caso particolare sarebbero state praticamente impossibili. Ci veniva poi inculcata una grande paura dell’uomo e venivamo avvertite che ai maschi interessava solo quella cosa là (mai sentita in quegli anni la parola sesso) e che saremmo state abbandonate incinte senza un rimorso al mondo. Eravamo noi a dover stare attente!!!
Pensate quindi che effetto mi ha fatto la lettura di La colpa e il desiderio della MacLean.
All’inizio del romanzo (e siamo dalle parti del 1824) la protagonista Philippa si presenta in una sala da gioco (?!), che si chiama (guarda un po’!) L’angelo caduto, e si rivolge al proprietario.

— Devo ripetermi? — domandò la ragazza, poiché il silenzio continuò.
Lui non rispose. Non era necessario ripetere. La richiesta di lady Philippa gli si era incisa nella mente.
Tuttavia, la ragazza alzò una mano e si sistemò gli occhiali sul naso, poi inspirò a fondo. — Voglio essere sedotta. — Le parole erano semplici, il tono deciso come poco prima, senza traccia di nervosismo.
Sedotta. Cross osservò come le labbra di lei si arrotondassero attorno alle sillabe, accarezzassero le consonanti e indugiassero sulle vocali, rendendo inquietante ed erotica quella parola.
All’improvviso, nell’ufficio divenne molto caldo.
— Siete pazza.
La giovane arretrò, stupita. Bene. Era giusto che qualcun altro fosse stupito dagli eventi della giornata. Finalmente, Philippa scosse la testa. — No. Non credo.

E perché?

 — Tra quindici giorni sposerò un uomo con il quale ho ben poco in comune. Lo farò perché è quello che ci si aspetta da me. L’intera Londra parteciperà al matrimonio. Inoltre, non credo che avrò mai l’opportunità di sposare qualcuno di più adatto a me. E, soprattutto, lo farò perché ho promesso di farlo e io mantengo sempre la parola.

In realtà Philippa non vuole essere sedotta (lapsus freudiano?), ma solo informarsi.

— Però, capite, voglio sapere. Dato che voi siete ritenuto uno dei massimi esperti sull’argomento, chi meglio di voi potrebbe assistermi nelle mie ricerche?
— Sui bambini?
La giovane sospirò, frustrata. — Sulla riproduzione.
— Cercate qualcun altro. Un tipo diverso.
Lei lo scrutò, ferita dal suo tono beffardo. — Non c’è nessun altro.
— Come fate a saperlo?
— Chi credete che potrebbe spiegarmelo? Mia madre no, di sicuro.
— E le vostre sorelle? Avete provato a chiederlo a loro?
— Non sono certa che Victoria o Valerie abbiano molto interesse o esperienza al riguardo. E Penelope… Cambia discorso appena le si chiede qualcosa che abbia a che fare con Bourne. Si mette a blaterare di amore e cose simili. — Philippa alzò gli occhi al cielo. — Non c’è posto per l’amore nella mia ricerca.

Naturalmente tutto sarà inutile.

Scosse la testa e pronunciò le uniche parole che si fidava a proferire. Brevi. Precise. — Temo di non poter accettare la vostra richiesta, lady Philippa. Vi suggerisco di porgerla a qualcun altro. Forse al vostro fidanzato. — Detestava quel consiglio, ma resistette all’impulso di rimangiarselo.
Lei rimase in silenzio per qualche istante, battendo le palpebre dietro le lenti spesse, quasi a ricordargli che era intoccabile.
Cross attese che la giovane insistesse ancora. Che lo attaccasse di nuovo con le sue occhiate dirette e i termini espliciti.
Naturalmente, però, quella donna era del tutto imprevedibile.
— Vorrei davvero che mi chiamaste Pippa — disse. Si volse e se ne andò.

Intendiamoci, la scena è molto, molto più lunga. Immaginerete anche facilmente che Philippa non consulterà affatto il suo fidanzato. E come andrà a finire la faccenda.
Non posso negare che questa situazione abbia anche aspetti divertenti. Ma è assurda e assolutamente inverosimile. E a una donna della mia generazione fa venire voglia (scusate!) di vomitare.

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1 commento:

  1. Articolo davvero simpatico. Quanti ricordi. Stessa età, ma so di essere stata un po' più libera di te. Mio padre era poco presente a causa del lavoro e mia madre non mi negava nulla. Potevo uscire con i miei amici, andavo a ballare tutte le domeniche e mi era concesso uscire il sabato sera fino alle ventitré. Tuttavia nemmeno io avevo risposte alle mie domande. Leggevo imbarazzo negli occhi della mamma e della nonna. Tutto quello che ho saputo è stato grazie ai compagni di scuola. Ora vorrei aver avuto il telefonino per registrare e ritrovare quelle conversazioni assurde. Grazie, Teresa, per avermi riportato indietro.

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