martedì 18 ottobre 2016

L'Angolo di Matesi: "IO... E DARIO FO"





Per quanto mi riguarda, cominciai a frequentare il teatro solo nel 1973 perché a casa mia non si usava e quindi non ci andai neanche con la scuola, cosa comunque allora un po’ rara. Successe sotto l’influsso dei genitori del mio fidanzato, che erano molto diversi, sotto tutti i punti di vista, dalla mia famiglia di origine. Infatti i miei erano democristiani di ferro, mentre loro votavano PCI fin dal 1948. Per cui, non rammento se nel 1974 o 1975, ci accompagnarono al teatro-tenda di Dario Fo dove poi tornammo altre volte da soli.
Non so se qualcuno rammenta quei tempi: il biglietto costava poco, si faceva la fila fuori per ore dal momento che i posti (panche o sedie pieghevoli di legno) non erano numerati, ci perquisivano all’entrata perché, date le idee politiche della compagnia, c’era pericolo di attentati, e non esisteva il sipario. Già mezz’ora prima dell’inizio, quando gli spettatori stavano ancora entrando, compariva in mezzo a noi Dario Fo col microfono e senza abito di scena e chiacchierava a braccio (o così ci pareva), facendo sfoggio di tutte le sue capacità di grande e simpatico intrattenitore.
All’epoca anch’io come la mia famiglia ero democristiana, più o meno, e confesso che spettacoli come il Fanfani rapito e perfino Morte accidentale di un anarchico mi sembravano solo propaganda. A mia giustificazione posso ricordare che, essendo nata nel 1950, nulla sapevo allora di Scelba e del governo Tambroni e perciò non condividevo per nulla  la campagna antipolizia dell’autore.
Invece Mistero buffo… ah! Mistero buffo mi travolse. Ero (e sono ancora) cattolica credente e praticante e avevo risentito profondamente dell’influenza del concilio Vaticano II, nonché della Populorum progressio di Paolo VI. Intanto leggevo Vangeli scomodi di Pronzato e testi simili. Ero quindi pronta a recepire il messaggio di Fo, sempre dalla parte degli ultimi e dei diseredati di tutti i tipi. Ricordo come fosse ieri il brano sulla resurrezione di Lazzaro o quello su Bonifacio VIII. Insomma, fresca di studi com’ero, Fo mi sembrò un nuovo Dante: certo un Dante un po’ birichino, un po’ dissacrante, ma che colpiva al cuore. Nella mia memoria, pertanto, rimane ancora oggi legato indissolubilmente alla mia giovinezza insieme con Fabrizio De Andrè.
E qui lascio la parola a Isabella Cosentino che in La scrittura e l’interpretazione di Luperini e altri scrive: “Se nella prima parte prevalgono la satira e la deformazione grottesca, con caricature espressionistiche e surreali, nella seconda si impone tuttavia invece un registro più intimo e raccolto, capace di rievocare i lati umani e materiali della Passione di Cristo con una commozione non frequente neppure in testi religiosi di più esibita e dichiarata spiritualità. Soprattutto il punto di vista della Madonna, identificato nella umana sofferenza di una umile donna del popolo, propone una raffigurazione autentica ed elementare del dolore che fa pensare a ‘Donna del Paradiso’ di Jacopone da Todi. Qui la lingua e lo stile, capaci spesso in Fo di accendersi di una materialità e di una visceralità virtuosistiche, fondono leggerezza e intensità, disperazione e dolcezza. Quanti negano la grandezza letteraria di Fo, fermandosi al riconoscimento dell’attore, dovrebbero meglio considerare il valore di episodi come questi, dotati di una poeticità del tutto sui generis nella nostra letteratura e nella ricerca del Novecento.”
Un’altra tappa fondamentale per me fu quando finalmente, dopo oltre un decennio di assenza dalla RAI, le commedie di Fo arrivarono sullo schermo di casa, in mezzo ad una bufera di polemiche di vario segno politico. E quando nel 1997, superando molte difficoltà, un pomeriggio a scuola feci vedere ai miei alunni una registrazione casareccia del suo capolavoro. Non che fosse facile per i ragazzi, ma, a parte qualche eccezione, il messaggio del grande giullare passò. E a chi mi rimproverava perché avevo introdotto nel liceo classico uno scrittore così politicizzato opposi che il Nobel ormai l’aveva sdoganato.
Sono passati molti anni da allora. Nel corso dei decenni tutti abbiamo cambiato posizioni
politiche, ma mi pare che io e Fo, da questo punto di vista, non ci siamo incontrati mai. Lui passò da un chiaro fiancheggiamento nei confronti dei partiti extraparlamentari e dell’estrema sinistra fino al Movimento cinque stelle, io dalla DC al partito socialista, al PCI di Berlinguer e poi a tutte le sue trasformazioni PDS, DS e infine Partito democratico. L’ho sempre trovato eccessivo, ma i suoi spettacoli mi sono quasi sempre piaciuti (me ne ricordo in particolare uno, davvero efficace, sul lavoro a domicilio).
Era un grande attore, grazie soprattutto ad una mimica eccezionale: recitava con gli occhi, con ogni espressione del viso, con tutto il suo corpo. E fino a qualche anno fa (finché cioè aveva conservato il fiato di una volta)  aveva una voce straordinaria. Che eccelleva nel cosiddetto grammelot con cui si faceva capire dai pubblici di tutto il mondo e di tutte le lingue.
Non entro nella polemica se il suo teatro fosse letteratura, donde le polemiche del 1997, quando perfino nel mio liceo ci spaccammo fra quelli favorevoli al Nobel e quelli contrari. La solita guerra fra guelfi e ghibellini, che da secoli ridicolmente affligge l’Italia anche su questioni dove non possiamo incidere per nulla. E ci fu perfino la terza posizione di quanti affermavano che gli si sarebbe potuto assegnare un premio per il teatro, ma mai per la letteratura.
Non posso negare che la sua adesione ai Cinque stelle per me sia stata uno scandalo o, se preferite, un tradimento (perché, secondo me, quel movimento non è di sinistra). Però… avercene di intellettuali così!


 

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